Un’industria proficua su cui non si indaga a fondo
Non passa settimana senza che in Italia si registri un tentativo di rapimento di un bambino.
Non di un adolescente, non di un ragazzino: di un bambino piccolo, in braccio alla madre, nel passeggino, all’uscita di un supermercato o nel cortile di una scuola.
Bergamo, Caivano, Trieste, Latina, Osio Sotto, Padova, Torino, Bologna, Roma. Città diverse, contesti diversi, un tratto comune che nessuno ha il coraggio di enunciare con chiarezza.
Gli autori, nella schiacciante maggioranza dei casi, sono cittadini stranieri. Rumeni, nigeriani, tunisini, ghanesi, gambiani, pachistani, brasiliani.
Gli ultimi dati del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale non lasciano margini di interpretazione: il 38 per cento degli arresti e denunce per sequestro di persona riguarda stranieri che rappresentano il 9 per cento della popolazione residente.
La propensione al reato è, secondo le analisi del Dipartimento, sei volte superiore a quella degli italiani. Per i sequestri ai danni di minori la quota straniera sale al 55,6 per cento.
Persone che, in molti casi, non dovrebbero nemmeno trovarsi sul territorio italiano, ma che ci vivono indisturbate al riparo del mito dell’inclusione coltivato dalla sinistra.
Un’idea bislacca e pericolosa che ha reso qualsiasi intervento di contrasto, dall’espulsione al semplice controllo, un atto politicamente indicibile e osteggiato fattivamente.
La risposta di sistema è sempre la stessa: disagio psichico, alcolismo, marginalità.
Come se in Italia non esistessero un milione e mezzo di alcolisti, centinaia di migliaia di tossicodipendenti e decine di migliaia di sbandati, nessuno dei quali, però, tenta di strappare una bambina di diciotto mesi alla madre rompendole il femore.
Il disagio mentale non spiega nulla, perché se lo facesse dovremmo contare centinaia di tentativi al giorno, non sei in sei settimane. La diagnosi psichiatrica è il “lupo solitario” dei rapimenti: chiude il caso nel perimetro individuale e vieta la domanda di sistema.
Bisogna chiedersi: perché e per chi?
Una persona che rischia il linciaggio – a Trieste il padre della bambina ha comprensibilmente pestato a sangue la donna prima che arrivasse la polizia – e sa che in carcere chi tocca i bambini non ha una vita, non agisce per un raptus.
Agisce perché ha qualcuno a cui consegnare quel bambino. Non lo spaventa la legge d’onore dei detenuti, secondo la quale chi tocca un bambino o una donna è un infame che merita di morire e tutti i carcerati si sentono autorizzati a procedere.
A Roma Cinecittà erano in due, con l’auto che aspettava. A Montesacro una coppia si è presentata a scuola chiedendo un bambino specifico, fingendosi parenti.
A Osio Sotto il pachistano, cacciato dallo spogliatoio, è rientrato da un altro ingresso. Non è follia. È un piano. E dove c’è un piano c’è un committente.
Il caso che squarcia il velo si chiama Kata. Cinque anni, peruviana, scomparsa nel 2023 dall’ex Hotel Astor di Firenze – un edificio occupato abusivamente da extracomunitari – e mai più ritrovata. Tre anni, nessuna traccia, inchiesta verso l’archiviazione.
La madre ripete da anni: “L’hanno venduta”. Venduta a chi, per fare cosa, attraverso quale rete – nessuna risposta. Ma se esiste una domanda e la frequenza dei tentativi dice che esiste, allora esiste un mercato. Non lupi solitari: un’industria.
A rendere il quadro ancora più opaco ci pensano le statistiche. La Relazione del Commissario straordinario per le persone scomparse registra 17.942 segnalazioni di minori scomparsi nel solo 2025, di cui 12.959 stranieri.
Il numero sembra confermare un’emergenza rapimenti di proporzioni devastanti. Ma chi legge quei dati con attenzione – vedi l’articolo Clandestini, l’infanzia inventata dei minorenni non accompagnati di alcuni giorni fa – sa che la stragrande maggioranza di quei dodicimila non sono bambini rapiti.
Sono maschi di sedici e diciassette anni, i cosiddetti MSNA, che lasciano le strutture di accoglienza per andare a ripagare il debito ai trafficanti.
Nel 2025, seimila di loro se ne sono andati “volontariamente”, l’86 per cento entro pochi mesi dall’arrivo. Non sono bambini. Non sono stati rubati. Sono quasi adulti spediti dalle famiglie e inghiottiti dal lavoro nero e dallo spaccio.
La parola “minore” copre entrambe le realtà – la bambina strappata alla madre a Bergamo e il diciassettenne bengalese che esce da un centro di accoglienza – e questo è il dispositivo più efficace per non affrontare né l’una né l’altra.
Gonfiare le statistiche con gli MSNA serve a produrre convegni, dossier, commissioni e stanziamenti.
Serve a chi ha costruito un intero apparato economico attorno all’accoglienza e ha interesse a tenere i numeri alti e le domande basse. Non serve a proteggere un solo bambino.
I bambini veri, quelli piccoli, quelli che non possono scappare e non possono difendersi, restano esposti a un pericolo che cresce di settimana in settimana.
Le indagini si fermano all’arresto del singolo esecutore. Il mandante non viene cercato. La rete non viene smontata. Il mercato che alimenta la domanda resta intatto.
Finché nessuno avrà il coraggio di chiedere non solo chi ruba i bambini, ma per conto di chi, i ladri continueranno a provarci. E, prima o poi, ci riusciranno.





