Home Politica IL CAPITALISMO ITALIANO: “PRIVATIZZARE GLI UTILI, SOCIALIZZARE LE PERDITE”

IL CAPITALISMO ITALIANO: “PRIVATIZZARE GLI UTILI, SOCIALIZZARE LE PERDITE”

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di Maurizio Ballistreri

Le ultime vicende dei cosiddetti “grandi gruppi industriali italiani” ripropongono l’attualità degli scritti di Ernesto Rossi, raccolti nel volume dal titolo “Settimo: non rubare”, pubblicato nel 1952. Rossi, economista di Scuola einaudiana e giornalista di razza, tra i fondatori della prestigiosa rivista laica “Il Mondo” di Pannunzio e del Partito radicale negli anni ’50 del secolo trascorso, nato da una costola di quello liberale, analizzò lucidamente le degenerazioni del nostro mercato capitalistico, segnato dall’interdipendenza tra gruppi politici, gruppi industriali e banche (e la grande stampa di un tempo, oggi in drammatico crollo di vendite e di utili), con sprechi, rendite monopolistiche e assistenzialismo di Stato, all’insegna dello slogan “privatizzare gli utili, socializzare le perdite”.

Mutatis mutandis quelle analisi appaiono di straordinaria attualità anche ai giorni nostri, con la vicenda della crisi dell’industria automobilistica nazionale, incentrata sul monopolio della Fiat, oggi confluita nel Gruppo a gestione francese di Stellantis e la nuova tranche di privatizzazione di Poste Italiane.

Per quest’ultima operazione, l’attuale governo di centrodestra sembra volere riproporre il modello di privatizzazione della Telecom –  l’incontro con i manager di Black Rock, il più grande fondo di investimento a livello globale, sembra andare in questa direzione – voluta al tempo da quella che il giurista Guido Rossi definì la “Merchant Bank” di Palazzo Chigi, dove sedeva l’ex comunista Massimo D’Alema alla guida di un governo di centrosinistra, con gli auspici di Enrico Cuccia patron di Mediobanca, il “custode” del capitalismo del “salotto buono” nazionale, e dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

E tutto ciò alla faccia del libero mercato e del principio di responsabilità di imprenditori e manager, con le grida manzoniane dei sindacati confederali, perpetuando l’impossibilità per il nostro Paese di avere una vera classe industriale, considerato che lo Stato interviene sempre a salvare le aziende private, ma solo se sono grandi, se si tratta di piccole e medie imprese vengono lasciate fallire, con gli operai licenziati, anche se hanno crediti con la pubblica amministrazione per milioni di euro.

D’altronde, il simbolo del grande capitale nostrano nel dopoguerra, Gianni Agnelli, in un’intervista al Corriere della Sera nel 1996, disse: “…dovevamo scendere a patti con i politici e l’impresa pubblica”; peccato che senza l’intervento pubblico per le rottamazioni e la cassa integrazione, la Fiat sarebbe fallita in quegli anni!

Povero Ernesto Rossi, se ritornasse in vita sarebbe drammaticamente sconvolto di avere ancora ragione!

Autore

  • Redazione

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