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LA PATRIA TRA VUOTE PAROLE E REALTÀ ESSENZIALI

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Corone ufficiali d’alloro all’Altare della Patria. Onore al milite ignoto, simbolo di tutti quelli che sono morti per la Patria.

Ieri, festa della Repubblica, la parola Patria è risuonata a profusione, in una sorta di abbuffata mediatica, di celebrazione artificiosa, perché menzognera, in un contesto nel quale, in tutti gli altri giorni dell’anno della Patria di fa strame, in base al wokismo imperante, all’ideologia malata della cancel culture, alla negazione dei popoli, delle diversità e delle peculiarità, all’idea dal sottofondo nazicomunista di un’umanità (con la u minuscola) composta da esseri tutti uguali e grigi. Meglio: da transumani. Chi parla di Patria nei giorni normali rischia di essere definito fascista, sovranista, populista.

Solo il 2 giugno è consentito usare la parola Patria con emozione, con orgoglio e con lacrimuccia di convenienza, seguendo la fanfara dei bersaglieri e la bandiera che arriva dall’aere con i parà della Folgore o il tricolore dipinto nel cielo dalla pattuglia acrobatica. Nel resto dei giorni no. Nel resto dei giorni sei un sovranista, quando non un fascista, comunque uno che non capisce il valore supremo del progressismo.

Ed ecco che, giusto per essere irriguardoso nei confronti della presunta cultura dominante del progressismo, che è sempre più, questo si, simile al fascismo, ne scrivo sul giornale di oggi, lunedi 3 giugno: un giorno qualsiasi.

La Patria è “l’ambito territoriale, tradizionale e culturale, al quale si riferiscono le esperienze affettive, morali, politiche dell’individuo, in quanto appartenente a un popolo” ed è, al contempo, “territorio e popolo che vi risiede, unito da una lingua e dall’uniformità di cultura e tradizioni”.

L’Umanità è l’insieme degli esseri umani che abitano il pianeta Terra ed è costituita da esseri umani individui, unici e irripetibili e da popoli che hanno caratteristiche diverse.

L’Umanità può essere un insieme disarmonico, come purtroppo è avvenuto e avviene, o armonico, ossia il concerto di una grande orchestra di esseri umani e di popoli, così come dovrebbe essere.

Nulla di più distante dall’idea di un’umanità indifferenziata, di uomini tutti uguali, privi di identità, di radici, di tradizioni, di storia, di cultura, di simboli.

La Patria è il luogo dei Padri (radice sanscrita *pa-, da cui pati,  “antenato”); è il luogo degli Antenati, ai quali non solo dobbiamo la vita, ma le tradizioni, la cultura, le conquiste di civiltà.

Chi non rispetta gli Antenati e non li onora è un essere senza onore e senza dignità.

Nella fattispecie ai nostri Antenati europei dobbiamo la libertà individuale, la democrazia, la sovranità popolare, la parità di dignità di tutti gli esseri umani. Ai nostri Antenati e ai loro sacrifici dobbiamo soprattutto la possibilità di esercitare il libero pensiero, che è il bene più prezioso, in quanto consente all’essere umano di creare nella bellezza quando non sia oscurato nella sua coscienza dalla  ὕβϱις, hýbris (“tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”).

I concetti maturati nel corso dei secoli dai nostri Antenati hanno fatto dell’Europa la culla della civiltà occidentale. Una civiltà viva e vivificata dagli archetipi che stanno al suo fondamento e che ne costituiscono le radici. Perdere il rapporto con le radici significa privarsi della linfa vitale e condannarsi all’estinzione.

La Patria come archetipo potente

L’Umanità si nutre di archetipi e di simboli e la Patria è un archetipo potente.

Gli archetipi, anche se nati in uno specifico tempo e in uno specifico luogo, trascendono le loro specifiche origini e si riferiscono a idee condivise dall’intera specie umana.

Le qualità e le virtù proprie dell’archetipo consistono nel fatto che lo si può usare per avvicinare persone diverse, mettendo in risalto ciò che hanno in comune. In questo caso l’archetipo assume un valore universale. Al contrario, quando un archetipo assume una caratterizzazione tribale, divide. Il fondamentalismo è un esempio di uso dell’archetipo in chiave tribale, in quanto non solo divide, ma porta a rendere moralmente e teologicamente accettabile o addirittura desiderabile l’immolazione di massa e l’immolazione degli individui.

Il fondamentalismo religioso si avvale di archetipi tribali e di un apparato archetipico catartico e palingenetico. Si invocano apocalissi, scontri finali e battaglie ancestrali tra i Figli della luce e i Figli delle tenebre; si evoca Armageddon.

Gli archetipi vanno oltre la razionalità e trovano la loro forma espressiva nei simboli, i quali trovano risonanza nell’inconscio.

L’attivazione e la manipolazione degli archetipi e dei simboli ha pertanto un valore fondamentale nella determinazione di percorsi costruttivi o distruttivi, unificanti o divisivi.

Per lo scrittore francese Michel Tournier, scrivono Baigent, Leigh e Lincoln, “un «diabolo» è un simbolo divenuto autonomo, mutato in legge o principio autosufficiente, un mostro di Frankenstein scatenato, che vuol schiavizzare, se non distruggere, le persone che avrebbe dovuto servire. I simboli possono essere pericolosi e, come dice Tournier, chi di simbolo ferisce, spesso di simbolo perisce”. [i]

Esempi recenti di apparati simbolici “diabolici” sono stati, nel Novecento europeo, il Nazismo e lo Stalinismo. Himmler, con la Thule e l’Ordine germanico, voleva instaurare una nuova religione a capo della quale c’era lui con dodici sommi sacerdoti. Stalin, dopo aver studiato da sacerdote in un seminario teologico a Tiflis, si era rivolto, come molti dirigenti sovietici, al Cosmismo, nella ricerca dell’immortalità.

“Se i principi «spirituali» vengono distorti – scrivono Baigent, Leigh e Lincoln – il potenziale di distruzione è semmai maggiore rispetto al materialismo. Lo «spirito», se sfugge di mano, è molto più pericoloso della semplice materia. La «guerra santa» può essere la meno santa di tutte le guerre, che sia condotta da fondamentalisti islamici in Medio Oriente o da fondamentalisti cristiani in America”. [ii]

La corretta attivazione del mito archetipico della Patria è pertanto di fondamentale importanza al fine di costruire, armonizzare, amalgamare, ma proprio perché è un mito archetipico non può essere progettato e realizzato artificialmente.

Ne consegue, dato che siamo alle prese con le elezioni riguardanti l’Unione Europea, che se si vuole che l’Europa sia una Patria e non un leviatano buro-finanziario, è necessario identificare e rivitalizzare gli archetipi comuni alle popolazioni del continente europeo, ossia gli archetipi in grado di attivare il riconoscimento di radici comuni, atteso che l’apparato archetipico sincretico del cristianesimo, che è servito da collante ideologico per secoli, si sta affievolendo, se non esaurendo e che la sua indubbia debolezza lascia un vuoto che potrebbe essere riempito da valori alieni che sono all’opposto da quelli conquistati con immani e secolari fatiche, lacrime e sangue, dai nostri Antenati.

 

[i] Baigent, Leigh, Lincoln, L’eredità messianica, Tropea editore

[ii] Baigent, Leigh, Lincoln, L’eredità messianica, Tropea editore

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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