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AUTOELOGIO DELLA FOLLIA

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di Giuseppe Augieri

Non credo assolutamente di avere intelligenza e sensibilità al disopra della media. A me, la sola parola guerra mette davanti agli occhi le scene che abbiamo visto: case distrutte, milioni di persone in fuga, corpi sull’asfalto, atrocità compiute e subite. Per me la guerra è questo, senza bisogno che me la si mostri. Non è un videogioco: chi spara uccide e non ha vite di riserva.
Il soldato in battaglia che non guarda in faccia a nessuno e spara; preso dalla paura, la mente obnubilata dall’angoscia di avere il compito di uccidere, spara magari anche sui civili. Non pensa più a chi sta di fronte. Non aspetta di capire se è un nemico. Non è il Piero di De Andrè e la sua guerra. Perché il terrore di essere coperto dal campo di papaveri rossi non è più sentimento umano: è istinto di conservazione. Istinto. Perciò non umano: animalesco. Chi pensa alla guerra, deve sapere che guerra è questo. Un orrendo che c’è. E che non trova contropartite per essere accettata.
Come me, credo la pensino così non poche persone. Che spesso, per pudore dei proprie idee, tacciono. Sopraffatte dalla retorica dell’eroismo, quella insegnataci a scuola, quella trasmessaci dalla storia, talvolta fantasiosa, dei grandi gesti, delle grandi epopee che spesso nascondono ben altro. Ma sono il mito: e guai a scalfire un mito. Parlare di Pisacane, adombrando qualcosa di un po’ meno di eroico che in verità c’è stato, intaccare la memoria stessa della “spigolatrice di Sapri” porta all’accusa di abiura. O quella di revisionismo, sinonimo spesso di fascismo. E così la discussione è chiusa.
Questo è un frutto avvelenato. Intossica anche le migliori intelligenze. E’ alla base dei comportamenti anche nella vita di tutti i giorni. Comportamenti che, quando riusciamo a ragionare freddamente, ci scandalizzano. O forse ci fa comodo dire che ci scandalizzano. L’uomo che vince; che sa apparire; che riesce nella vita a diventare forte, importante, danaroso, famoso, attira la nostra attenzione. Sotto una coltre di invidia c’è ammirazione: lui è riuscito. Dimenticando che, nella stragrande quantità dei casi, le sue vittorie sono dovute all’essere riusciti a passare sulla testa di tanti altri. Quelli che, per mille ragioni, con una vita di sacrifici e di rinunce, anche personali, anche sofferte, hanno scelto di operare e vivere in funzione di altri valori che sono molto meno appariscenti, altri sentimenti, altri impegni di responsabilità. Ma non fanno rumore: sono la foresta che cresce contro le foglie che stormiscono al vento.
E’ un modo di ragionare molto comune. A me non sta bene.
Perciò io apprezzo l’eroismo, ma non solo quello del sacrificio della vita. Che rispetto profondamente. E a chi mi domanda se queste mie riflessioni sono attribuibili anche al dramma ukraino, rispondo: si!.
Ecco, io sono folle. E questa mia follia non la elogia nessuno. Forse giustamente. Dunque lo faccio da solo. E, mentre lo faccio, non posso che piangere.

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  • Redazione

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