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PARMENIDE E LA VIA DELL’ESSERE

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di Angelo Giubileo e Robert Von Sachsen Bellony

Prima che i più antichi astri si spengano definitivamente, questa è la verità dell’essere, tratta dall'”oblio” (a-letheia) di cui dice Martin Heidegger, che Dike rivela a Parmenide. Dike è la dea della “giusta misura di tutto ciò che è” (frammento 1,1-30), altresì detta “Moira”. Ovvero il nome proprio del destino (lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo) inerente a tutto ciò che “è”: passato, presente e futuro. E tu sappi questo, affinché mai opinione corrente possa sviarti (frammento 7/8,66). Dato che unica è la via dell’essere e del sapere incrollabile (frammento 7/8,1-7); ma contraria a ciò che, viceversa, sembra agli uomini che seguono la via (politica) delle opinioni o la via (religiosa) – che Plutarco chiama “superstiziosa” –  della contraddizione”. Gli stessi umani che posero duplice forma, contraddistinguendo “tenebra” da “luce”, a dar nome alle loro impressioni (frammento 7/8,58).

Ma: dato che tutte le cose si chiamano tenebra e luce (frammento 9,1), sulla via dell’essere tutto è pieno ugualmente di luce e notte invisibile, entrambe alla pari (frammento 9,3-4). Infatti, se si tratta di “nomi” e cioè “forme” – e quindi, alla maniera che sarà anche di Aristotele, sia gli uni che le altre entrambi privi di “sostanza” ovvero tutto ciò che è e non può non essere (frammento 2,3) – separatamente: nulla pertiene sia all’una che all’altra forma o nome (frammento 9,4). E dunque: d’una forma non c’era bisogno, in questo gli uomini si sono ingannati (frammento 7/8,59). Infatti: di qua il giorno (…), altro rispetto all’altro; anch’esso però in se stesso: notte cieca al contrario (frammento 7/8,61-64). E cioè, un’immagine “poetica” per dire che “l’essere è un mistero” e allora, alla maniera di Martin Heidegger, il pensiero deve poetare l’enigma dell’essere.

Come fanno altresì i versi del Rg-Veda, che descrivono l’origine – e quindi il mistero di tutte le cose – dalle “Acque primordiali”, riunite parte intorno al sole e parte intorno alla luna: “c’era oscurità, all’inizio, e ancora oscurità, in una imperscrutabile continuità di acque“. L’osservazione del cielo permise ai pensatori dell’inizio di apprendere il moto di rotazione, che appariva come il moto di rotazione dei due oceani celesti (na+ka, ovvero “na” per le acque notturne e “ka” per le acque diurne), parvenze primeve da cui deriverà ogni sorta ingannevole di forme, nomi, numeri e segni “diversi” e “opposti” fra loro.

Allora di via resta soltanto una parola che “è” (frammento 7/8,6 s.)

L’analisi di questi frammenti presocratici offre uno sguardo profondo sulla filosofia di Parmenide e sulla sua concezione dell’essere.

La citazione di Heidegger, che rievoca l’idea di “oblio” (a-letheia), evidenzia la centralità della verità nascosta dietro l’apparenza delle cose.
Parmenide, attraverso la voce di Dike o Moira, sottolinea la necessità di comprendere il destino intrinseco a tutto ciò che esiste, abbracciando passato, presente e futuro come una singola entità.
Il richiamo alla via dell’essere e del sapere incrollabile, contrapposta alle opinioni e alle superstizioni degli uomini, riflette la ricerca di una comprensione profonda al di là delle mere apparenze.
Parmenide critica la duplice forma di “tenebra” e “luce” attribuita dalle persone alle loro impressioni, sottolineando che la realtà va al di là di questa dualità.
L’idea che tutte le cose siano simultaneamente tenebra e luce, senza separazione sostanziale, apre la porta a un concetto di unità e totalità.
La critica di Parmenide alla necessità della duplicità indica un invito a superare le percezioni dualistiche e ad abbracciare la complessità e l’unità dell’essere.
Il riferimento alle Acque primordiali nel contesto delle visioni del Rg-Veda aggiunge un elemento cosmogonico alla riflessione di Parmenide.
Il concetto di “oscurità” iniziale e di acque primordiali crea una connessione tra il pensiero filosofico e le antiche mitologie cosmogoniche.
La conclusione, sottolineando che “di via resta soltanto una parola che ‘è'”, suggerisce un ritorno all’essenzialità del linguaggio e del pensiero come unico mezzo per accedere alla comprensione dell’essere.
Questo richiamo alla parola come via rappresenta una profonda riflessione sulla natura del sapere e della verità, una tematica che resta rilevante nella filosofia contemporanea.

Autore

  • Redazione

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