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ITALIA, IL PAESE DEI GIOVANI NEET ED EET

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di Gianvito Caldararo

Negli ultimi anni abbiamo sentito parlare solo di giovani Neet –  (Not in Education Employment or Training), cioè giovani dai 15 ai 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in un percorso di formazione. Nel 2022 si trovavano nella condizione di Neet il 19% dei giovani. Nel 2023 tale percentuale si attesta al 16,1%, con un incoraggiante calo di 2,9 percentuali rispetto al 2022 e di bel 7 punti rispetto al 2021. Nel 2014 tale percentuali di giovani Neet era del 26,2%. La media europea era di appena del 10,8%. Nel 2023 i giovani con età tra i 15 e i 34 anni era di 2,1 milione, con una percentuale che scende dal 24,6% al 18% tra il 2018 e il 2023. Di questi 2,1 milione di giovani, 700 mila si attivano ancora a trovare lavoro che non trovano e 1,4 milione sono quelli che hanno smesso definitivamente di cercarlo.

Da sottolineare che il calo non dipende dalle politiche poste in essere dai vari governi, ma grazie alla ripresa economica che ha riattivato la domanda di lavoro a vantaggio dei giovani. La verità è che resta molto da fare nel campo della formazione professionale, che oggi avviene solo nelle scuole, senza il sostanziale coinvolgimento delle aziende, il che porta ad ampi mismatch (disequilibrio tra la domanda e l’offerta) con le competenze richieste poi dalle imprese.

Bisogna investire, ma investire bene, indirizzandoli verso quei campi di studio che sono più legate al mondo del lavoro (come i percorsi universitari Stem- discipline Scientifiche, Tecnologiche, Ingegneristiche e matematiche) e alla differenziazione dell’istruzione terziaria, organizzando percorsi tecnici che forniscano quelle competenze immediatamente spendibili e si avvalgano del coinvolgimento delle aziende nella progettazione di corsi e materie. Un timido tentativo fu avviato con la legge n°107/2015 nota come “Buona scuola”, con l’obiettivo di agevolare il passaggio tra l’ambiente scolastico e il mondo del lavoro mediante l’introduzione della molto dibattuta alternanza “scuola – lavoro”.

Grazie al Rapporto Censis- Confcooperative, siamo venuti a conoscenza che ai giovani Neet, non occupati e né inseriti in un percorso di istruzione e formazione, esistono i giovani Eet , Employed Educated and Trained, ovvero i giovano che battono la crisi facendo impresa. Giovani che utilizzano le competenze acquisite e guardano all’attività di impresa. Ragazzi che hanno investito in istruzione e vinto il timore di mettersi in gioco. E come sottolinea Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, “a questi giovani occorre ridare la speranza, creando le condizioni affinché decidano di passare da una condizione di apatia a una di proattività”.

Secondo il citato Rapporto, attualmente i giovano Eet sono 144 mila, hanno una età compresa tra i 15 e i 29 anni e grazie all’autoimprenditorialità aprono attività in diversi settori innovativi e tecnologici. La distribuzione sul territorio è la seguente: il 28% Nord Ovest, il 19% Nord Est, il 17% il Centro e ben il 35% nel Mezzogiorno. E come dice Maurizio Gradini, presidente di Confcooperative, “è un po’ anche la rivincita del Meridione”. Secondo Gradini, si intravede una occupazione di ” nuovo conio” che premia la competenza e la conoscenza che, al contempo, mostra il boom di occupazione giovanile con oltre 3 milioni di occupati, di cui 1,8 milioni di uomini e 1,2 milioni di donne, il 13,1% del totale degli occupati il cui reddito vale il 2,5% del Pil (Prodotto Interno Lordo). Ma, nonostante i progressi fatti, il gender gap resta ancora tuttora evidente. Un altro dato confortante è che sono ben 175 mila le nuove imprese avviate dagli under 30, di cui 4 su 10 situate al Sud. Altro che Neet, l’Italia è anche il Paese degli Eet per giovani imprenditori. Siamo il Paese che dai ” Neet ” passa agli ” Eet “, i giovani che fanno impresa.  

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  • Redazione

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