
Riflessione domenicale sulla vita e sulla morte
“Scegliete sempre chi per farvi sorridere farebbe l’impossibile”.
La scritta campeggia lungo la strada che porta ad un paesino di montagna della Val del Riso.
L’hanno messa gli amici di Mattia, giovane ventiduenne, che ha lasciato questo mondo con questo messaggio.
Ho un’allergia ai funerali, ai cimiteri e alle visite ai morti, intesi come salme.
Preferisco pensare ai morti come vivi altrove e, mentre salivo verso il luogo dove si sarebbe tenuta la cerimonia funebre secondo il rito cattolico, ho immaginato che quel giovane, che non conoscevo personalmente, ma che è figlio di persone amiche, volteggiasse nella valle, sorridendo. Mi piaceva pensare non alla inevitabile tristezza della cerimonia, ma a quel sorriso che immaginavo stampato sul volto disincarnato di un’anima che volava leggera sui luoghi dove aveva trascorso l’infanzia e la giovinezza.
Non ho molta confidenza con le cerimonie cattoliche e confesso che mi aspettavo che il sacerdote celebrante dicesse le solite frasi più o meno usuali con le quali si consolano parenti e amici e si dice addio a chi sta andando verso l’ultima dimora.
Con sorpresa il sacerdote, dopo aver preso spunto da un passo biblico sulla profezia, disse: “La profezia di Mattia è in questa frase: « Scegliete sempre chi per farvi sorridere farebbe l’impossibile »”.
Mi sono chiesto se non fosse questo il senso di una vita: un messaggio, una profezia.
Non ha importanza quanto vivi, ma quanto riesci a dare un senso alla tua vita, per contribuire a dare senso alla vita.
Ecco, mi sono detto, forse è per questo motivo che nel mio immaginifico vedere i morti non come salme, ma come anime vive e comunicanti, mi sono immaginato quel giovane che volava sorridendo.
Sorridere volando nella Valle del Riso. Una sincronicità stimolante.
Perché sorridere e non ridere?
Un sorriso, in senso figurato, è solitamente espressione di gioia, di serenità, di letizia.
Charlie Chaplin ha affermato: “Un giorno senza sorriso è un giorno perso”.
“Nel cuore e nell’anima” Lucio Battisti canta: “Nel mio silenzio anche un sorriso può fare rumore”.
Sorridere è comunicare: “So chi sono. So chi sei”.
Sorridere crea risonanza.
Il sorriso ha significati ancestrali ed enigmatici.
“Il sorriso della neolitica Dea di Olbia lo ritroviamo – scrive Luisella Veroli – , dopo tremila anni, sui visi delle Dee del periodo arcaico dell’arte greca. E’ un sorriso divino che parla di una consapevolezza interiore, è lo stesso che Leonardo dipingerà sulla bocca della Gioconda. […]. Se il sorriso della Gioconda o della Dama dell’ermellino ha una forza attrattiva particolare è perché quello che vediamo non è una donna, ma l’archetipo della Dea dell’amore, il cui sorriso rituale, inciso prima che da Leonardo dagli artisti della preistoria, rivela la consapevolezza di un corpo abbracciato alla propria spiritualità”. [1]
Ecco il punto su cui soffermarci per comprendere la profezia del sorriso.
Sorriso come simbolo di un corpo abbracciato alla sua spiritualità, di un corpo che è consapevole di avere un’anima, di essere un Sé rivestito di un corpo di luce, non un semplice ammasso, per quanto ordinato, di cellule.
Il tema che emerge è quello della coscienza.
Il Buddha è stato nei secoli rappresentato nelle maniere più disparate, ma il filo rosso che collega le varie rappresentazioni è il sorriso.
Quasi sempre Siddhartta viene dipinto o scolpito con un sottile, quanto enigmatico, sorriso. Ma cosa si cela dietro? Quale il significato?
A rispondere è Glenn Mullin, eminente tibetologo canadese: “Il sorriso della Gioconda è uno degli enigmi della storia dell’arte, eppure prima del genio di Leonardo sono stati i monaci e fedeli Buddhisti ad imprimere nella storia uno dei sorrisi enigmatici più famosi della storia”.
Secondo lo studioso il motivo è che il Buddha è conscio di essere sfuggito alla ruota del Samsara (la ruota delle reincarnazioni, ndr) ed è per questo che sorride.
Per Mullin quindi questo è un sorriso di soddisfazione.
Il Buddha sa di essere scappato al Samsara e di aver raggiunto l’illuminazione e sa che anche gli altri potranno raggiungere questo traguardo.
“Il Buddha – scrive Mullin – sorride tra sé, è la soddisfazione dell’arrivo. Ogni momento è quell’arrivo per il quale si è lottato e raggiunto. E così il sorriso è perpetuo”.
Per Mullin “alla fine il Buddha sorride perché si rende conto che anche il Nirvana, l’opposto del Samsara, è un’illusione. Non esiste una cosa come il Nirvana come qualcosa di diverso dal Samsara, questi sono opposti nichilisti e Buddha trova la posizione non duale tra di loro, la via di mezzo dove non ci sono più estremi”.
Perché questo riferimento al sorriso del Buddha?
Perché è il segno della consapevolezza.
Il sorriso è anche enigmatico.
Il sorriso della Gioconda potrebbe rappresentare una combinazione di emozioni, ma potrebbe anche essere un’indicazione della saggezza della donna, un’illuminazione spirituale o una conoscenza segreta.
Se lo rapportiamo al messaggio del giovane Mattia, il sorriso è forse il simbolo di una conoscenza segreta, di una consapevolezza ontologica (dell’Essere).
Mi piace, a questo punto, ricordare una lettera di Carl Gustav Jung.
Scrive Jung: “Mia cara amica, lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro desiderio e con la quale abbiamo affidato tutto noi stessi nelle mani del futuro. È questo è un interrogativo al quale, debbo confessarle, non so dare risposte.
Per quanto vittoriosa sia la fede, per quanta temperata, pure essa non sovrasta l’enigma della morte. Quando la morte si manifesta sul nostro cammino, quando ci sottrae il nostro bene, è violenza insostenibile dalla quale sempre siamo sconfitti. E per quanto profonda possa essere, come lei gentilmente mi attribuisce, la conoscenza dell’animo umano, ebbene essa ci conduce solo là dove non si può che ammettere, per quanto a malincuore, la propria ignoranza.
Ugualmente lei mi impone di osare, e giustamente.
Ebbene, per cominciare, debbo avvisarla di non prestare orecchio alle facili consolazioni che certamente riceve e riceverà e che sempre più d’altra parte si vanno facendo folla intorno a noi, complice la stessa psicologia di cui vorremmo essere fedeli e umili testimoni. Le consolazioni consolano anzitutto i consolatori. Consentono a essi di coltivare l’illusione di essere immuni da ciò che agli altri è toccato in sorte, e ancor più d’essere saggi, prudenti e avveduti.
Così sentendosi al riparo e al sicuro, essi conservano la loro buona reputazione al prezzo di qualche buona parola. Ma, può esserne certa, se fossero onesti con se stessi, come dicono di esserlo, con gli altri, dovrebbero ammettere sinceramente che le consolazioni che offrono, consapevoli o meno che ne siano, nascondono null’altro che commiserazione per sé e risentimento per la vita.
Ecco dunque un primo consiglio: né commiserazione per sé né risentimento per la vita.
Benché oscuro sia lo sfondo sul quale la morte si manifesta, altrettanto oscuro quanto quello della vecchiaia e della malattia, per non dire di quello del peccato e della stoltezza, ebbene è lo stesso sfondo sul quale si staglia il sereno splendore della vita.
[…]. La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi. Per quanto ostico ci paia il compito, per quanto insostenibile, per quanto ostile, abbandonarci a noi stessi, abbandonare noi stessi non è contemplato tra le molte possibilità.
[…]. Se vogliamo inimicarci la vita, se vogliamo davvero averla contro sappiamo come fare: rinunciamo a viverla. […]. Abbiamo infiniti compiti che possiamo imporci e infinite mete verso le quali orientarci. Tutto ciò fa pur sempre parte della nostra vita, ma è ciò che la nostra vita ci chiede? La vita che abbiamo scelto per noi potrebbe infatti rivelarsi ben diversa da quella che avrebbe scelto noi.
Il problema è allora questo: giunto alla fine dalla mia vita che cosa mi ritrovo tra le mani? Se trovo solo il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non sarà gran cosa. Ma potremmo trovare ben di più, ben di peggio.
Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili.
Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Intorno a noi non vediamo che lotta, cediamo e soccombiamo alle perfide lusinghe dell’invidia. Si dice bene che l’invidia accechi il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che è stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.
Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. È nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di rispondere, a ogni passo, il nostro cammino. Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo”. [2]
Nel solco di queste riflessioni ci regala una perla di saggezza Mark Twain quando dice: “La vita è breve. Rompi le regole, perdona velocemente, bacia lentamente, ama profondamente, ridi incontrollabilmente e non rimpiangere mai ciò che ti ha fatto sorridere”.
Ecco che la “profezia del sorriso” diventa una saggia indicazione di come affrontare la vita, passo dopo passo, per compiere il nostro cammino, non importa quanto sia lungo.
Pensando ancora a quel giorno di esequie, di cerimonie di elaborazione del lutto e a quella mia idiosincrasia per le salme, le bare, le lapidi, i cimiteri che mi hanno indotto a immaginare quel giovane come un’anima sorridente che volava tra i mondi della sua Valle del Riso, mi piace cantare, con Pino Daniele (Quando) : “Siamo angeli in cerca di un sorriso”.
[1] Luisella Veroli, Prima di Eva, sui sentieri dei luoghi di culto della Grande Dea, Edizioni Archeologia dell’immaginario – Melusine
[2] C. G. Jung in Jung parla. Interviste e incontri, Ed. Adelphi, 1999.





