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IN UN MONDO COSI’ COMPLESSO, E’ NECESSARIA UNA LA PARTECIPAZIONE POLITICA DI TUTTI

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di Antonio Foccillo

Una nuova preoccupante escalation del conflitto sta allargandosi nel Medioriente, non bastava quella fra Ucraina e Russia, e ogni giorno che passa la situazione rischia di diventare gravissima, con un pericolo sempre più evidente di coinvolgimento di altri paesi.

Dopo la crisi economica del 2009, la Pandemia, si stanno aprendo anche tanti focolai di guerra nel mondo. È evidente a tutti che, sul piano economico, sociale, politico, culturale e della convivenza civile e fra i popoli, stiamo vivendo una fase di regressione drammatica.

Di fronte al fallimento di una capacità di mediazione diplomatica più che guardare bisognerebbe ritornare a progettare e sperimentare modelli nuovi di convivenza, dove ogni popolo è rispettato nella sua autonomia e nella sua autodeterminazione.

Sempre più un organismo come l’ONU dimostra la sua incapacità ad intervenire e sempre più ci sarebbe bisogno, invece, di un nuovo ente autorevole e riconosciuto che sia capace di prevenire e laddove non fosse possibile, perché il conflitto è già scoppiato, porsi fra i governi delle parti in guerra e imporre la fine delle ostilità. Può sembrare alla luce delle varie vicende attuali solo utopia, ma bisogna farlo. Abbiamo detto dell’Onu, ma la stessa Europa, nel conflitto alle sue porte, non è stata in grado di svolgere nessuna funzione.

Come si fa a non volere capire che bisogna individuare modelli di società con regole nuove, procedure e soggetti in grado di mettersi insieme e creare un valore aggiunto per tutta l’umanità.

L’estrema fluidità della realtà socio-politica, costretta ad adattarsi al dettato del pensero unico, con enormi costi sociali ed economici, ha determinato un indebolimento del vincolo sociale, la diminuzione della sicurezza e della fiducia, la diffusione delle logiche del conflitto, quale unica forma per imporre la propria forza ed egemonia.

In tutta questa rincorsa agli armamenti e alla logica del più forte si sono persi di vista i problemi reali quali quelli del sociale e del diritto del singolo di vivere la propria vita in serenità ed in pace.

Se vogliamo avanzare ancora di più sulla via del progresso e della convivenza, si dovrà pensare e sperimentare istituzioni più umane, che indirizzino e incoraggino il comportamento effettivo delle persone, in una direzione sempre più coerente con il nostro senso universale, con il nostro bisogno di normalità, ragionevolezza, eticità, moralità e funzionalità.

Oggi, nonostante i limiti che le teorie del libero mercato hanno evidenziato, sembra che ancora si continui a seguirne imperterriti tali logiche e la politica non riesce a regolare neanche gli aspetti che, soprattutto al culmine della crisi fra i popoli, tutti indifferentemente ritengono dovessero essere normati.

Molti commentatori delle vicende che si susseguono sostengono che la politica debba ritornare a fare Politica (con la P maiuscola), sapendo che le società non possono vivere sempre in conflitto, per produrre la necessaria mediazione fra le diverse posizioni.

Si impone anche l’esigenza di ripensare le regole della convivenza democratica, perché la democrazia è riconoscimento reciproco, è garanzia di pluralismo, è tutela delle diversità, è doveri e diritti, tutti principi che nell’attuale realtà sembrano essere stati smarriti.

La crisi, dovuta alle varie guerre, non è solo economica, sociale, di distruzione di infrastrutture e di perdita di vita umane, ma anche di etica, di solidarietà e di reciproco riconoscimento.

I nuovi valori sono mancanza di etica, ricerca del profitto a tutti i costi, individualismo esasperato, disinteresse verso gli altri e arricchirsi singolarmente in ogni modo.

Questa logica è incompatibile spesso con gli istituti giuridici che riguardano direttamente la personalità umana (c.d.d. i diritti della personalità) e trascura aspetti che mutano di gran lunga gli stessi assetti delle istituzionali delle varie regioni del mondo.

Per questo non può essere considerata un’utopia la visione di una società in cui vi sia giustizia sociale, equità, libertà, partecipazione democratica, coesione e solidarietà, etica e morale.

Pertanto, da tutti deve venire una nuova iniziativa che metta al centro della discussione politica, economica e sociale, la persona, le sue aspettative, i suoi diritti e la sua dignità di cittadino. Dove sono finiti i grandi movimenti di opinione che promuovevano manifestazioni, discussione e proteste contro le guerre? Si è perso forse la volontà dell’opposizione alle violenze nei confronti di cittadini inermi da parte di pochi che pensano solo al guadagno?

 

Troppi in questi anni hanno lavorato per distruggere la cultura del dialogo e del rispetto dell’altro accentuando così le difficoltà della convivenza fra i popoli.  

Bisogna che le coscienze si rimettano in discussione per realizzare, con un’autentica azione concreta, non solo una rituale denuncia, ma, soprattutto di fattiva mobilitazione e proposta ai vari governi che sostengono o che subiscono la guerra, senza lasciare spazio al solo orrore e sdegno per la violenza criminale che si è abbattuta su alcuni popoli.

Bisogna incominciare ad operare per ricostruire una più vigorosa e vigile “cultura della convivenza”, espressione prima di tutto dei diritti dei cittadini.

La parte sana delle nazioni deve evidenziare il comune sentire circa l’urgenza di porre fine alla perdurante illegalità dei conflitti e quindi avanzare la richiesta di contribuire a ridefinire “regole nuove”, capaci di garantire il delicatissimo passaggio dall’imbarbarimento che si sta vivendo. 

Di fronte alle tante situazioni di violenza e di guerra che si stano diffondendo sempre di più, come un cancro nelle regole di convivenza civile, si manifesta un giustificazionismo morale onnicomprensivo che nega la responsabilità del proprio operato. Invece, bisogna riaffermare con forza che chi infrange le regole va ritenuto sempre responsabile delle proprie azioni e, una volta condannato, deve espiare le proprie colpe.

Non si può tacere di fronte ai fatti tragici nelle dolorose vicende conflittuali che si ripetono e nei commenti spesso si ripetono le solite parole stantie. Tante frasi fatte, tanto stracciarsi le vesti o cospargersi il capo di cenere, ma poi tutto torna come prima. Invece, bisogna, ricreare una cultura del fare, che passa, attraverso: assunzioni di responsabilità, previsione degli eventi e rispetto della vita umana.

È necessario quindi partire insieme alla ricerca dei fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

Questa etica, contrapposta sia al liberismo selvaggio, sia all’autoritarismo illiberale, sia alle tante violenze delle guerre, prevede che una serie di regole definiscano i diritti ed i doveri: qualcosa talmente semplice da apparire superato ad osservatori opportunamente distratti dalla sofisticata propaganda che sostiene il nuovo corso mondiale e che se non adeguatamente contrastata, porta al concreto rischio di involuzione nell’umanità, poiché diffonde e giustifica la tesi secondo la quale il mio diritto è più importante del tuo.

Bisogna riappropriarsi della propria esistenza di uomini che vivono in questo presente, con una responsabilità che si estende anche sul futuro e sulle generazioni a venire. Facendo ciò si potrà esercitare quella libertà e quella responsabilità che sono i caratteri distintivi dell’uomo.

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  • Redazione

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