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DECLINO AMERICANO?

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di Carlo Di Stanislao
 
“Il sogno americano ha finito il gas. La macchina si è fermata. Non fornisce più al mondo le sue immagini, i suoi sogni, le sue fantasie. Non più. È finita. Ora fornisce al mondo i suoi incubi: l’assassinio di Kennedy, il Watergate, il Vietnam…”
J. G. Ballard 
 
Gli Stati Uniti non sono più il paese libero, utopico e generoso di un tempo. Ora, l’estremizzazione dei repubblicani, l’incremento della violenza e della solitudine, stanno facendo diventare il luogo dei sogni una terra inospitale.
 
In questi anni gli USA hanno perso soprattutto la loro egemonia culturale sull’Occidente: lo vediamo dal cinema, dalla tv e dalla letteratura, non più influenti come sono stati negli ultimi 50 anni.
 
Quello che lo scienziato politico Joseph Nye aveva chiamato “soft power”, in opposizione al potere forzato, coercitivo, fisico, non è più dato per scontato. Dal ’45 gli Stati Uniti erano riusciti ad apparire – e quindi a essere – la terra delle opportunità e la guida morale di quello che si autoproclamava “free world”. 
 
Forse, per capire meglio le cose ci possono aiutare la letteratura e il cinema. Nel 2001, l’anno dell’11 settembre e dell’attacco alle Torri gemelle, esce Il declino dell’impero Whiting, di Richard Russo. Siamo nel Maine, a Empire Falls: l’Empire Avenue, la grande arteria che un tempo brulicava di gente, auto e attività commerciali, ora è un viale deserto che lo sguardo può abbracciare fino in cima, là dove troneggiano le imponenti sagome delle vecchie fabbriche abbandonate. Prima che i Whiting – la famiglia le cui alterne vicende si intrecciano alla vita della cittadina – vendessero i loro stabilimenti alle multinazionali, prosperava una florida comunità di lavoratori e lavoratrici. 
 
Ora, quelli bisognosi di lavoro si sono trasferiti altrove e all’esigua popolazione di Empire Falls non resta che trascorrere il tempo coltivando speranze e illusioni. Sogni e disinganni di rinascita che caratterizzano puntualmente i giorni di Miles Roby, il gestore dell’Empire Grill, il ristorante che, con le sue ampie vetrine, spicca lungo il viale principale della città. Sono vent’anni che Miles prepara hamburger, venti lunghi anni in cui sono svanite le sue speranze.
 
Nel 1989 era uscito al cinema Roger and me, di Michael Moore. Moore è nativo di Flint, nel Michigan, dove c’è la General Motors che dà lavoro a 35mila dei 150mila abitanti. A metà degli anni Ottanta il presidente della GM, Roger Smith (è lui, il Roger del titolo), decide di chiudere la fabbrica di Flint, licenziando i suoi operai. Moore, che era giornalista, si improvvisa regista e prova a fare un’intervista a Smith – un tentativo che dura tre anni, in giro per tutti gli Stati uniti, senza mai riuscire a parlargli.
 
Intanto, “le autorità”, senza farsi carico della disoccupazione, organizzano sfilate di reginette di bellezza o manifestazioni canore, oppure cercano assurdamente di creare un centro turistico inutile, sprecando grandi quantità di danaro. La vita a Flint assume una coloritura drammatica: il susseguirsi degli sfratti di famiglie di ex operai, che non possono più pagare l’affitto; alcuni disoccupati si arrangiano vendendo il proprio sangue per trasfusioni, o allevano conigli; altri diventano criminali o guardie carcerarie, perché la delinquenza dilaga nella città.
 
Ma le ricche signore del posto giocano a golf o a Scarabeo, e la vigilia di Natale, durante un retorico e banale discorso d’occasione pronunciato da Roger Smith alla televisione, a Flint il solito vice- sceriffo effettua ancora uno sfratto.
 
La sensazione di declino – di non essere più una nazione produttiva, potente, ricca, felice, la più produttiva, la più potente, la più ricca, la più felice – alberga da tempo in America. Un malessere crescente che le statistiche ufficiali confermano. Secondo il Center for Disease Control and Prevention, il tasso di suicidio è cresciuto del 34 percento dal 2000 al 2016. Le morti per overdose aumentano in modo esponenziale, stando ai dati dello stesso Centro. Riflesso di questo malessere dai contorni indefiniti, il numero dei detenuti negli Stati Uniti è il più alto del mondo, in termini assoluti e relativi. Quando ha cominciato a installarsi questo senso di decadenza? Quando Richard Nixon decise di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro, il 15 agosto 1971? Quella decisione decretò la fine degli Accordi di Bretton Woods dell’agosto 1944, con i quali gli Usa avevano imposto il dollaro quale moneta di riserva internazionale. Oppure, con l’implosione dell’Unione Sovietica il 21 dicembre 1991? Non c’era più un nemico, e questa data segnava contemporaneamente l’apogeo americano – Francis Fukuyama si affrettò a proclamare La fine della storia – e la fine del suo “destino manifesto”: se tutto il mondo voleva diventare come l’America, che senso aveva più l’America?
 
Una decina d’anni fa il dibattito si fece incandescente, se perfino Barack Obama si sentì in dovere di intervenire. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del gennaio 2012, disse: «Chi vi dice che siamo in declino, non sa di cosa parla». Forse rispondeva proprio a Francis Fukuyama, che aveva scritto su Le Monde dell’ 11 settembre 2011, dieci anni dopo gli attacchi di al Qaeda, che essi avevano «segnato l’inizio della fine dell’egemonia degli Stati Uniti». Stephen Walt, professore di Harvard, gli aveva fatto eco scrivendo nel The National Interest di novembre 2011 che «l’apparizione di nuovi poteri e la doppia débacle in Iraq e in Afghanistan annunciano un brutale declino della capacità statunitense di forgiare l’ordine mondiale».
 
Se guardiamo i film premiati all’Oscar nell’ultimo quindicennio  abbiamo, tra i più apprezzati, produzioni e regie non-statunitensi, da Alejandro Iñárritu a Danny Boyle, da Michel Hazanavicius a Guillermo del Toro Da Yorgos Lanthimos ad Alfonso Cuarón, e poi sempre più presenza asiatica, dal coreano Parasite all’americanissimo Nomadland, ma diretto da Chloé Zhao.
 
E anche se Christopher Nolan, regista di Oppenheimer ha la cittadinanza americana perché la mamma dell’Illinois faceva la hostess, è pur sempre un inglese che ha studiato alla UCL.
Agli ultimi Oscar, quelli del 2024, tra i candidati per miglior regista c’era solo un americano nella lista: Martin Scorsese, 81enne rappresentante di una stagione di cinema già storicizzata.
 
Quest’anno a Cannes è vero che ha vinto la Palma d’Oro il film Anora dell’americano Sean Baker, ma era da Fahrenheit 9/11, dal 2004, che non vinceva un film di un regista nato negli Stati Uniti.
 
Finita l’era dei Tarantino, dei Soderbergh, dei Lynch, e quella dei Coppola, degli Altman e dei fratelli Coen che fanno impazzire l’Europa. L’Orso d’Oro  berlinese non va a un americano dal 2000, quando lo vinse Magnolia.
 
Nella tv c’è ancora una piccola supremazia, se pensiamo a The Bear o a Succession, a network come Hbo. Ma tra le serie più influenti degli ultimi anni, si fanno spazio produzioni coreane, Squid Game, spagnole, Casa di carta, e inglesi, Fleabag.
Sempre meno atmosfere da high school dei sobborghi, sempre meno location iconiche del patrimonio americano, sempre meno Beverly Hills 90210, The O.C. o Gossip Girl. Serie come White Lotus sono girate all’estero. Molte, pur non essendo esplicitamente politiche o engagé, mostrano più del decennio precedente le pecche del modello capitalistico che è stato per anni nelle sit-com mainstream celebrato o dato per scontato come unico paradigma di vita quotidiana (pensiamo a Friends, a How I Met Your Mother, e possiamo tornare indietro fino ai Robinson e a Happy Days: happy ending assicurato, carriere che esplodono, miglioramento costante dello stile di vita).
 
In uno dei suoi report “futuristici”, Global Trends 2025, il Council citava «lo spostamento di ricchezza e potere economico da Occidente a Oriente, senza precedenti nella storia». In un sondaggio del 2010, il 65 percento degli americani considerava il proprio paese in uno “stato di declino”. La questione non è “se” l’impero americano declinerà, ma “quando” e in che modo: se sarà una caduta dolce o un precipizio. McCoy indica una serie di questioni cruciali – il ruolo del dollaro, la crisi economica, la crisi del petrolio e energetica, le divisioni maggiori all’interno del paese con il prevalere della destra – ma soprattutto la “pressione” che subiranno le centinaia di basi militari all’estero.
 
E parla dell’Afghanistan, situando l’acme della crisi nel 2014: «Presto, i mullah predicheranno il jihad dalle moschee di tutta la regione, e le unità dell’esercito afghano, a lungo addestrate dalle forze americane per invertire le sorti della guerra, inizieranno a disertare in massa. I combattenti talebani lanceranno una serie di attacchi alle guarnigioni statunitensi in tutto il paese, facendo salire vertiginosamente le vittime americane. In scene che ricordano Saigon nel 1975, elicotteri statunitensi salveranno soldati e civili americani dai tetti di Kabul e Kandahar». Beh, per essere una “profezia” ci ha sbagliato solo di qualche anno.
 
Roma non fu costruita in un giorno, si dice, per indicare quanto tempo occorra a realizzare grandi imprese. Grandi imperi. Anche a cadere, gli imperi non ci mettono un giorno.
 
Nel 1987 Allan Bloom, filosofo e collega di Saul Bellow a Chicago, pubblica il libro The Closing of the American Mind. 
Diventato un bestseller, il libro analizza con enfatica criticità i primi sintomi della strada che poi ha portato a quello che la destra contemporanea chiama wokismo.
Il relativismo, dice Bloom, chiude la mente degli studenti universitari che non accettano più il pensiero critico. Seppure la lotta a una generica e imprecisa “cultura woke” sia diventata la bandiera ideologica vaga di una destra Usa in crisi con la propria identità – Trump non è un conservatore, dicono i repubblicani della vecchia guardia – l’intuizione di Bloom non va trascurata nel cercare di capire il declino del soft power.
 
Oggi i valori che arrivano dall’America sono racchiusi in movimenti, come il #MeToo, e in cambi di regime morale, come la cultura del politicamente corretto, che criticano lo stesso sistema che li ha generati. Un potere che si mette in dubbio da solo smette di essere potere. Se anche le istituzioni straniere e gli intellettuali ne prendono le distanze, chiamandola invasione culturale, quel power non è più potente. 
 
Megalopolis di Coppola che ha avuto una gestazione di quarant’anni, in competizione al Festival di Cannes nel  maggio scorso non è solo sesso, droga, violenza, travestimento ma un parallelo ideale tra la civiltà dell’antica Roma e quella americana, alle prese con le loro rispettive decadenze. 
 
Megalopolis, una sorta di Apocalipse Now parte II, prende spunto poi da La congiura di Catilina di Gaio Crispo Sallustio, come ha ribadito più volte il regista innamorato dell’antica Roma. “Megalopolis propone un interrogativo fondamentale – ha detto Coppola a Deadline -: la società in cui viviamo è davvero l’unica alternativa possibile per noi? In questo senso l’utopia che il film propone non è così folle, ma solo il frutto di persone che si fanno giuste domande sulla società in cui vivono, chiedendosi se è davvero l’unica alternativa”. 
 
Vale a dire chissà se il perdente Catilina era in fondo un saggio sostenitore di una nuova prospettiva per Roma e Cesare invece solo l’ottuso custode delle tradizioni.
L’America oggi – secondo Coppola – è la nuova Roma, con tutte le guerre vinte e la sua tecnologia all’avanguardia: “Si è sempre detto quando cadrà Roma cadrà il mondo. La stessa cosa vale per l’America, se cadesse o finisse nelle mani di qualche stupido dittatore, quali ripercussioni potrebbero esserci nel mondo?”.
 
Un pessimismo, quello del regista, colto con esattezza da Variety che sottolinea come la pellicola sia animata da “un codice morale ambiguo, da sesso, droga, violenza e in una prospettiva incerta sul futuro dell’America”.
Ma vi è futuro per lei? 

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  • Redazione

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