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RIFORMA COSTITUZIONALE, PREMIERATO ED ALTRO

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di Giuseppe Augieri
 
La lucidità della senatrice Segre è ammirevole. Il suo intervento sul premierato, per me con luci ed ombre, ha l’indubbio merito di allargare il ragionamento che si sarebbe dovuto fare e non si è fatto né da parte della maggioranza e né dalla parte delle opposizioni.
L’ombra è data dal richiamo alla perdita di potere del Presidente della Repubblica, a mio parere una variazione delle sue attribuzione che è solo formale, perché nella sostanza non viene toccato il suo ruolo preminente di gestore degli equilibri dei tre poteri dello Stato. Vedo in queste critiche una legittima, ma non asettica, espressione di una appartenenza politica. Le rispetto ma mi sia permesso di essere di parere opposto.
Le luci sono su altri argomenti, e per me centrali: l’elezione diretta del premier sposta significativamente il rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo. Un rapporto che il continuo ricorso a decreti ed al voto di fiducia ha già pesantemente destabilizzato. Sono d’accordissimo con queste indicazioni di Segre: mi permetto solo di rilevare una sinora carente azione del Presidente della Repubblica, per un potere che la proposta di premierato non gli toglie, sul rinvio alle Camere di decreti che non abbiano la caratteristica dell’urgenza e indifferibilità. Lo ha fatto Mattarella qualche giorno fa: forse avrebbe dovuto farlo più spesso ed i suoi predecessori altrettanto. Lo stesso appunto può valere per le leggi ordinarie, magari approvate con ricorso alla fiducia: non c’è premier, anche se eletto direttamente dal popolo, che può mettere in discussione questo potere.
L’invito di Liliana Segre è dunque quello di riportare attenzione e dibattito sull’equilibrio costituzionale tra poteri. Io credo che l’invito vada raccolto e che questo comporti una discussione ben più ampia di quella che è sul tappeto.
Nel tempo, dopo Mani Pulite, vi sono state due vere e proprie rivoluzioni nei poteri dello Stato. La prima, con la sostanziale perdita dell’immunità Parlamentare, si è privato le due Camere di una propria autonomia e indipendenza che ne definiva il rapporto con il potere della Magistratura. L’altra è stata quella dell’assunzione dell’informazione di un potere non inferiore a ciascuno di quelli della classica tripartizione. Il quarto potere c’è non solo nella visione Wellesiana e sarebbe dunque giusto normare confini e rapporti con gli altri poteri: perché poteri senza limiti e regolamentazioni, e cioè assoluti, non fanno parte del DNA delle democrazie. Per come si sono andate definendo, con una esplosione incontrollata, dimensioni e ruoli dei mass-media, i suoi legami con la Magistratura, e di converso le tante carenze informative ed il perché di esse, si è creata una situazione di dovuta attenzione sullo stesso concetto di libertà e sulle sue difese. Nel mondo oggi, e sempre più, Montesquieu appare superato: lo Stato va rifondato su una quadripartizione (e non più tripartizione) dei poteri. Con il potere legislativo – perché unico, ripeto unico, di natura direttamente elettiva – rivalutato, ed anche di molto.
Se aggiungiamo a queste variazioni anche la degenerazione fattuale del già citato rapporto tra Parlamento e Governo, il rapporto ormai stridente tra Parlamento e Magistratura, e – ciliegina sulla torta – una legge elettorale (e cioè la definizione del come garantire il dare spazio alla volontà popolare ed alla rappresentatività democratica), claudicante sotto mille angolature, vi è terreno per un confronto non asfittico che io credo giusto, opportuno ed anzi urgente.
Il richiamo alla democrazia diretta, fatto da Meloni, non può essere disgiunto dalla consapevolezza dell’impostazione di democrazia rappresentativa che noi abbiamo in Costituzione. Non può essere calato “a freddo” sperando di diminuire i sobbollimenti anche violenti in atto. La constatazione, sicuramente vera, che questa rappresentatività è oggi al minimo storico in tutti i suoi aspetti non può portare a proposte che lasciano inalterati i nodi che ne hanno provocato la crisi.
Vale per chi propone e per chi contropropone: qui, più che altrove, il solo no – sarà pure con tutte le ragioni di questo mondo – non serve a nulla. E’ solo l’indicatore dell’assenza di politica. Da ultimo non dimentichiamo anche che il non poter esprimere la preferenze alle elezioni politiche è un grave vulnus

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  • Redazione

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