
di Carlo Di Stanislao
“Triste mestiere quello di pensare”
Luigi Malerba
Le sue opere ci invitano a riflettere sulla società della stanchezza e della trasparenza, in cui l’eros è in agonia e l’espulsione dell’Altro impedisce la salvezza del bello e ci accompagna a riscoprire la contemplazione, la cura e la speranza in un mondo sempre più frenetico e instabile.
Parliamo del filosofo sudcoreano Byung-chul Han, che con la sua acuta analisi della società contemporanea e la sua capacità di mettere in luce le contraddizioni e le sfide del nostro tempo, ci offre riflessioni originali e profonde sul vivere nell’era digitale senza cianfrusaglie orientaleggianti del buon vivere nella compassione e nel rispetto della trappola chiamare Agenda 20-30 e del neoliberismo.
Certo meglio di tanto ciarpame falso ecologista e superficialmente newage che sento e leggo in giro. Ma anche nel caso di Han, scorgo delle contraddizioni.
In un recente articolo in cui si descrive l’importanza del passaparola tra i giovani per il successo del filosofo che oggi è cittadino tedesco ed insegna in Germania, il New Yorker lo ha definito «il nuovo filosofo preferito di Internet». E ha notato il paradosso per cui i social sono allo stesso tempo un argomento di molte riflessioni critiche di Han e una delle ragioni del suo successo, motivato almeno in parte anche dalla brevità e chiarezza dei suoi scritti e dal fatto che sia una persona piuttosto restia ad apparire in pubblico.
«Con Byung-Chul Han è stata questa accoglienza dal basso a stimolare la domanda», ha detto al New Yorker John Thompson, direttore di Polity, un editore indipendente inglese che dal 2017 ha pubblicato 14 libri di Han. E non è un modo tanto convenzionale di ricevere attenzioni e recensioni, per libri di questo genere, ha aggiunto. Secondo il quotidiano El País uno dei primi e più grandi successi di Han, il libro del 2010 La società della stanchezza, ha venduto oltre 100mila copie in America Latina, Corea del Sud, Spagna e Italia, dove nello specifico ne ha vendute 15mila.
Il suo libro più recente, La crisi della narrazione, uscito a febbraio, riprende e amplia alcune nozioni da lui trattate in libri precedenti. Parla del declino della narrazione come attività di condivisione e fonte di senso e coesione all’interno delle comunità, e del parallelo successo dello «storyselling», descritta come una pratica fine a sé stessa, basata su una trascrizione priva di profondità di ogni cosa che le persone hanno da offrire e da vendere attraverso le storie (intese come formato sui social).
Molti libri di Han, in particolare La società della trasparenza, si concentrano sulla spinta collettiva alla divulgazione volontaria indotta dalle forze del mercato neoliberista, che trasformano in norma culturale l’autopromozione e la «pornografica esibizione di sé stessi». Ogni saggio esplora aspetti diversi di questo stato di frenesia guidato dalla tecnologia del tardo capitalismo, e il disagio che tende a provocare: dal burnout da «sovrapproduzione» e «concorrenza a sé stessi», all’algofobia, un’avversione ossessiva per il dolore che nega anche ogni suo valore etico, artistico e metafisico.
Eppure ha successo proprio fra i giovani che si autopromuovono, sessualizzano tutto e scrivono sui social frasi prive di profondità.
Nel libro Psicopolitica Han attribuisce la stabilità del sistema neoliberale a una situazione paradossale in cui, in assenza di una lotta tra classi antagoniste in senso stretto, è la libertà – o meglio: una forma di libertà «illusoria» – a generare costrizioni. Sentendosi libero da obblighi esterni, l’individuo immagina sé stesso come un «progetto» e si sottomette a obblighi interiori che derivano dalla libertà di potere (Können) e producono più vincoli del dovere disciplinare (Sollen), fino a sfociare in una sistema di costrizioni illimitato.
Eppure i grandi capitalisti ne hanno decretato il successo planetario.
Il neoliberalismo, come mutazione del capitalismo, fa del lavoratore un imprenditore. Non la rivoluzione comunista, bensì il neoliberalismo elimina la classe operaia che è sfruttata da altri. Oggi, ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa. Ognuno è padrone e servo in un’unica persona. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con se stessi.
L’informazione è effimera, accidentale, e procede per addizione e accumulo. Intensifica quindi l’esperienza della contingenza, che il racconto invece attenua nella misura in cui conferisce significato a ciò che è accidentale, rendendolo necessario. Il bisogno di senso e identità è peraltro, secondo Han, la ragione dell’attuale successo di modelli narrativi populisti, nazionalisti, tribali e complottistici, che si presentano come offerte di orientamento a buon mercato a fronte dello smarrimento provocato dall’informazione dilagante e ininterrotta.
E come non dargli ragione di fronte alle narrazioni/informazioni di Lumera & Co.?
Curare se stessi, preoccupandosi degli altri e del pianeta, innescando un circolo virtuoso che travalica ogni individualismo e si nutre solo di benefica reciprocità. Questa la strada indicata nel libro La lezione della farfalla (Mondadori), scritta a quattro mani da Daniel Lumera, esperto in scienze del benessere e della qualità della vita e punto di riferimento internazionale nella pratica della meditazione, e Immaculata De Vivo, docente di medicina alla Harvard Medical School e professoressa di epidemiologia alla Harvard School of Public Health.
Parole bellissime ma prive di un preciso orientamento applicativo e che stende una garza dorata su un mondo e un sistema che va in tutt’altra direzione, soprattutto in quelle aeree (Cina, India, ecc.) culla di antichi saperi.
Gli insegnamenti maturati in anni di esperienza e studio dai due autori danno così vita a una sorta di “manuale per una vita buona”, ricco di aneddoti simbolici, studi, ma anche favole e proverbi capaci di riassumere in poche righe il significato di interi capitoli. Alla base di tutto c’è la convinzione – espessa anche nel titolo – che a governare e determinare le sorti del nostro futuro e della sopravvivenza stessa della nostra specie sarà il celebre effetto farfalla.
Si, ma mai dicono come fare e cosa fare.
Di recente Lumera ha meditato 7 ore al giorno per 5 giorni al Maxxi, Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma e le immagini del suo cervello e e di quello dei numerosi ospiti della performance sono diventate opera d’arte per i visitatori.
Questa non è forse volgare spettacolizzazione di una pratica che prevede invece isolamento e misura?
Lumure & Co si basano su principi ingannevoli.
Il primo grande “inganno” risiede nel fatto che la maggior parte di queste tecniche proviene dall’antichità e dunque non è più adeguata al tipo di essere umano che oggi vive sulla Terra. La coscienza umana si sviluppa di per sé con il passare dei secoli e dei millenni, e anche l’impianto sociale cambia. La nostra coscienza e la nostra cultura sono profondamente diverse da quelle orientali di 5000 anni fa. Dunque, applicare delle tecniche e sperare di ottenere gli stessi risultati che si ottenevano millenni addietro, è una grande illusione.
L’essere umano moderno vive in un contesto che prevede complessità, tempistiche molto rapide, input e informazioni a flusso continuo, relazioni più difficili, problematiche psico-fisiche di natura più sistemica. Dunque per risvegliare la coscienza e accedere allo spazio spirituale dentro ognuno di noi, occorre adottare delle pratiche adeguate al nostro tempo. Oggi non ha più senso recitare mantra e praticare meditazione per ore, sperando così di “risvegliare” l’Anima. Andava bene in India o in Cina o sulle Ande migliaia di anni fa, ma oggi non più.
Il secondo grande inganno riguarda la personalità. Molti “operatori” del settore New Age credono di aver fatto un lavoro di trasformazione di sé e dunque di poter aiutare gli altri a fare altrettanto. In verità, purtroppo, hanno solo spiritualizzato il loro ego, sostituendo alle credenze materiali altre credenze più spirituali. Ma la minestra è sempre la stessa e questo comporta come conseguenza il fatto che insegnano agli altri la stessa cosa, ossia cambiare il sistema di credenze restando comunque sulla superficie della mente. C’è un preciso tratto della personalità che si aggancia facilmente alla New Age, ossia il “salvatore“. Coloro che hanno questo tratto molto sviluppato, tendono a credere di poter “salvare” gli altri, si sentono delle guide sagge che possono condurre le persone verso la guarigione e il risveglio, ma in realtà stanno solo aderendo a delle aspettative e a giochi di potere manipolatori basati sul plagio e sull’instillare la sensazione di “essere speciali”.
Come studioso di Medicine Tradizionali e docente di Psicosomatica, mi corre l’obbligo di una altra osservazione.
L’altro tratto di personalità che viene coinvolto spesso è quello del giudice interiore: la New Age rende il giudice semplicemente più “spirituale”, dunque le forme pensiero associate saranno anch’esse più “spirituali”. Ma il giudice resta e si basa sulla paura che è il terzo inganno che è la paura.
Molte pseudo-guide mantengono il potere sui clienti e sugli allievi instillando la paura:
– se non fai un percorso di questo tipo non puoi risvegliarti,
-se non ti iscrivi a questo corso allora vuol dire che fai resistenza al cambiamento, ecc.
Manipolare attraverso la paura è un atto che non ha ha davvero niente di spirituale.
In particolare, le maggiori credenze che circolano nella New Age si possono riassumere nei seguenti punti:
– un operatore può guarire un cliente: in verità, nessuno può guarire qualcun altro (nemmeno un medico). Tuttalpiù un buon terapeuta può aiutare una persona a comprendere come guarire se stessa. Nel mondo New Age, la maggior parte degli operatori si sentono dei guaritori;
il risveglio spirituale permette di vivere nella gioia e di liberarsi dalla sofferenza: questa è la più grande menzogna della finta spiritualità; la vita terrena è un susseguirsi di eventi piacevoli e spiacevoli, per cui nessuno può davvero affrancarsi dalla sofferenza, e le emozioni di fatto sono un fenomeno biologico e fisiologico, pertanto un buon lavoro interiore non prevede di non provare più emozioni e stare sempre nella gioia, bensì di imparare a regolare le emozioni e a viverle in modo funzionale;
– per essere spirituali bisogna imparare a essere buoni, corretti e a non reagire: questo porta le persone a reprimere se stesse e il loro sentire, tendendo a un finto buonismo dal sapore manipolatorio; concetti come il perdono, la gratitudine, il “tutto è uno” sono stati talmente fraintesi e inflazionati da aver creato un folto manipolo di persone che vivono nella totale illusione che si possano perdonare gli altri, che bisogna essere grati a chi ci fa del male così impariamo cose su noi stessi, che bisogna sopportare situazioni nocive così ci si esercita sulla legge dello specchio, che bisogna riflettere gli altri perché tutto è uno. Questi concetti, acquisiti dal punto di vista mentale e cognitivo, servono solo per creare nuove credenze spiritualizzate, non certo per aprire il cuore al Divino.
Scrittore, viaggiatore, Paolo Rumiz, Premio Campiello alla carriera 2024, invita gli intellettuali a “smetterla di guardarsi l’ombelico” e aggiunge che ” siamo arrivati ad un momento della nostra storia in cui non basta più fare letteratura, bisogna fare narrazione e ritrovare quelle parole che sappiano parlare all’intelletto e al cuore e non solo alla pancia”.





