
Israele ha lanciato un attacco contro l’Iran, proprio nel giorno del compleanno della Guida suprema Ali Khamenei e in risposta al lancio di droni iraniani sul territorio israeliano?
Israele non conferma, non rivendica e sostiene l’ipotesi di un’operazione compiuta da dissidenti iraniani.
Mehdi Toghyani, membro del parlamento iraniano di Isfahan, come riporta Al Jazeera, sostiene che il “tentativo disperato di Israele con l’aiuto di agenti locali è fallito e ha portato loro una nuova disgrazia”. E ha aggiunto: “Fate loro sapere che siamo pronti a proteggere il nostro caro Iran”.
Kioumars Heydari, comandante in capo delle forze di terra dell’esercito iraniano, ha affermato all’Irna, rilanciata sempre da Al Jazeera, che l’Iran rimane vigile: “Se oggetti volanti sospetti appaiono nel cielo del Paese, saranno presi di mira dalla nostra potente difesa aerea”.
Cosa è accaduto? Nella notte di ieri sono state segnalate esplosioni nei pressi di Esfahan, dove è stata colpita una base aerea militare.
Gli Usa hanno fatto sapere di non aver autorizzato Tel Aviv.
Israele, dal canto suo, aveva preavvisato gli Stati Uniti dell’imminente raid, assicurando che non avrebbe colpito i siti nucleari. L’Aiea ha infatti confermato l’assenza di danni alle strutture.
L’attacco è stato dunque “limitato”: in tutto sono stati abbattuti tre droni sopra a Esfahan. Teheran ha successivamente ridimensionato il raid: “Assurdo attribuire l’attacco a Israele, non ci sarà una risposta”. Sempre secondo fonti iraniane, il raid sarebbe stato effettuato “con piccoli droni, forse da dentro il Paese”.
In questo gioco degli specchi, dove un attacco non viene rivendicato da Israele e viene attribuito a dissidenti interni, così come fa anche Teheran, uno degli aspetti emergenti, al di là delle dichiarazioni, è che Israele ha fatto capire che la presenza in Iran di suoi agenti e i contatti degli stessi con la dissidenza sono fattori che hanno la potenzialità di colpire a fondo e ovunque.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, sempre in questo gioco degli specchi, in un post su X ha definito la risposta” insufficiente e moscia”.
E qui veniamo all’altro degli aspetti interessanti della vicenda consumatasi nella notte di ieri.
Per gli analisti, il blitz israeliano ha rispettato le sollecitazioni di Usa e alleati per non aumentare la tensione nella regione, tant’è che Teheran ha ridotto la questione a una manovra di dissidenti interni.
E qui c’è l’aspetto, forse più interessante di tutta la vicenda. Attacco, contrattacco, gioco di escalation e di de-escalation alla fine hanno fatto digerire agli Usa l’affondo di Tel Aviv su Gaza.
Come scriveva giovedì InsideOver, sui media israeliani campeggiavano in prima pagina i titoli riguardanti “il presunto nuovo accordo tra Washinton e Tel Aviv sulla gestione dell’attuale crisi mediorientale. In particolare, dalla Casa Bianca sarebbe arrivato il via libera per un’operazione su Rafah, l’ultimo lembo della Striscia di Gaza non coinvolto dalle azioni di terra israeliane, in cambio però della rinuncia a un attacco diretto contro l’Iran”.
Se così fosse, Bibi Nethanyahu avrebbe preso due piccioni con una fava.
Da un lato ha restituito a Teheran il vulnus alla sicurezza di Israele. Con l’attacco del 7 ottobre di Hamas, infatti, l’Iran, al quale rispondono i militanti di Hamas, aveva dimostrato che Israele era vulnerabile, attaccabile, mettendo in dubbio quella conquistata deterrenza che aveva fatto delle forze armate israeliane e dei servizi segreti del Mossad e dello Shin Bet una sorta di cortina invalicabile per chiunque.
Ora il messaggio è arrivato al cuore dell’Iran, in prossimità dei centri di raffinazione dell’uranio, con un attacco dall’interno, solo dimostrativo, che però dice a Teheran e al mondo che se Tel Aviv vuole colpire può colpire dove e quando vuole, anche in profondità.
Il vero contrattacco, sta qui, nella restituzione di un buco nella deterrenza, che fa capire che l’Iran è vulnerabile.
L’altro piccione riguarda l’impotenza iraniana a difendere Hamas e l’uguale impotenza Usa a bloccare l’operazione di pulizia totale della striscia di Gaza.
Si tratta ora di vedere se Teheran agirà ancora con i suoi proxi, con il risultato di avere qualche altro “dissidente” che lancia, invece che droni, qualche missile ben diretto o se gli ayatollah hanno capito la lezione e lasciano che il loro proxi Hamas venga massacrato, con il silenzio assenso dei Paesi sunniti.





