Che fine faranno i 24 miliardi di dollari iraniani congelati?
E se a Teheran avessero capito Trump meglio dei suoi sostenitori?
Da settimane sentiamo ripetere la stessa frase: “Non avete capito la strategia di Trump”.
Eppure, più passano i giorni, più la domanda diventa un’altra: esiste davvero una strategia riconoscibile?
Perché gli ayatollah fanno gli ayatollah.
Difendono il loro regime.
Prendono tempo.
Raccontano ai propri cittadini di aver resistito all’America.
Non c’è nulla di sorprendente in questo.
La sorpresa è un’altra.
È vedere Donald Trump presentarsi al G7 di Évian come l’uomo che ha piegato l’Iran,
mentre contemporaneamente a Teheran il regime racconta ai propri sostenitori di aver costretto Washington a scendere a compromessi.
E qui nasce il dubbio.
Non un dubbio ideologico.
Un dubbio politico.
Se entrambi dichiarano di aver vinto, chi sta raccontando la verità?
Trump annuncia che l’Iran non avrà mai l’arma nucleare.
Teheran continua a presentarsi come una nazione che non si è arresa.
Trump parla di svolta storica.
Gli europei chiedono ancora di vedere il testo definitivo dell’accordo prima di esprimere un giudizio.
Nel frattempo, assistiamo a una scena che ormai conosciamo bene.
Trump sorride.
Trump minaccia.
Trump rassicura.
Trump attacca.
Trump elogia.
Trump smentisce.
Tutto nel giro di pochi giorni.
A Évian lo si è visto ancora una volta.
Accanto ai leader mondiali, alterna ottimismo, recriminazioni, annunci e polemiche, lasciando spesso alleati e osservatori nel dubbio su quale sia la sua posizione definitiva.
È la stessa impressione che ha dato durante gli incontri con Giorgia Meloni.
Lui lamenta di non essere stato aiutato abbastanza.
Gli altri sorridono.
Non perché siano d’accordo.
Ma perché sembra impossibile capire dove finisca la diplomazia e dove inizi la recita politica.
Ed è qui che la questione iraniana diventa qualcosa di più grande.
Perché una superpotenza può essere dura.
Può essere morbida.
Può perfino sbagliare.
Ma non può permettersi di essere incomprensibile.
Israele oggi non sa se Trump sia disposto ad arrivare fino in fondo contro Teheran.
L’Europa non sa se l’accordo sia una svolta storica o una tregua temporanea.
Gli stessi iraniani sembrano convinti che basti aspettare il prossimo cambio di tono della Casa Bianca.
Ed è qui che arriva il punto centrale.
Molti continuano a chiedersi se Teheran stia prendendo in giro Trump.
Io credo che la domanda corretta sia diversa.
Teheran sta forse scommettendo su qualcosa che tutti vedono?
Sta scommettendo sul fatto che Trump sia più prevedibile nella sua imprevedibilità di quanto lui stesso creda.
Prima la minaccia.
Poi il negoziato.
Poi il trionfo annunciato.
Poi la correzione.
Poi una nuova promessa.
Poi un nuovo obiettivo.
Oggi l’Iran.
Domani l’Ucraina.
Dopodomani qualcos’altro.
E così il problema non diventa più l’Iran.
Diventa la credibilità.
Perché nella politica internazionale la forza non consiste nel gridare più forte degli altri.
Consiste nel fare in modo che amici e avversari sappiano esattamente quale linea non verrà mai superata.
Oggi, invece, abbiamo un presidente americano che sembra passare con estrema facilità dal pugno chiuso alla stretta di mano.
E quando il confine tra minaccia e trattativa diventa così sfumato, gli avversari non hanno bisogno di vincere. Devono soltanto resistere.
Forse è questo che a Teheran hanno capito.
E forse è per questo che, mentre a Washington si festeggia l’accordo, in Iran qualcuno sorride.
Non perché abbia vinto. Ma perché non si sente affatto sconfitto. Ed è una differenza enorme!
E ora poniamoci una domanda.
Tutta questa storia delle vittorie proclamate, delle conferenze stampa, delle strette di mano e degli annunci trionfali rischia di essere giudicata da un solo elemento molto concreto.
I 24 miliardi di dollari iraniani congelati.
Perché, se alla fine di questa trattativa il regime degli ayatollah resterà al potere, continuerà a trattare da interlocutore riconosciuto e otterrà anche lo sblocco di decine di miliardi di dollari, allora sarà difficile sostenere che sia uscito davvero sconfitto.
Anzi, sarà inevitabile chiedersi chi abbia ottenuto più concessioni.
Forse, alla fine, la vera domanda non sarà chi ha vinto.
La vera domanda sarà questa: se l’Iran riavrà quei 24 miliardi, chi potrà ancora sostenere che Teheran sia uscita perdente da questa vicenda?





