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IL VESTITO AD ARLECCHINO DELL’ ITALIA.

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di Gianvito Caldararo

Il vestito istituzionale dell’Italia è simile a quello di Arlecchino, cioè è caratterizzato da una varietà di durata del mandato elettorale. I ministri, Parlamentari e i presidenti del Consiglio possono durare anche a vita, nel mentre i sindaci e i Governatori delle regioni non possono superare consecutivamente i due mandati. Di recente è stato consentito il terzo mandato per i sindaci dei Comuni con meno di cinquemila abitanti.

Questa innovazione del non superamento dei due mandati consecutivi è avvenuta quando è stata promulgata la legge che ha previsto la elezione dei sindaci e dei Governatori regionali a suffragio universale e diretto. Alla base di tale decisione il legislatore ha inteso evitare che con la elezione diretta dei sindaci e dei governatori senza la limitazione del mandato si creassero le condizioni di veri e propri “sultani” o “potentati politici”, ovvero quelli che Massimo D’Alema chiamava i “cacicchi”, cioè il potere dei potentati politici locali e regionali.

Eppure un sistema democratico non dovrebbe prevedere alcuna limitazione fino a quando esiste un solido rapporto di fiducia tra l’eletto e gli elettori. L’Italia ha conosciuto nel passato figure di sindaci eletti per moltissimi anni. Una ampia descrizione di alcuni “mitici” sindaci è riportata in un vecchio libro di Guido Quaranta, giornalista parlamentare, autore del volume dal titolo  “Signor Sindaco” – edizioni Mondadori del novembre 1981.

La curiosità di Quaranta nacque a seguito di un sondaggio condotto da un istituto specializzato, dal quale emerse che gli unici politici che, stando al sondaggio, “si salvano sono i sindaci: quei personaggi che cingono la fascia tricolore nelle cerimonie ufficiali, sono coadiuvati da una squadra di assessori chiamata giunta, rilasciano le licenze di commercio, firmano i certificati anagrafici e , come sovrani di un piccolo Stato, hanno il potere di emettere ordinanze che riguardano l’edilizia, l’incolumità delle persone, la salute pubblica rispondendone davanti all’assemblea del Consiglio comunale”.  Con la legge di riforma nota come “riforma Bassanini”, molti di quei adempimenti e poteri sono espletati dai dirigenti della burocrazia comunale.

Nel libro di Quaranta vengono descritti sindaci che hanno legato il proprio nome al Comune amministrato per lunghi anni. È il caso di Giovanni Marcora, detto Albertino, classe 1927, eletto senatore nel collegio di Vimercate e divenuto sindaco del Comune di Inveruno, noto per avere le strade pulite come una città svizzera. Sarà ministro dell’Agricoltura e continuerà ad amministrare il suo Comune di Inveruno per numerosi anni. Un sindaco democristiano sempre indaffarato e che non amava perdere tempo. Quando capitava a palazzo Madama, sede del Senato, e sentiva i colleghi parlare in aula per ore e ore, sbuffava dicendo: “Ma perché non imparano da Reagan che, con un discorso di 16 minuti, ti manda avanti l’America”?

Vi è poi Guido Monina, che avvinto come l’edera perché del PRI, da sindaco di Ancona, si recava a piedi in Municipio e spesso si metteva a lavoro prima dei dipendenti. Dalle otto e un quarto alle dieci dava udienza a tutti i cittadini che avevano un problema. Il mio modello, proclamava, “è Aurelio Saffi, uno dei triumviri della Repubblica romana: quando venne eletto sindaco di Forlì, annunciò che da quel momento avrebbe messo da parte gli interessi del suo partito per dedicarsi esclusivamente alla cittadinanza. Così pensò che si debba fare”.

Quando a Zanone, segretario nazionale del PLI, gli fu chiesto di un sindaco liberale, disse: “Abbiamo Pierino Iorio, un’istituzione”. “Un’istituzione perché? domandò Guido Quaranta.  Perché ha più di novant’anni e deve essere il sindaco più vecchio d’Italia”. Era sindaco da molti anni del Comune di Pietrabbondante, a pochi chilometri da Isernia, a 1000 metri di altezza. Sindaco per ben 34 anni e si vantava che nel 1958 aveva fatto mettere la luce elettrica dove mancava, che il 1971 ha portato l’acqua nelle case, ha fatto lastricare le strade interne e che stava pensando alla costruzione di un campo sportivo.

Incontriamo nel libro di Quaranta anche Beniamino, il sindacone, perché con un faccione cordiale e il cranio pelato, portava grossi occhiali da miope e pesa 115 chili. Si tratta del socialista Beniamino Finocchiaro, che si vantava di essere sindaco della città più socialista d’Italia. Sarà eletto deputato e poi presidente della RAI, nonché presidente del Consiglio regionale di Puglia. Quando gli spazzini, già ben retribuiti, si astennero dal lavoro per reclamare la quattordicesima mensilità, imbracciò una scopa, ordino agli assessori di fare altrettanto e ramazzò la città tra gli applausi della gente, inducendo subito gli scioperanti a riprendere il servizio. Salvemini diceva: “Fai quello che devi e venga quel che può”. Io, spiegava Beniamino Finocchiaro, “la penso come lui”. Il suo compagno di partito, Rino Formica, lo definiva un “simpatico prepotente”, mentre un altro socialista, l’on.le Claudio Signorile, lo definiva “un conversatore brillante ma torrentizio”.

Si incontra anche “Gabbuggetto rosso”, cioè il sindaco comunista di Firenze Elio Gabbuggiani, il quale ricordava che il padre aveva due grandi aspirazioni. La prima che uno dei figli entrasse in amministrazione comunale di Firenze, in cui lavorava come stradino. La seconda era che imparassimo a suonare la tromba. Elio Gabbuggiani nel 1975 diventerà sindaco di Firenze e assicurerà un lungo periodo di stabilità amministrativa e andrà a sedersi sulla poltrona su cui si erano avvicendati sindaci democristiani e socialisti, come Gaetano Pieraccini, Giorgio La Pira, Lelio Lagorio, Luciano Bausi e Giancarlo Zoli. Ricordava come avesse portato a Firenze l’acqua potabile ozonizzata, la più limpida e gustosa d’Italia, i vecchi, un tempo abbandonati a sé stessi, fruivano di un minimo di assistenza.

Il libro narra anche di sindaci come Susanna Agnelli, sindaca di Porto Santo Stefano, Renato Zangheri sindaco di Bologna, Cesare Trebeschi sindaco di Brescia, Zeno Zaffagnini, il sindaco comunista di Rimini detto il Peppone e tantissimi altri. Quello che emerge dal viaggio di Guido Quaranta, è la passione, l’impegno, la tenacia e il coraggio che si riscontra nella figura dei sindaci degli anni Ottanta. Sindaci amati e stimati dai propri concittadini.  

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