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LA VIA DELL’ORSA

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di Angelo Giubileo e Robert Von Sachsen Bellony

E’ senz’altro complicato risalire alle origini di una “cultura”, quale che sia, e ancor più se la storiografia risponde al comunissimo adagio secondo il quale la storia la scrivono i vincitori.

E invece la ricerca dimostra continuamente come ogni cultura è sempre frutto di un processo di accrescimento, che – nell’ambito di un’unità geografico-territoriale di riferimento – si avvale sempre di uno scambio tra vecchie e nuove conoscenze. Inoltre, quest’ultime sono il frutto di nuove sperimentazioni, che maturano all’interno o provengono dall’esterno dell’unità medesima.

E pertanto, se è pur vero che il processo attuale di globalizzazione è altresì “caratterizzato da lingue e culture – dominanti – di matrice indoeuropea”, occorrerebbe tuttavia e piuttosto indagare la natura di questa stessa matrice, risalente addirittura a un’epoca che – stante le attuali ricerche – immediatamente precede l’ultima fase di glaciazione al circolo polare artico (circa VIII millennio a.C.).

E tuttavia, sarebbe assurdo parlare di un processo lineare, dato che occorre piuttosto parlare di contaminazioni tra due modalità essenziali di vita riconducibili a due diverse impostazioni culturali o “pacchetti” come li chiama Harald Haarmann.

Molti conoscono i saggi di Giorgio de Santillana – e in particolare “Il mulino di Amleto” scritto in collaborazione con Hertha von Dechend -, così come i saggi di Lokamanya B. G. Tilak – e in particolare “Orione” -; ma non conoscono l’opera più recente di Harald Haarmann, del quale, in particolare, segnaliamo “Sulle tracce degli indoeuropei. Dai nomadi neolitici alle prime civiltà avanzate”.

Negli autori del secolo scorso la chiave di lettura delle epoche storiche prende inizio dal V millennio a. C. circa e s’inserisce nell’ambito di un filone culturale che definiamo essenzialmente “nomade, maschile e guerriero” indoeuropeo. Invece, le ricerche di Haarmaan hanno ormai dimostrato l’esistenza di un’area di interscambio protoindoeuropea (circa 8.000 – 4500 a.C.) che precede. E tale che nel corso del VI-V millennio, i paleo-europei – che avevano già acquisito il “pacchetto agrario” – lo scambiarono con il “pacchetto pastorale” dei nomadi migranti dalla steppa ad est. In un’area individuata oggi come area della cultura di Trypillia (immediatamente a ovest dell’area che, oggi, è ritenuta l’Urheimat protoindoeuropea).

Il periodo d’interscambio culturale “ebbe conseguenze durature per entrambe le parti (quali) acculturazione dei nomadi della steppa, (l’)adozione di strutture sociali elitarie e della lingua indoeuropea da parte dei paleoeuropei stanziali” e coincise, aspetto fondamentale, con l’inizio dell’epoca di lavorazione dell’oro (4500 a.C. circa) in sostituzione del rame (5400 a.C. circa). L’oro, già simbolo d’immortalità, diviene così simbolo di ricchezza materiale.

Nei suoi “Sentieri interrotti”, Heidegger in qualche modo sintetizza: “L’uomo sta per slanciarsi su tutta la terra e nella sua atmosfera, sta per impadronirsi da usurpatore del regno segreto della natura – ridotto a forze – e per sottoporre il corso della storia ai piani e ai progetti di una dominazione planetaria”. E aggiunge: “Quest’uomo in rivolta non è più in grado dire semplicemente che cosa è (ist), di dire che cos’è che una cosa è”.

E dunque: in un contesto dove le correnti del pensiero si intrecciano, i saggi di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend affiorano come relitti di un’epoca in cui il pensiero era fuso con la coscienza universale. Il mulino di Amleto non rappresenta solo un’indagine storica, ma un viaggio nelle dimensioni sottili del tempo, dove le forze archetipiche degli indoeuropei danzano sotto il cielo di una memoria condivisa.

D’altra parte, l’opera di Harald Haarmann si erge tuttavia come un faro di modernità, rivelando interconnessioni profonde e ancestrali. Nella sua narrazione Sulle tracce degli indoeuropei si svela l’esistenza di un ponte invisibile tra il presente e un passato remoto, di un’epoca di scambio e trasformazione, in cui i paleoeuropei, intrisi del “pacchetto agrario”, abbracciano le saggezze nomadi e le simboliche potenzialità del “pacchetto pastorale”. 

L’errore sarebbe ed è quello di sostenere l’esistenza di un processo mono-direzionale, e non invece, così come accaduto e accade, bi-direzionale di “acculturazione”.

Questa sinergia tra culture, attraverso l’arte dell’incontro, genera una metamorfosi che ridisegna le identità, aprendo le porte a una nuova era di consapevolezza. Di cui è rappresentazione la cultura di Trypilia, con le sue impronte di stanzialità e innovazione, memoria di una mappa di legami indissolubili.

E così, Heidegger – nell’epilogo della sua ricerca pubblicata nei “Sentieri interrotti” – rappresenta la sfida dell’anima moderna. L’uomo, un usurpatore della natura e dei suoi misteri, si lancia in una corsa frenetica verso la dominazione, ma in questa frenesia perde il contatto con la propria essenza. Egli dimentica l’antica saggezza del “che cosa è” e si allontana dall’armonia primordiale. 

Nel labirinto di epoche e di culture, vi è sempre la ricerca di una verità più profonda, un’invocazione a ritrovare il ritmo del kosmos, a riannodare i fili dell’umanità legata alla consapevolezza del proprio essere e della natura che ci circonda. L’esplorazione, quindi, non è solo storica ma ontologica, un viaggio verso il riconoscimento dell’interconnessione tra tutte le cose.

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  • Redazione

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