
“L’Unione europea non è e non può diventare soggetto politico. Perché non è Stato tantomeno nazione ma oggetto non identificato formato da Stati con storie e culture proprie, che esprimono interessi specifici. Gestibili in punto di economia, a costi discutibili e ineguali. Irriducibili a unità quando si tratta di guerra”.
A scriverlo non è un pericoloso sovranista, populista, putiniano, ma il direttore della più importante e autorevole rivista italiana di geopolitica, Lucio Caracciolo, su Limes 7/2024.
L’Unione Europea non è uno Stato, non è una nazione, non ha una carta costituzionale, ha una banca centrale che non ha un sottostante statuale; è, in buona sostanza, una moneta, una mercato, una asfissiante burocrazia al servizio della tecno-finanza.
La fotografia della inesistenza dell’Europa, così come viene dipinta dai supporter della tecno-finanza che governa di fatto l’Unione, l’ha fornita Open, il giornale fondato da Enrico Mentana, il quale, oltre a fare il giornalista si occupa di fare il censore per conto di Meta (Facebook, Instagram).
Scrive Open: “Se almeno nello sport l’Unione europea fosse unita, Ursula von der Leyen sarebbe oggi la star indiscussa del medagliere olimpico di Parigi 2024: alle ore 20 del 5 agosto, infatti, la Ue avrebbe già vinto 163 medaglie, quattro in più di quelle conquistate da Cina, Stati Uniti e Australia messe insieme (sono i tre Paesi che oggi guidano la classifica del medagliere). Anche se nelle singole discipline non verrebbero meno i primati cinesi e americani, unendo le sue forze l’Europa sarebbe la nazione più forte nello sport”.
Guarda caso, quando sul podio salgono gli atleti, suonano gli inni nazionali. Le medaglie sono italiane, francesi, e via discorrendo, non europee. Il tifo si fa per gli atleti nazionali. Amen.
L’Europa, nella coscienza collettiva dei popoli europei, non esiste e Ursula von der Leyen non è una star, ma una nana bianca, ossia una stella implosa, avendo esaurito la sua vita energetica.
Un’Europa che non è uno Stato, non è una nazione, non ha una carta costituzionale non può avere una politica estera, come è dimostrato dall’inutilità evidente dell’Alto commissario e non a caso, il lungimirante direttore di Limes scrive. “Un primo incoraggiante segnale di ritorno alla responsabilità sarebbe l’abolizione del «ministro degli Esteri» comunitario con le sue strutture per manifesta inutilità”.
E qui arriviamo all’interrogativo relativo all’orchestra di tromboni dei media nostrani che vogliono a tutti i costi che Giorgia Meloni cada, con l’ausilio di Forza Italia (leggi Mediaset) per dare origine ad un governo inciucio stile Giuseppe Conte II, dove il partito che fu di Silvio Berlusconi appoggerebbe Elly Schlein in compagnia di Movimento cinque stelle (di origine finanziario-anglosassone e in procinto di cambiare nome) e dei cespugli verdi e rossi.
Ne scrive, su questo stesso numero del giornale Ruggiero Capone.
Perché la Meloni deve essere cacciata?
Perché ha delegittimato, assieme a Orban, il «ministro degli Esteri» comunitario e la baronessa von der Leyen, dimostrando che la politica estera la fanno gli Stati e non l’Unione.
Scrive sempre Lucio Caracciolo: “L’irritatissima reazione dei vertici comunitari, umiliati e offesi, conferma che la derapata di Orbán ha colpito nel segno. Chi legittimamente ne depreca i tratti autoritari e continuerà a farlo, vorrà forse cogliere quanto di utile c’era nella fuga solitaria del leader magiaro. Quanto meno si chiederà perché il rappresentante di un piccolo paese centroeuropeo sia stato ricevuto dai massimi leader mondiali, nessuno dei quali avrebbe perso tempo con analoga missione in solitario della signora Ursula von der Leyen e dell’altro rappresentante per la politica estera dell’Unione, Josep Borrel”.
Viktor Orbán ha aperto la via ad un possibile compromesso che ponga fine alla guerra in Ucraina in controtendenza con i chiacchieroni dell’Unione Europea che promettono quallo che non possono dare. Vale per le armi e per i proiettili e vale per l’adesione all’Unione.
Infatti, come scrive Lucio Caracciolo, “promettiamo l’adesione di Kiev all’Unione Europea con il retropensiero che non avverrà perché farebbe saltare il nostro banco”.
L’irritazione nei confronti di Orbán riguarda anche il tema dell’affidabilità della parola data che ormai scarseggia da tempo, sia da parte dell’Unione Europea, sia da parte della Nato.
E’ in questo quadro di chiacchiere impotenti, messe a nudo da Viktor Orbán, che si inserisce il tentativo di eliminare il governo guidato da Giorgia Meloni.
Il presidente del Consiglio italiano, con il suo viaggio in Cina e con gli accordi sulle regole con Xi Jinping, ha messo all’angolo la neoeletta Ursula von der Leyen, dimostrando che gli accordi li fanno gli Stati (nella fattispecie Italia e Cina: due Stati che hanno storie millenarie) e che si pone la questione, attualissima, di una ridefinizione degli assetti mondiali rispettando le regole.
Kissinger docet. Ci vuole una nuova Yalta.
In buona sostanza, Giorgia Meloni, così come Viktor Orbán, hanno dimostrato che è possibile esercitare la leadership politica e non essere camerieri ottimati al servizio di madama tecno-finanza.
Non solo.
Mentre a Parigi l’ormai insopportabile alterigia di Emmanuel Macron inaugurava le Olimpiadi woke, ossia l’esaltazione dell’ideologia della tecno-finanza (finita ormai nella cloaca reale e metaforica) e mentre il Presidente della République française, incapace di formare un governo, lasciava il presidente della Repubblica italiana a bagnarsi assieme agli altri capi di Stato, Giorgia Meloni stava a Pechino ad affermare la necessità di operare, sia pure da punti di vista diversi, all’interno di regole internazionali condivise.
Non va sottovalutata, peraltro, la visita di Giorgia Meloni in Cina anche sotto il profilo della realizzabilità del Piano Mattei in Africa, dove, volenti o nolenti, i conti con la Cina si devono fare (anche con la Russia, a dire il vero).
Ecco che Giorgia Meloni diventa scomoda per chi vuole che si continui a giocare secondo regole neo coloniali. Regole fallimentari, come dimostra la cacciata di Macron dalla Francafrique, ora in mano ai russi.
Non mancano, in questo panorama che, quanto meno, ha la dignità di un’opposizione a una nuova definizione delle aree d’influenza per affermare il globalismo neo coloniale, anche calcoli meschini, come gli interessi pubblicitari dei media (giornali, televisioni, ecc,) e di chi si è trasformato da politico in rappresentante itinerante di interessi emiratini.
Se ci aggiungiamo anche chi prende i finanziamenti da George Soros, la ratatuia italiota è servita.
Al netto delle miserie italiane, il tema è geopolitico e affossare oggi il governo di Giorgia Meloni significa essere contrari alla possibilità che l’Italia svolga un’azione di equilibrio nell’ambito della geopolitica, attuando, nel frattempo, politiche che facciano gli interessi del Paese.





