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COME GUARDIAMO AL NUOVO ANNO

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di Sergio Restelli

Alcune considerazioni sul come guardiamo al nuovo anno. Illumina il testo bellissimo e sorprendente dell’Anno che verrà, la canzone di Lucio Dalla. Caro amico, ti scrivo, inizia (anch’io scrivo al me stesso di allora) poiché “l’anno vecchio è finito, ormai, ma qualcosa ancora qui non va. Era il 1979 quando uscì il disco, e già l’imbroglio era chiaro: “Ma la televisione ha detto che il nuovo anno/ porterà una trasformazione. E tutti quanti stiamo già aspettando”. Dalla finge di credere alle speranze: “sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce, anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno; anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno.” Finzione, illusione, il futuro come posticipo della speranza. Forse il bambino di allora aveva ragione a non capire: “vedi caro amico cosa si deve inventare, per poter riderci sopra, per continuare a sperare”.

E’ vero: da quando abbiamo smesso di credere che la vita abbia un senso, dobbiamo mentire di più, inventare storie fingendole vere, paradisi lontani per sopportare l’esistenza e dimenticare il filo sempre più sottile, destinato a spezzarsi. Lo sapevano gli antichi, che inventarono le Parche- Moire in greco- figlie di Giove e Temi (la Giustizia), le divinità che stabilivano il destino degli uomini. Erano tre: una filava il filo della vita; la seconda assegnava il destino e la durata; la terza recideva il filo. Neppure gli dèi potevano cambiare le loro decisioni. In fondo, la nostra vita può essere vista come la lotta impari contro il fato e la caducità, di cui sono simbolo la fine di un anno e il sorgere del successivo. Ogni volta dobbiamo sperare, fingere festa per dimenticare, immaginare nuovi inizi.

Dovrebbe essere più facile- ma non lo è, il nichilismo costa- per l’uomo occidentale contemporaneo, che, dismessa ogni altra credenza si è attaccato al mito del progresso. Domani sarà inevitabilmente meglio di ieri. Perché dunque volgersi indietro, restare attaccati a tradizioni, modi di vita, valori che domani il progresso renderà obsoleti, perfino ridicoli?  I devoti del progresso somigliano a Orfeo, il mitico cantore che cercò di riportare alla vita terrena la moglie Euridice. Commosse dal suo canto, le Erinni, arcigne guardiane dell’Ade – l’oltretomba degli antichi- permisero che Orfeo portasse con sé Euridice. La condizione era che non dovesse mai voltarsi indietro. Alle porte dell’Ade Orfeo non resistette al dubbio: Euridice era ancora dietro di lui?

C’era, ma la promessa era infranta e la fanciulla tornò al suo destino. Strane considerazioni, trucioli di mito buoni per non affrontare la realtà, metafore, simboli dell’enigma umano, l’incomprensione del destino, la ribellione dell’animale sapiente all’ordine delle cose, il cui simbolo sono le feste di fine anno, il baccano che cancella il pensiero, i brindisi, l’allegria comandata, spesso sguaiata, le speranze rinnovate nonostante la certezza che saranno presto vanificate. L’anno vecchio e quello nuovo sono assai simili, anzi non esistono. Siamo noi ad averli inventati per misurare, attraverso il corso del sole, l’unico astro che vediamo ogni giorno, un’astrazione che chiamiamo tempo. La tradizione di festeggiare l’arrivo del nuovo anno risale a tempi antichi, quando gli esseri umani cercavano di dare un senso alla loro esistenza e di trovare conforto nell’illusione di un nuovo inizio.

Nonostante le nostre conoscenze scientifiche abbiano dimostrato che il tempo è solo una costruzione umana e che non esiste un confine netto tra l’anno vecchio e quello nuovo, continuiamo a celebrare questo momento come se segnasse una svolta significativa nelle nostre vite. La canzone “L’anno che verrà” di Lucio Dalla ci racconta di queste speranze e illusioni legate all’arrivo del “nuovo anno”. Dalla fa riferimento all’anno 1979, ma il suo testo è ancora attuale e rilevante perché esprime la volontà di credere che il nuovo anno porterà trasformazioni positive, al punto da definirlo tre volte Natale e una festa continua.

Queste parole sono cariche di finzione e illusione, perché sappiamo che le cose non cambiano così facilmente e che la vita non è sempre un’esperienza gioiosa e favorevole e suggerisce che, nel momento in cui smettiamo di credere che la vita abbia un senso intrinseco, siamo costretti a ingannarci e a inventare storie per far fronte all’esistenza e per dimenticare la caducità della nostra esistenza. Questo nichilismo che permea la società contemporanea ci spinge a cercare nuovi inizi e a sperare in un domani migliore, nonostante le difficoltà e il dubbio che ci può assalire. Le considerazioni sul mito delle Parche, le divinità che tessono il destino degli uomini, ci ricordano che la nostra lotta contro il fato e la caducità è impari.

Siamo consapevoli che, nonostante i nostri sforzi, non possiamo cambiare le decisioni che riguardano la nostra vita. La fine di un anno e l’inizio del successivo diventano simboli di questa lotta contro la natura effimera dell’esistenza umana. Nonostante tutto, continuiamo a sperare, a fingere festa e a immaginare nuovi inizi. Il progresso diventa la nostra unica fede, la nostra unica speranza per un futuro migliore. Ci aggrappiamo a questa credenza perché abbandonare ogni altra forma di fede e tradizione ci lascerebbe senza punti di riferimento e senza una direzione da seguire. Ma forse dovremmo fermarci un attimo e riflettere su quanto sacrificammo per questa fede nel progresso.

Metto in guardia su quest’atteggiamento, paragonando i devoti del progresso ad Orfeo che, tornando dal regno dei morti con la moglie Euridice, non può resistere alla tentazione di voltarsi indietro per assicurarsi che lei sia ancora con lui. In quel gesto di dubbio, perde la sua amata e torna alla realtà del suo destino. Le feste di fine anno allora diventano un modo per evitare di affrontare la realtà, per nascondere il pensiero e per cercare di cogliere un attimo di felicità nel mezzo delle incertezze e delle disillusioni

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