
di Sergio Restelli
L’uomo è soltanto l’uomo, con le sue incertezze e le sue paure, le sue debolezze e le sue passioni, la sua viltà e il suo coraggio, la sua pazienza e la sua insofferenza, il piacere e il dolore. Un essere supremo dotato di ragione e armonia deve aver creato l’universo e l’uomo, e noi ne vediamo i segni; ma al di là di quei segni, al di là delle nostre immaginazioni terrene, di questo essere supremo noi non possiamo sapere nulla. Dio è inconoscibile. Pensare di conoscerlo è il «prodotto di una straordinaria ubriachezza dell’intelletto umano, la cognizione di questa causa prima, di questo essere degli esseri, doveva restare indefinita, non stabilita, non dichiarata: essa non era altro che l’estremo sforzo della nostra immaginazione verso la perfezione». L’uomo in realtà non sa nulla. La sua presunta sapienza non è altro che un travaglio e un tormento che lo fa sprofondare negli abissi infernali. «L’uomo più saggio che ci sia mai stato, quando gli fu domandato che cosa sapesse, rispose che sapeva di non sapere nulla». Eppure, siamo figli di Dio, di questo essere sconosciuto; e una scintilla del suo «divino sapere» la possediamo fin dalla nascita. Per riconoscerla, dobbiamo farci umili e ignoranti, diventare «semplici». Gli uomini sapienti sono come le spighe di grano: «Esse si elevano e si innalzano, la testa dritta e fiera, finché sono vuote; ma quando sono colme e piene di grano nella loro maturità, cominciano a diventar umili e ad abbassare il capo. Hanno rinunciato alla loro presunzione e riconosciuto la loro condizione naturale». Dove conduce la sapienza «semplice»? In primo luogo, a considerare che il bene più prezioso è la salute: la sola cosa «che meriti in verità che uno vi dedichi non solo tempo, sudore, fatica, ma anche la vita per ottenerla; poiché senza di essa la vita viene a esserci penosa e fastidiosa». In secondo luogo, ma in pratica nello stesso momento a non guardare davanti, bensì dentro noi stessi. Guardando dentro noi stessi, scopriamo molte più verità di quante non immaginiamo, e impariamo. Scopriamo, per esempio, che se facciamo come gli animali i quali, nel momento in cui decidono di ritirarsi nella loro tana cancellano le tracce davanti alla tana, subito diventiamo padroni della nostra vita e non abbiamo più bisogno dei falsi o illusori giudizi del mondo: perché «non è per mostra che la nostra anima deve rappresentare la sua parte, ma nel nostro intimo, dove nessun occhio penetra se non il nostro». Scopriamo che siamo fatti di anima e di corpo: che la nostra intelligenza, il nostro giudizio e le facoltà della nostra anima in generale soffrono secondo i movimenti e le alterazioni del corpo», tanto che se la salute ci arride o il sole splende siamo amabili, laddove se solo un alluce ci duole diventiamo corrucciati e intrattabili. Scopriamo che, al pari della natura, che è in perpetuo mutamento, anche la nostra anima è in perpetuo mutamento, scossa dal dubbio, preda dei sentimenti, fragile «come un fragile scafo sorpreso sul mare da un vento furioso»; scopriamo che i sensi ci ingannano; che mai si può stabilire nulla di certo, perché «non c’è alcuna esistenza costante, né del nostro essere né di quello degli oggetti. E noi e il nostro giudizio, tutte le cose mortali andiamo scorrendo e rotolando senza posa». Infine, scopriamo il sentimento innato che ci lega agli esseri e alle cose che popolano l’universo: «Perché noi non siamo né al di sopra né al di sotto del resto: tutto quello che è sotto il cielo è sottoposto a una stessa legge e a una stessa sorte… Le anime degli imperatori e dei ciabattini sono fatte su uno stesso stampo… Il modo di nascere, di nutrirsi, di agire, di muoversi, di vivere e di morire delle bestie è simile al nostro… Gli animali sono molto più regolati di quanto siamo noi, e si tengono con maggior moderazione entro i limiti che la natura ha prescritto»: dunque, scopriamo e impariamo che «è più sicuro lasciare alla natura, che a noi, le redini della nostra condotta». La moderazione è la maggiore delle virtù. Questo lo impariamo a poco a poco e per il nostro vantaggio esercitandoci (talvolta con fatica, dal momento che virtù «facili» non esistono) in tutto ciò che umanamente significa la parola moderazione. Vale a dire: che la nostra curiosità si deve trattenere nel saper ascoltare piuttosto che nel prevaricare quando conversiamo; nel saper cogliere le novità e le diversità quando viaggiamo; nel saper riconoscere che non c’è piacere disgiunto dal dolore; nel saper godere dei nostri sensi, senza lasciarci travolgere dai nostri sensi; nel saper accettare la giovinezza e la vecchiaia; nel saper «trattenere l’anima fra i denti», perché, «la legge di vivere, per la gente dabbene, non è di vivere quanto a loro piace, ma quanto devono»; nel non avere paura della morte; nel saper morire!





