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FATALE SIRIA: MISSILI, SCIACALLI E TAGLIAGOLE

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di Giorgio Cattaneo
 
Missili e guai: quelli grossi, per la Russia, iniziarono nell’autunno del 2015. Prima dell’alba dell’8 ottobre, 26 nuovissimi Kalibr vennero lanciati da corvette in navigazione nel Mar Caspio. Sorvolarono Iran e Iraq, per poi schiantarsi – dopo 1500 chilometri – sulle postazioni dell’Isis a Idlib e Hama. L’esibizione di forza, utile anche per terremotare i terroristi e proteggere la controffensiva dell’esercito siriano, costò a Mosca la fine della residua tolleranza nei suoi confronti, da parte del blocco Nato.
Da quel momento, infatti, scattò l’escalation est-ovest che avrebbe assediato i russi e portato la guerra sotto le loro finestre, costringendo Mosca a prendere atto del fallimento di ogni tentativo negoziale a salvaguardia della martoriata popolazione del Donbass. In Siria, Putin aveva osato bombardare il terrorismo sunnita, mostruosa creatura di certi apparati occidentali. Il leader del Cremlino andava dunque punito: anche con la grottesca condanna (per “deportazione di minori”) da parte della Corte Penale Internazionale.
Ultimo passaggio fortemente simbolico: l’offensiva-lampo dei tagliagole che oggi si sono impadroniti della Siria, ormai esausta, è avvenuta a pochi giorni dal devastante debutto, in Ucraina, dell’invisibile missile ipersonico Oreshnik, non intercettabile perché troppo rapido (11 volte la velocità del suono). Stavolta però sono stati i russi a non riuscire a vedere per tempo l’insidiosità della minaccia (in questo caso, l’avanzata jihadista in Siria): lo ha detto gongolando l’imperscrutabile Tony Blinken, ashkenazita con antenati ucraini. Messaggio irridente: l’intelligence russa avrebbe sottovalutato il pericolo che incombeva su Assad.
Come sempre, si vocifera di accordi sottobanco: difficile spiegare altrimenti la resa immediata dell’esercito siriano, l’inerzia del contingente russo in Siria e la decisione, da parte dei terroristi, di non disturbare le basi militari di Mosca sulla costa siriana. Resta un fatto: la plateale umiliazione di Putin, seguita al lancio dei primi missili ipersonici. Umiliazione orchestrata dalla Turchia (Nato) tramite le sue pedine: gli ex tagliagole dell’Isis, già organici di Al-Qaeda e ora ripulitisi almeno un po’, a beneficio dei media occidentali. Riabilitare i macellai, trasformandoli in “jihadisti democratici”? Operazione alla portata del nostro giornalismo, che nobilitò i “neonazisti kantiani” che terrorizzavano i civili di Mariupol.
Fatale Siria, comunque: chi ha cercato di proteggerla dal sanguinario jihadismo salafita ci ha rimesso l’osso del collo. Il bersaglio grosso resta Putin: proprio la Russia, ancora una volta, rischia di pagare il prezzo maggiore, di fronte alla manovalanza terroristica al servizio di una spietata strategia della tensione. Strategia scandalosamente sovragestita dai poteri che hanno fatto di tutto per demolire il laico Assad, ultimo erede (almeno formalmente) del panarabismo aconfessionale un tempo incarnato da leader terzomondisti del calibro dell’egiziano Nasser.
Il debole Bashar Assad era rimasto l’unico esponente, ancora in vita, di una filiera che aveva annoverato personaggi ingombranti, da Saddam a Gheddafi, tutti assassinati dai sicari dell’Occidente democratico. Il Medio Oriente doveva assolutamente precipitare nel sangue e nel terrore, devastato dagli opposti estremismi. In prima fila i tanti “impresari della morte” che usano come un’arma le rispettive, sbandierate identità religiose. Obiettivo: giustificare i peggiori crimini, incluso il genocidio dei bambini.
Accanto ai russi, in difesa della Siria aggredita dai tagliagole si era schierata la fazione sciita: i guerriglieri di Hezbollah e i Pasdaran iraniani. Tutti i vincitori della battaglia contro il terrorismo in Siria sono stati puniti. Putin ridicolizzato in qualità di fallimentare protettore di Damasco. Lo stesso Assad travolto e sfrattato dai nuovi macellai barbuti, eredi della filiera Isis alimentata dalla Turchia. Il carismatico leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, assassinato da Israele. E prima ancora, il generale Qasem Soleimani (eroe nazionale in Iran) ucciso a tradimento dagli Usa mentre si trovava in visita di Stato a Baghdad: un barbarico atto di banditismo internazionale, rivendicato da Donald Trump.
Lo stesso Trump, all’indomani del ribaltone mediorientale, ora si permette toni paternalistici verso Putin, dicendogli: hai perso anche la Siria, è giunta l’ora di farla finita pure con la guerra in Ucraina. Non una parola di biasimo, da parte di Trump, sulle eroiche gesta di Israele, prima a Gaza e poi in Libano. Al contrario: Trump esprime il massimo apprezzamento per Netanyahu, che – senza alcuna remora – ha appena spinto i suoi carri armati addirittura in territorio siriano, con l’idea di accaparrarsi pure le alture del Golan.
Lo spettacolo dell’orrore – il trionfo dei macellai, dei bugiardi, dei traditori e degli ipocriti – allinea magicamente i tagliagole e gli sciacalli, lo jihadismo sunnita e l’ultra-sionismo più spudorato. Sembra uno show creato a tavolino per suscitare rabbia e sconforto, di fronte allo strapotere dei peggiori e alla loro tracotanza, nutrita dalla consapevolezza dell’impunità assoluta di cui godono. Non è così per la fazione sciita, oggi duramente colpita: l’orrida teocrazia iraniana sembra frastornata sotto i colpi di Israele, mentre la Russia (leader dei Brics, con la Cina) pare costretta a battere in ritirata.
Fra tanti farabutti, comunque, è davvero difficile districarsi. Gli analisti più acuti segnalano la sconfitta degli ayatollah, intollerabili per gli storici protettori del petrodollaro e delle feroci dittature del Golfo. Il recente legame con Teheran sarebbe costato la poltrona ad Assad, in un disastro a cascata destinato a rinvigorire il delirio del Grande Israele, ma anche a indebolire Putin di fronte all’eventuale trattativa per la chiusura delle ostilità nel Donbass.
Giorno dopo giorno si può intravedere un po’ meglio il nuovo copione recitato da Trump, in termini neo-imperiali, di fronte al multilateralismo vagheggiato dai Brics. Traumi propedeutici per un riassetto pacifico o prove generali per la Terza Guerra Mondiale? Domanda oziosa, probabilmente, visto che il telecomando è saldamente nelle mani dei signori del denaro, che notoriamente non hanno patria e utilizzano questa o quella potenza per i loro scopi.
Se non altro, il miserevole sconcio offerto dal Medio Oriente contribuisce a far cadere le ultime maschere: il gioco è truccato, benché sanguinoso. E se gli ayatollah non hanno mai nemmeno finto di non essere quello che sono, e cioè dei volgari tiranni, può riuscire curioso registrare il giubilo di Netanyahu, dei suoi amici americani e dello squisito Erdogan di fronte al dilagare vittorioso, in Siria, dei tagliagole ai quali una sola superpotenza, la Russia, aveva osato opporsi frontalmente fin dal 2015.

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