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SALVINI E LA BOCCIATURA DEL TERZO MANDATO

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di Massimo Carugno

Mentre alcune zone del mondo sono in fiamme, l’economia italiana arranca in salita con il fiato ormai in ampia riserva, la benzina è sempre alle stelle e per il carrello della spesa ci vuole una rata di mutuo nel teatrino della politica italiana si fa baruffa per nientepopodimenoche ?
Per il terzo mandato!
La storia è semplice, la Lega aveva presentato due emendamenti al decreto elettorale in esame al Senato con i quali si apriva al terzo mandato consecutivo la candidabilità di sindaci e dei governatori delle regioni.
Quello sui sindaci era stato ritirato dopo il parere contrario del governo, ma sull‘emendamento per i governatori i leghisti avevano fatto quadrato trasformandolo in una sorta di provvedimento “salva-Zaia”.
Il governatore veneto, infatti, sta esaurendo il suo secondo mandato e non sarebbe ricandidabile alle prossime elezioni regionali del 2025 e la Lega, temendo di perdere la regione adriatica, difende uno dei suoi uomini di punta.
Ma nella commissione Affari Costituzionali del Senato hanno ricevuto una sonora pernacchia.
Con una maggioranza schiacciante (16 a 4) tutte le altre forze politiche hanno bocciato l’emendamento lasciando soli i senatori leghisti con il solo strapuntino del senatore renziano di Italia Viva.
Tra i protagonisti del no i parlamentari delle altre forze della maggioranza fedeli ai diktat della Meloni e di Tajani e aprendo così una formale spaccatura della maggioranza.
Ma Salvini tira dritto: “Se ne riparlerà nell’aula, che è sovrana” ha tuonato appena informato dell’esito del voto.
Dagli alleati arrivano i Canadair anti-incendi.
La premier Giorgia Meloni ricorda che il terzo mandato “non era inserito nel programma” di governo e rassicura, “non è una materia che crea problemi alla maggioranza”.
E dalle parti di Fdi e Fi c’è l’auspicio che con il voto in Commissione si possa scrivere la parola “fine” a giorni di battibecchi e frizioni. Da qui il tentativo di tenere i bassi i toni, a partire dalla premier, che ha parlato anche di semplici “opinioni diverse” e discussioni “in massima serenità”.
Le fa eco il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani di FdI, quando ricorda che “sono cose che succedono, ma l’attività del governo non viene minimamente toccata”, mentre Gasparri sentenzia che non c’è “nessuna lacerazione”.
Ma i borbottii di protesta s’odono anche a sinistra con Bonaccini che contesta la scelta del PD, come al solito appiattito su questi temi sulle posizioni dei 5Stelle.
“Non si salvaguarda l’unità del partito” ha dichiarato il governatore dell’Emilia Romagna, dando così voce ai tanti sindaci e amministratori dem che volevano invece aprire al terzo mandato.
Sembrano spifferi ma forse non lo sono.
A destra Salvini incassa un crollo verticale dei sondaggi a fronte di una tenuta, se non un incremento, di quelli di Fratelli d’Italia e probabilmente si chiede chi glielo fa fare a tenere in piedi un governo la cui azione rafforza la Meloni e lo indebolisce tra la polvere.
A sinistra lo scontro mosso dalla nomenklatura del PD contro la Schlein e sommerso ma costante in un partito che, nel voto tra gli iscritti e i quadri dirigenti, aveva scelto a grandissima maggioranza Bonaccini e il risultato era stato invece ribaltato a favore della Schlein nel voto popolare nei gazebo.
A destra e a sinistra tante frizioni, puntate di piedi, piccole contestazioni.
La neve di novembre non coglie e non fa inverno, ma certamente lo preannuncia, rigido e cupo.
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  • Redazione

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