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Addio a Camillo Ruini, ultimo principe della Chiesa italiana

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Addio a Camillo Ruini

Le esequie saranno celebrate da Leone XIV nella Basilica di San Pietro

Si è spento la sera del 16 giugno 2026, nella sua residenza romana, il Cardinale Camillo Ruini, all’età di 95 anni.

Una delle figure più autorevoli e influenti della Chiesa italiana degli ultimi decenni ha lasciato questa terra dopo una lunga malattia, iniziata con un blocco renale il 21 settembre 2025, affrontata con discrezione e serenità.

Nato a Sassuolo (Modena) il 19 febbraio 1931, Ruini fu ordinato sacerdote l’8 dicembre 1954 nella diocesi di Reggio Emilia. Teologo di formazione, studiò alla Pontificia Università Gregoriana come alunno del Collegio Capranica.

Per quasi trent’anni si dedicò all’insegnamento della filosofia e della teologia nei seminari di Reggio Emilia e Bologna, affiancando all’attività accademica un intenso impegno pastorale nel campo della cultura e dell’educazione giovanile.

La sua ascesa nella gerarchia ecclesiastica fu rapida. Nel 1983 fu nominato da Giovanni Paolo II Vescovo ausiliare di Reggio Emilia – Guastalla. Nel 1986 lo stesso Papa lo chiamò a Roma come Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana.

Il 28 giugno 1991 fu creato Cardinale Presbitero del Titolo di Sant’Agnese Fuori le Mura e, pochi mesi dopo, fu nominato Presidente della CEI (carica che mantenne fino al 2007, sotto il pontificato di Benedetto XVI), Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma e Arciprete della Basilica di San Giovanni in Laterano, incarichi che ricoprì fino al 2008.

Il 17 marzo 2010 è stato nominato da Papa Francesco Presidente della Commissione internazionale di inchiesta su Međugorje.

Il suo motto episcopale, «Veritas liberabit vos» (“La verità vi farà liberi”), ha riassunto una vita spesa al servizio della Chiesa e della verità. Le esequie si terranno giovedì 18 giugno 2026 alle ore 16:30 nella Basilica di San Giovanni in Laterano e saranno officiate, come da prassi, dal Sommo Pontefice.

Con la morte del Cardinale Ruini, la Chiesa italiana e la città di Roma perdono un grande pastore. Lascia un’eredità di rigore intellettuale, fedeltà al Vangelo e profondo amore per l’Italia.

È difficile riassumere in poche righe le ragioni della rilevanza di questa figura, resa ancor più vivace dal confronto con uno sbiadito se non addirittura oscuro presente. A Ruini vanno riconosciuti molti meriti.

Innanzitutto era capace di confrontarsi col mondo contemporaneo senza cedere alla tentazione dell’integralismo o a quella dell’integrazione. Egli voleva che la Chiesa italiana fosse incisivamente presente nella società nazionale e per questo lanciò il Progetto Culturale, col compito di cristianizzare dall’interno un Paese già avviato a una radicale laicizzazione ma non ancora dimentico delle sue radici.

La difesa dei diritti umani fu intesa da Ruini in modo coerente e totale, per cui egli collocò al loro interno anche quello alla vita dal concepimento alla morte naturale e quelli esclusivi della famiglia naturale.

Molto contestato per una pretesa volontà egemonica, il Cardinale invece era preoccupato dello sfaldamento dei principi cristiani e umanistici dell’Occidente e quindi varò un piano di riconquista basato sulla persuasione e la testimonianza che era innanzitutto un progetto di difesa e sopravvivenza, perfettamente conforme al ruolo che la Chiesa italiana aveva svolto per millenni nella Penisola, anche se realizzato con nuovi mezzi e con la consapevolezza che i cattolici italiani erano una parte, sia pur ancor anagraficamente maggioritaria, della società e non più la sua sola componente.

In questo fu autentico interprete del pensiero dei Papi che servì ma anche del legittimo sentimento di autonomia dell’Episcopato italiano, che trovò in lui un leader nazionale, da affiancare, sebbene in ovvia posizione subordinata, ai Pontefici stranieri che lo avevano valorizzato.

Uomo di frontiera, perché la sua Emilia era il confine della cristianità italiana lungo la fortezza comunista, Ruini non subì mai il fascino dell’ineluttabilità del progressismo e del riduzionismo socialista, ma fu un coerente sostenitore del personalismo cattolico non solo contro il marxismo ma anche e soprattutto contro l’individualismo radicale e le tentazioni superomistiche del pensiero contemporaneo.

Testimone del disfacimento dapprima culturale e poi politico della Democrazia Cristiana, Camillo Ruini, d’intesa con la Curia Romana e dopo una brevissima stagione di agnosticismo politico tra destra e sinistra – quando invitò i resti del cattolicesimo politico a non schierarsi con nessuna delle estreme con una soluzione tattica impossibile da realizzarsi – avrebbe voluto che il voto cattolico si coagulasse, coerentemente, sul centrodestra e se ne impossessasse per farne il perno personalista cristiano di un bipolarismo adattato alle contingenze e alla storia politica d’Italia, ma la base elettorale strutturata della sinistra DC e di un certo mondo cattolico al quale Montini e Wojtyla avevano sempre guardato con sospetto, optò per il centrosinistra.

Quello che sembrava un fallimento divenne per la Chiesa cattolica un’occasione unica di centralità politica quale mai essa aveva avuto nell’Italia unitaria e in nessuna altra nazione del mondo contemporaneo, mentre per il suo leader, appunto il Cardinale – rafforzato nella sua funzione di Presidente della CEI dal fatto di essere anche Vicario Generale di colui che di Italia è Primate, ossia il Papa in quanto Vescovo di Roma, fu il trampolino di lancio per un ruolo politico di primo piano che svolse grazie alle sue arti diplomatiche nelle quali rivelò un talento insospettato.

La sua intuizione di saldare l’astensionismo storico in sede referendaria con quello indotto dalla richiesta delle Gerarchie ecclesiastiche fu la causa di un trionfo vero e proprio nel referendum sulla fecondazione assistita del 2005 sulla legge 40, che era stata redatta con un faticoso compromesso e che l’armata brancaleone e onnicomprensiva dei suoi avversari non riuscì a modificare.

Erano i tempi in cui i Papi non facevano battaglie comuni con le Bonino e le Parrocchie non erano sezioni di partito progressista, per cui la Chiesa, apparendo credibile anche a chi, laicamente, aveva a cuore una antropologia reale e non fittizia, ontologicamente fondata  e non funzionale ad un paradigma tecnocratico, vinse, coagulando il 74 per cento dell’astensione e raccogliendo nel 25 per cento dei votanti un numero di no oscillante, per i quattro quesiti referendari, tra l’11 e il 22 per cento.

La Chiesa italiana di Ruini, che non andava a dollari sorosiani, era ancora forte e l’Italia stessa, in ragione di ciò, appariva una anomalia ai centri del potere globalista. Il Paese era, ovviamente, una sorta di dependance della Chiesa da questo punto di vista e gli ottimisti potevano considerarla un modello di riconquista che poteva essere perfezionata se non esportata, ma la cosa più importante, al di là dei trionfalismi, era che attestava la vitalità del Cattolicesimo.

Il successo del Cardinale venne bissato quando, nel 2008, la legge sui diritti e doveri dei conviventi venne bocciata in Parlamento su iniziativa anche della CEI  e coi voti del centrodestra quasi tutto intero e dei cattolici del centrosinistra, nonostante quest’ultimo fosse al governo e il presidente Prodi si fosse dichiarato favorevole al disegno di legge.

L’opposizione della Chiesa è stata considerata, dallo stesso Ruini, come una causa determinante della caduta del Governo del Professore emiliano – anche se la volontà di bloccare la riforma dell’ordine giudiziario fu un motivo molto più determinante, anche se meno visibile.

Duramente attaccato e spesso volgarmente schernito da gente che oggi è diventata per certa Chiesa un punto di riferimento, Ruini, come spesso accade in casi analoghi in Italia, trasse da questa scomposta rozzezza motivo di forza e popolarità.

Non ieratico come Pacelli o Montini, non magnetico come Wojtyla, non amabile come Roncalli o Luciani, non intellettualmente seducente come Ratzinger, il Cardinale curvo, che sembrava uscito da una vignetta caricaturale del settimanale anticlericale d’inizio Novecento L’Asino, divenne popolare, credibile, stimato, rispettato e amato, forse perché non faceva nulla per piacere, come quando ebbe il coraggio di impedire le esequie religiose a chi, come Piergiorgio Welby, dopo aver scelto di morire suicida contro la legge divina, ora doveva essere portato in chiesa come cavallo di Troia del laicismo imperante.

Strana laicità, quella italica, che prima rivendica l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa sotto forma di capovolgimento giuridico dei suoi principi etici e poi pretende di intromettersi in interna corporis della Chiesa stessa.

L’uscita di scena di Ruini nel 2007 fu il prodromo della crisi di tutto il sistema di cui era stato protagonista. La fusione tra sinistra democristiana e sinistra postcomunista nel PD condannò all’irrilevanza il cattolicesimo democratico e tolse al riformismo sociale, quello vero, l’animo religioso che aveva dai tempi di Don Sturzo, prima che scomparisse del tutto tramite l’adozione dell’agenda liberale da parte del Largo del Nazareno.

Gli scandali dell’ultimo governo Berlusconi tolsero la rappresentatività morale del mondo cattolico italiano al centrodestra. L’avvento del Governo Monti aprì la strada a una secolarizzazione militante della società italiana, asservendo i cattolici in Parlamento all’agenda globalista, realizzata soprattutto da sedicenti politici credenti di sinistra come Letta, Renzi, Conte.

L’abdicazione di Benedetto XVI, l’ascesa di Francesco e il golpe bianco nella Chiesa dei progressisti non solo ha emarginato uomini come Ruini, cui rimase il prestigio, ma ha condannato ad un progressivo depauperamento l’istituzione ecclesiastica, il tessuto ecclesiale e i valori cristiani.

Ma per il Cardinale quello che accadde in fondo era una dimostrazione della bontà di quanto fatto da lui nei suoi anni. Per il cattolicesimo, infatti, non vi è alternativa tra testimoniare o sparire.

Per questo la scomparsa di Ruini ha qualcosa da dire a tutti, anche a chi lo ha osteggiato. Un uomo che esce vittorioso dalla storia, perché la sua istituzione, mettendone da parte la linea, ha collezionato solo fallimenti.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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