
di Roberto Federico
Venire alla luce è un modo di dire che esprime con grande effetto immaginifico, l’atto della nascita, momento questo dove la natura segue il suo corso e dove il nostro inizio si rivolge alla luce, quel “brillante bianco” della tradizione greca, che già al primo vagito, appartiene alla nostra essenza.
Dall’Ipogeo del primo istante, dove regna il buio, ci dirigiamo verso l’alto, dove la luce svela la sua verità.
Ma anche l’oscurità ha un ruolo nella lettura ontologica dell’essere, in quanto riempie ciò che non è luce e lì tra le tenebre, la natura umana rivela la sua fragilità e la propria inadeguatezza.
Sono questi i luoghi dove l’uomo conduce la propria realtà quotidiana immerso in una oscurità profonda, dove la vita si compie e scorre suo malgrado.
L’oscurità della non luce, della non conoscenza è un territorio molto vasto dove l’uomo si muove lentamente, dove i segreti più nascosti i deliri e le paure più profonde, prendono forma.
L’oscurità diventa così, uno stato d’animo che ci trattiene ci immobilizza ci schiaccia verso il basso.
La luce della conoscenza è l’alto a cui tendere e le tenebre della non-conoscenza sono il basso da cui sottrarci ma in cui viviamo giornalmente.
L’esperienza del “conoscere” ci mette a disposizione un alfabeto “nuovo” fatto di simboli e di ritualità interiore, elementi questi che ci permettono di leggere una nostra nuova storia in un modo maggiormente sensibile, cosciente, donandoci la possibilità di meglio interpretare, ciò che fino a prima ci era non visibile e a volte sconosciuto.
Ci facciamo, quindi “destino “di noi stessi, impegnandoci ad elevare la nostra condizione umana in un continuo equilibrio tra il buio dell’ignoranza e la luce della conoscenza per impedire alla mediocrità di prendere il sopravvento.
Rifuggire le convenzioni per concentrarci su una ricerca intima che ci porti al superamento dei fattori negativi, fino a trovare un equilibrio del nostro agire, è la scommessa che ognuno di noi deve giocare.
Tutto ciò, ci deve condurre alla supremazia dello spirito nei confronti del tangibile per consentirci di tendere alla conquista del “sé”, aiutandoci a trovare una nostra personale risposta al compimento della nostra opera, così da accedere ad un sempre maggiore livello di coscienza consapevole.
L’uomo postmoderno ha relegato in un angolo il sacro, ha eclissato i miti e un nichilismo accentuato ha contribuito al venire meno al senso e al valore della vita penalizzando la consapevolezza, che l’uomo dell’era pretecnologica aveva di sé, della propria essenza.
Abbiamo perso il senso di appartenenza a una tradizione a una storia e questo ha allontanato l’uomo dalla sua dimensione più autentica, quella naturale e spirituale.
Oggi facciamo fatica a capire chi siamo. Michel Onfray, per definire l’uomo consapevole della propria tempra interiore prende a modello la figura del condottiero medievale, eroe di assoluta determinazione nel valorizzare le proprie attitudini e nel dare forza alla propria volontà.
Questo esempio, si incarna perfettamente nell’idea di un uomo, consapevole di sé stesso che attraverso lo slancio vitale di cui è fornito, ottiene il massimo nella vita.
Un uomo in piedi in mezzo a mille difficoltà fatto di volontà di conoscenza, di curiosità, di coraggio, di intuizione e di giusto ribellismo per poterci al fine definirci “abilitati alla vita”.
Un progetto questo, che è alla base, per la realizzazione di un uomo unico e totale, un condottiero, altero, dai sentimenti nobili che persegue con costanza i propri obiettivi morali.
L’intuito acquisito, ci deve spingere ad abbandonare il buio che ci avvolge e liberarci dalle catene del dogma, del conformismo, del pregiudizio per vestire i panni del condottiero artefice del proprio destino, in linea con quel “conosci te stesso” che ci deve sempre guidare verso la luce, che è consapevolezza attiva, purché sempre rinnovata.





