
di Andrea Feltri*
Ogni caso di cronaca e di delitto evoca sempre un grande coinvolgimento emozionale e giuridico, dare segnali forti sia da parte delle istituzioni che da parte di tutta la comunità è fondamentale per far scuotere tutte le coscienze anche di noi genitori per aprire gli occhi pure nei confronti dei nostri figli. Dopo gli ultimi episodi e numeri sempre in crescita di violenze sulle donne, si attende il testo di un provvedimento che punta a rafforzare le misure cautelari, quindi il braccialetto elettronico e alcune forme di prevenzione secondaria e nominare un coordinatore che dovrebbe occuparsi di una proposta relativa all’ educazione sessuale e affettiva contro la violenza di genere nelle scuole.
Per dare forte voce ad un cambiamento relativo a questo fenomeno non basta solamente rivedere l’aspetto normativo e giuridico ma mettere un focus centrale a capire la dinamica per la quale si arriva a gesti di violenza e uccisione, cercare di comprendere dentro sé il motivo per cui spesso vediamo “bravi ragazzi” diventare killer spietati e senza senso di colpa.
Senso di colpa che spesso ha la futura vittima a lasciare quello che poi diventerà il suo carnefice, anche quando è cosciente già in corso di relazione che molti aspetti e dinamiche sono disfunzionali e nel tempo arrecano un’escalation di comportamenti sia verbali che non verbali lesivi.
Sono importanti le leggi, la sensibilizzazione, le manifestazioni ed ogni forma di partecipazione per contrastare la violenza sulle donne, ma finché esistono e i dati aumentano significa che qualcosa è andato male e che dobbiamo occuparci ancor più a fondo del legame di co-dipendenza affettivo e manipolativo tra vittima e carnefice; due aspetti rovesciati della stessa medaglia ma legati “a specchio” e rispecchiamento seppur con l’epilogo di un finale diverso tra loro.
Proviamo così ad andare alla radice dei serbatoi emozionali che generano frustrazione, rabbia, aggressività; laddove spesso alla base per quasi tutti gli assassini c’è la “Ferita da Rifiuto”. La persona che vive in maniera molto intensa tale ferita deve capire se è un reale rifiuto e cercare di capire la motivazione per poi andare oltre; affinché si possa dare analisi ad ogni azione e reazione sia da parte di sé stessi sia da parte dell’altro interlocutore.
Nella maggior parte dei casi, andando ad indagare nei sotterranei della mente umana, sia la vittima che il carnefice hanno la stessa ferita da rifiuto, ed è questa la chiave che incastra “perfettamente” la persona manipolatrice a quella dipendente, cambia solo il processo evolutivo della non guarigione da ferita di abbandono.
Arriviamo così a comprendere che nella stragrande maggioranza dei casi gli assassini sono persone affette da narcisismo spesso fuggitive da emozioni o preferiscono piccole porzioni in quanto hanno difficoltà a vivere emozioni intense o di forte dolore, arrivando così ad una sorta di anoressia sulle emozioni. Ed è così che, provando odio verso sé stessi e verso chi ha procurato negli imprinting genitoriali tale ferita, ha bisogno di essere valorizzato da “altro da sé”, e la persona con tratti dipendenti prima amata e poi odiata diventa il serbatoio per valorizzare sé stesso e non sentirsi nuovamente rifiutato.
Per le stesse ragioni, la persona affetta da dipendenza affettiva sa che per non sentirsi rifiutata e valorizzata deve essere perfetta in tutto quello che fa, e quel valore che non riesce a dare a sé stessa lo alimenta al narcisista per acquisire a sua volta valore che non riesce a darsi. Entrambi hanno bisogno di attenzione e vivono nella paura inconscia del rifiuto e dell’abbandono.
Quando vi è una collusione emozionale, ovvero quando la persona dipendente inizia ad avere una presa di coscienza e consapevolezza, o semplicemente cerca una via di guarigione per sé stessa inizia il pericolo di stalking e di morte quando non ha gli strumenti giusti per allontanare il narcisista che nel frattempo sviluppa ossessione e rabbia.
Alla base delle dinamiche relazionali disfunzionali vi è una profonda insoddisfazione e frustrazione di sé stessi, per poi sfociare in aggressività, ed è in questo incastro tra vittima a carnefice dove gli affetti, le emozioni, i sentimenti, il pensiero e le azioni hanno un ruolo cruciale in un continuum tra funzionalità-disfunzionalità, esteriorizzazione-interiorizzazione, permettendo di far emergere l’aggressività.
È molto importante osservare la dinamica relazionale degli amori ossessivi con una lente di ingrandimento, non solo per comprendere le cause scatenanti dall’amore all’odio, ma anche in termini di prevenzione su fenomeni pericolosi.
La dinamica che fa passare dall’amore all’odio, fino all’ossessione, è appunto la paura del rifiuto e della separazione. Già nella parola separazione è implicito il dolore, la persona abbandonata, special modo nelle coppie ossessive, sente una mutilazione, una parte di sé che non c’è più. La parte che si è dedicata all’altro, che vive per l’altro sente la separazione con gran dolore e solitudine.
L’ossessione conduce ad avere una nevrosi, fino a portare alla persecuzione dell’altro, riuscendo ad introdurre nella vittima un senso di incolumità propria o di altri. La persecuzione inizia in modo subdolo fino a sfociare nel reato vero e proprio.
*Psico-Criminologo e Criminalista





