
di Carlo Di Stanislao
“Ci sarà pure un giudice a Berlino”
Berold Brecht
Lo scontro tra Magistratura e Governo sembra senza fine. Il Consiglio dei Ministri vara il decreto in tema di migranti che stabilisce come norma primaria la lista italiana dei paesi ritenuti ‘sicuri’, l’Associazione nazionale dei magistrati risponde: “i giudici non possono assumere decisioni ispirate dalla necessità di collaborazione con il governo di turno”.
Un giudizio durissimo. E il segretario di magistratura democratica, Stefano Musolino, cancella ogni speranza di ricomposizione: “questo decreto non fa che esasperare il conflitto e di questo noi siamo molto preoccupati, perché se c’è una cosa che noi non vorremo è il conflitto”.
Ciò che fa male sono anche le parole del guardasigilli Carlo Nordio, che in conferenza stampa a Palazzo Chigi era entrato nel merito della sentenza della Corte di giustizia europea, applicata dai giudici nelle ordinanze che annullano i trattenimenti nei centri italiani in Albania: “è molto complessa e articolata e anche scritta in francese, probabilmente non è stata ben compresa o ben letta”, aveva detto il ministro ai giornalisti.
Il tema migranti è di sicuro il terreno dove lo scontro tra giustizia e politica, anzi, tra magistratura e politica, si fa sempre più acceso. E la lista delle situazioni e gli episodi in cui i due poteri dello Stato si sono trovati l’uno contro l’altro sono innumerevoli.
La polemica infuria dopo la decisione del tribunale di Roma è per il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, «non è una polemica contro la magistratura ma contro un tipo di sentenza che non solo non condividiamo ma riteniamo addirittura abnorme. Non può essere la magistratura a definire uno Stato più o meno sicuro, è una decisione di alta politica. Queste decisioni inoltre rischiano di creare degli incidenti diplomatici perché definire non sicuro un Paese amico come il Marocco può anche creare dei problemi. Se noi ritenessimo che non sono sicuri Paesi dove vigono regole che noi abbiamo ripudiato, come la pena di morte, allora neanche gli Stati Uniti sarebbero un Paese sicuro.
Oppure dove vigono le pene corporali. Allora questi Paesi dovrebbero essere espulsi dalle Nazioni Unite. Queste sono questioni di alta politica che non possono, non devono e non saranno lasciate alla magistratura. Prenderemo provvedimenti legislativi».
Immediata la replica del Pd che chiede le dimissioni di Nordio: «In un Paese democratico, la cui vita democratica e civile è regolata da una Costituzione – nella quale è limpidamente scolpito il principio della separazione dei poteri – un ministro della Giustizia che sferra un attacco così pesante alla magistratura e alla sua indipendenza non può rimanere al suo posto», dichiarano Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale del Pd, Alfredo Bazoli, Federico Gianassi e Walter Verini, capigruppo Pd in commissione Giustizia di Senato e Camera e commissione Antimafia.
Scatenata la Lega, con Matteo Salvini che ha convocato con la massima urgenza un Consiglio federale del partito dopo «l’attacco all’Italia e agli italiani sferrato da una parte di magistratura politicizzata. Nei prossimi giorni – continua la nota – la Lega presenterà nei Comuni italiani mozioni per ribadire la necessità di difendere i confini».
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha annunciato che per risolvere il caso Albania sarà varato dal Consiglio dei Ministri un decreto legge per rendere norma primaria l’indicazione dei Paesi sicuri e non più secondaria, come è invece il decreto del ministro degli Esteri di concerto con quelli di Interno e Giustizia, con cui finora è stato annualmente aggiornato l’elenco.
La questione era già stata sollevata a maggio, quando è stata aggiornata la lista dei Paesi sicuri. Silvia Albano – una dei giudici della sezione immigrazione del Tribunale di Roma e presidente di Magistratura democratica – aveva sottolineato che il decreto ministeriale è una fonte normativa secondaria, subordinata a Costituzione, leggi ordinarie e normativa Ue, e che quindi ai giudici spetti verificare se il Paese sicuro “possa essere effettivamente considerato tale in base a quanto stabilito dalla legge”.
È quello che è stato per i casi dei dodici richiedenti asilo portati mercoledì in Albania e riportati con una motovedetta a Bari. Nel provvedimento del governo probabilmente ci sarà anche una revisione dell’esame delle domande di asilo e dei meccanismi dei ricorsi.
Lo scopo del governo è fare sì che abbiano ancora un senso i centri (non solo quello in Albania) per il rimpatrio degli irregolari a cui non è riconosciuto l’asilo. L’operazione Albania, hanno assicurato dall’esecutivo, andrà avanti regolarmente. I tempi del prossimo approdo al porto di Shengjin di una nave militare italiana con a bordo migranti, hanno sottolineato, dipenderanno anche dalle condizioni del mare.
La faccenda, tuttavia, stavolta è resa complicata dal coinvolgimento in prima persona di un’esponente di punta della sinistra giudiziaria, la presidente di MD Albano. Non solo.
Nei mesi scorsi, prima di rigettare la convalida del trattenimento dei migranti spediti in Albania, Albano si è espressa più volte pubblicamente contro il piano predisposto dal governo. Intervistata da Repubblica lo scorso dicembre, Albano aveva detto: “Immagino che ci sarà una pioggia di ricorsi su cui dovremo pronunciarci.
E se non ci sarà una legge di ratifica che definisca le deroghe al quadro normativo nazionale previste da questo protocollo non potremo che prenderne atto”.
I membri togati di area “centrosinistra” al Csm vorrebbero evitare di aggravare il livello del conflitto. Insomma, non vorrebbero essere soltanto loro a chiedere l’apertura di una pratica a tutela. Se ciò avvenisse, la richiesta potrebbe apparire all’esterno come un’ennesima sfida dei magistrati “rossi” all’esecutivo.
Non credo che la conclusione sia dietro l’angolo.
L’espressione “Ci sarà pure un giudice a Berlino” oppure “esiste dunque un giudice a Berlino” è stata mutuata da un’opera di Bertold Brecht nella quale si narra la storia di un mugnaio che lotta tenacemente contro l’ imperatore per vedere riparato un abuso.
La storia è la seguente. A Potsdam, vicino Berlino, l’imperatore Federico II di Prussia voleva espropriare il mulino di un mugnaio per abbatterlo. Si trattava chiaramente di un abuso in quanto il motivo consisteva nel fatto che il mulino danneggiava il panorama del suo nuovo castello di Sans Souci.
Pur di averla vinta, l’imperatore non esitò a corrompere tutti i giudici e tutti gli avvocati a cui il mugnaio si rivolgeva. Con grande tenacia, il mugnaio riuscì a trovare un giudice onesto che lo aiutò a vincere la causa. Ecco perchè si usa l’espressione per dire che, alla fine, la giustizia trionfa comunque.
Ma, nel nostro caso, quale tipo di giustizia trionferà, quella dei magistrati o quella del governo e, soprattutto, in questa storia chi è il mugnaio e chi l’imperatore?





