di Achille Nobiloni
Dirò una scemenza grossa come un casa, ma secondo me esiste una grossa differenza tra reddito e patrimonio di fronte al Fisco: il reddito è una entrata di entità variabile ma ricorrente nel tempo, che consente, tra l’altro, di accumulare ricchezza, mentre il patrimonio è esso stesso ricchezza che deriva da fonti diverse ma comunque già tassate. Per cui tassare il patrimonio con una imposizione, non straordinaria, ma annuale equivale a un esproprio bello e buono, di parte della proprietà privata che, in caso di una aliquota eccessiva di imposta, può portare a un esproprio totale.
Infatti con l’IRPEF viene tassato il reddito, cioè la capacità di produrre ricchezza e quindi benessere, e con la progressività delle aliquote si attua il giusto principio, in base al quale chi è più ricco e benestante paghi di più. Il reddito può essere da lavoro, da capitale, di impresa, da rendita finanziaria, da vincita alla lotteria ecc. che, come già detto, sono tutte fonti diverse ma tutte già tassate, mentre
il patrimonio è formato da quel che resta (viene risparmiato) riguardo queste rendite, una volta pagate le imposte e speso quel che ognuno spende per vivere in base al tenore di vita che vuole e può permettersi.
Un’imposta patrimoniale, solo se straordinaria e quindi “una tantum”, potrebbe avere sì lo scopo di fronteggiare una situazione temporanea e anch’essa straordinaria di difficoltà della finanza pubblica, ma sarebbe comunque, come imposta patrimoniale, un vero e proprio esproprio di parte di un bene privato, e risulterebbe particolarmente odiosa, in quanto conferma dell’incapacità di governare e amministrare il Paese con i meccanismi impositivi ordinari a disposizione: vale a dire il Governo (un Governo in generale, non necessariamente questo o quello che avevamo prima di questo) non sa amministrare il Paese, in quanto dilapida le risorse di cui dispone, crea un buco nei conti pubblici e allora ricorre alla “patrimoniale”!
Abbiamo già detto che il patrimonio lo si può acquisire in modi diversi, ma tutti già soggetti a imposizione: esso può infatti essere frutto di lavoro (dipendente o di impresa), di risparmio, di rendite finanziarie, di vincite alla lotteria o anche di eredità: eredità di patrimoni anch’essi costituiti allo stesso modo con rendite anch’esse già tassate e comunque ritassati con la tassa di successione al momento del passaggio dal de cuius all’erede.
In conclusione, un conto è tassare la rendita da capitale (affitti, plusvalenze, ecc.) e un conto è espropriare parte del capitale: un esproprio per sua natura deve essere un fatto straordinario determinato da esigenze contingenti e straordinarie anch’esse… altro che storielle psicologiche tipo “il patrimonio del vicino è sempre più ricco”.
I patrimoni che tra fine ‘700 e inizio ‘800 andavano tassati drasticamente, o forse anche parzialmente espropriati (confiscati), erano semmai quelli di re, principi e feudatari vari: centinaia di migliaia di ettari di terreni posseduti da secoli per motivi dinastici senza alcun merito personale.
Con le “patrimoniali” di oggi il rischio è invece quello di andare a tartassare “il poveraccio”, che avendo lavorato e fatto sacrifici per quaranta e più anni è riuscito a comprare tre appartamentini da lasciare ai figli.




