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LE DONNE DI ULISSE, SOPRATTUTTO NAUSICA

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di Carlo Di Stanislao
 
Penelope non vuole un marito. Vuole Ulisse” 
Jean-Pierre Vernant
 
“Se mi sono lasciato trascinare dalle onde capricciose dell’avventura invece che prendere la strada diretta per Itaca, forse è proprio perché segretamente temevo che i sentimenti di Penelope fossero mutati e troppo amaro fosse per me il giorno dell’incontro”
Luigi Malerba
 
“Se le tante donne incontrate non gli avessero teso una mano, Odisseo – forse- sarebbe ancora in viaggio”
Marilu’ Oliva 
 
Quale uomo non ha sognato.di essere Ulisse? 
Curioso,  irresistibile vagabondo,  pieno di intelligennte scaltrezza, uscito vivo dall’Ade e vittorioso a differenza del pur divino musico Orfeo.
 
Egli vive il quadrilatero del femminile e ognuno dei lati si innamora di lui.
Calipso e Circe sono due donne che hanno moltissimi punti in comune: indipendenti, nel senso che vivono da sole senza una presenza maschile, seduttrici e ammaliatrici. Sono due donne molto pericolose, che rischiano di far dimenticare all’uomo la sua natura e la sua umanità. 
 
Questo è evidente per Circe, che trasforma i compagni di Ulisse in porci, ma è vero anche per Calipso che, per convincere Ulisse a sposarla, gli promette il dono dell’immortalità, cercando quindi di allontanarlo dalla sua natura umana. In termini di pericolosità entrambe possono essere avvicinate ad un altro gruppo femminile dell’Odissea, quello delle Sirene, delle quali Ulisse vuole ascoltare il canto, senza cedere alla seduzione. 
 
Parthenope la più bella fra loro, si innamora di lui e per amore si uccide e dal suo corpo innamorato  fiorisce quel sogno di contrasti che è Napoli.
Il viaggio di ritorno di Ulisse in patria è un viaggio di riappropriazione del sé, della propria identità umana, ma anche dell’accettazione dei limiti e della bellezza che l’umanità comporta. 
 
Ci sono tradizioni successive ad Omero in cui viene messo in luce questo lato oscuro di Penelope e soprattutto una, secondo la quale quando Ulisse ritornò in patria la ripudiò perché aveva scoperto che si era fatta sedurre da uno dei pretendenti. 
Nell’Orlando Furioso Penelope viene definita meretrice e la stessa idea viene condivisa da Giambattista Vico nella Scienza Nuova.
 
Ma è in particolare l’astuzia a caratterizzare la figura di Penelope, tanto che può essere definita il perfetto doppio di Ulisse. 
Le donne omeriche sono molto più libere delle donne della Grecia classica, che erano considerate degli esseri privi di ragione e di intelletto. I greci, come tutti gli altri popoli dell’antichità, erano profondamente misogini e ne è prova il fatto che l’origine di tutti i mali è stata Pandora, mandata da Zeus per punire il genere maschile. 
 
Nell’Odissea, se si fa eccezione per Nausicaa, che in realtà è una donna ancora immatura, tutte le donne sono esempi negativi  e neppure Penelope fa eccezione: per gli antichi greci, per il mito greco la donna perfetta non esiste. 
 
Ed allora da eterni naviganti del sogno parliamo di Nausicaa.
Nausicaa, vergine, bellissima, nel primo albore della sua giovinezza, vede Ulisse nudo, imbruttito dal dolore, dalla salsedine, dagli affanni. Tuttavia non ha paura: riconosce in lui la dignità dell’ospite e lo aiuta immediatamente. Atena la aiuta a non tremare. 
 
Quando Giorgio Leranò nel suo ultimo libro Omero, Nausicaa e l’idillio mancato (il Mulino, Bologna 2023, pp. 162, euro 14) ha menzionato la Nausicaa dell’Odissea televisiva di Franco Rossi del 1968, cioè l’affascinante Barbara Bach, non ho potuto che ritornare ai tempi della mia adolescenza..
 
In realtà, dietro la xenía – che pure è evidente – c’è altro, molto altro, ma soprattutto c’è eros (non saprei se con la maiuscola o la minuscola). Infatti l’attrazione fisica e spirituale tra la principessa e l’eroe è più volte rimarcata, poiché lei è bella «come la dea Artemide» o «come un germoglio di palma», mentre il vigore del divino Odisseo è paragonato a quello di un leone, simbolo di esuberante virilità.
 
Nei loro discorsi, inoltre, più volte appaiono accenni al matrimonio, come quando Nausicaa dice alle sue ancelle «Oh, se solo un uomo come lui potesse essere chiamato mio sposo» (VI, 244); né parrebbe contrario a ciò il re Alcinoo «dal grande cuore», con le parole «Volessero il padre Zeus e Atena e Apollo / che, da uomo quale tu sei, con pensieri simili ai miei, / spossassi mia figlia e fossi chiamato mio genero» (VII, 311-313).
 
Ma l’allusione a Eros (questa volta sì, con la maiuscola) è addirittura precedente a queste affermazioni, poiché il gioco della palla (spháira) che vede coinvolte Nausicaa e le sue ancelle è il preferito del dio dell’amore: e non è un caso che sia stato proprio il grido delle fanciulle per una palla caduta in acqua a svegliare Odisseo che dormiva «vinto dal sonno e dalla fatica» (VI, 2).
 
Impossibile, tra tante dottissime citazioni di autori antichi presenti nel libro relative a questo sport d’antan (in realtà ancora praticato su tutte le spiagge del mondo!), non riportarne anche una più moderna – impastata di retorica fascista – tratta da un articolo di Alfredo Bertagnoni pubblicato sul Corriere della Sera del 20 maggio 1933:
 
“Risorga tra noi la bella e fascinatrice vergine Nausicaa, figlia di Alcinoo, fresca e vigorosa nella persona, vivace nel suo intercalare il gioco della palla ai lavori femminei: essere vibrante di sentimento e di moto, promessa sicura di vite rigogliose”
 
Infastidisce davvero la trasformazione di una creatura tanto delicata, in bilico tra ingenuità e passione, in una sorta di atletico modello per le «piccole italiane» e di generico invito alla procreazione; eppure è anch’essa indizio della vitalità del mito classico e della sua dimensione universale ed eterna, che si palesa anche nel caso di queste inaccettabili storpiature. Pochi anni prima, tra l’altro, Carducci e Pascoli avevano fatto di Nausicaa che lava i panni il prototipo della perfetta massaia…
 
 
Probabilmente aveva torto il filologo Richard Bentley che – nel Settecento – ipotizzava che l’Odissea si rivolgesse a un pubblico femminile; è però vero che i clamori guerreschi dell’Iliade lasciano qui spazio anche ad altri valori e più sensibili  atteggiamenti. 
 
Comunque quello fra Ulisse e Nausicaa è la storia di un «idillio mancato», che sembra da un lato elevare Nausicaa a un livello spirituale più alto di Circe e Calipso (che giacquero invece con l’eroe), dall’altro evita alla giovane il rischio di entrare a pieno titolo in quella galleria di donne abbandonate e dolenti… che punteggiano il mito e la letteratura antica: Arianna, Medea, Didone.  
 
Donne relictae, queste, alle quali Goethe voleva affiancare anche la principessa dei Feaci componendo una tragedia in realtà mai scritta – Nausicaa appunto – che terminava con il suicidio della ragazza dopo avere appreso la volontà di nóstos dell’amato.
 
Ma è bene ora dalla retorica tornare alla poesia, e cioè a Omero, nel cui raffinato racconto i nostri due personaggi non solo non si sposano, ma neppure cominciano quel flirt che tutto sembra far presumere che invece scoccherà.
 
Prevale infatti, in entrambi, un pudore, una delicatezza di atteggiamenti, che se bene si confanno – secondo la mentalità del tempo – a una principessa adolescente, sono invece quasi inattesi per il nostro guerriero reduce da Troia: ma Odisseo non è come gli altri, ha una raffinatezza di modi e di pensiero che i suoi compagni achei si sognano. 
 
Perfino l’atto consueto del supplice, cioè abbracciare le ginocchia di chi lo accoglie, gli pare quasi sacrilego giacché il naufrago dice alla fanciulla «ho una paura terribile / di toccarti le ginocchia» (VI, 168-169); non sarà così, poco dopo, davanti alla madre Arete – regalmente assisa in trono e dunque in posizione di sicurezza e superiorità – alla quale «gettò le sue mani intorno alle ginocchia» (VII, 142).
 
Con Nausicaa Omero crea un personaggio molto più problematico rispetto alla donna “sedotta e abbandonata”.
Cotruisce una figura dal futuro aperto e dal destino incerto (non mancarono mitografi più tardi che la vollero sposa di Telemaco!), che svolge però un ruolo narratologico fondamentale: è l’aiutante che salva Odisseo da morte sicura e che parimenti rappresenta l’ultimo contatto dell’eroe con un mondo fantastico fatto di viaggi e incontri indimenticabili. 
 
È colei che segna il culmine e, al tempo stesso, la fine della meravigliosa avventura. 
Poi ci sarà, per Odisseo, il ritorno a casa, la vendetta, il recupero degli affetti familiari, ma anche tanta, tanta, nostalgia: di guerra, di mare, di mostri, di terre lontane, ma fors’anche – la più dolce di tutte – delle rose che non colse durante l’incontro con Nausicaa, troppo giovane e bella per essere amata carnalmente, troppo simile a una dea (nell’animo prima che nel corpo) per non essere rispettata. Le avesse «colte», lo ribadisco (ma non poteva e doveva farlo), la fanciulla sarebbe stata  nella sua mente una Circe qualunque, mentre così l’anziano re di Itaca avrà continuato a pensare di non avere mai visto nulla di così straordinario tra gli uomini.

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  • Redazione

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