Europa del mercato unico o nazionalismo finanziario?
Il governo tedesco ha deciso: Commerzbank deve restare tedesca.
Con una presa di posizione ufficiale, il Fondo di Stabilizzazione dei Mercati Finanziari (FMS), organismo che gestisce la partecipazione pubblica nella banca di Francoforte, ha respinto l’offerta pubblica di scambio lanciata da UniCredit.
Una scelta che va oltre la semplice valutazione finanziaria e che riapre il dibattito sul vero significato dell’integrazione economica europea.
La vicenda riguarda una delle maggiori operazioni bancarie degli ultimi anni. UniCredit, guidata da Andrea Orcel, ha progressivamente costruito una posizione rilevante nel capitale di Commerzbank arrivando a controllare, direttamente e indirettamente, una quota che supera il 20% del capitale.
L’obiettivo dichiarato era creare uno dei più grandi gruppi bancari europei, con attività distribuite tra Italia, Germania, Europa centrale e orientale.
Secondo Berlino, tuttavia, l’offerta non rappresenterebbe una soluzione vantaggiosa per gli azionisti tedeschi. La Finance Agency, che amministra la quota pubblica superiore al 12%, un valore riconosciuto da UniCredit non incorpori un premio adeguato rispetto alle quotazioni di mercato.
Alla chiusura delle contrattazioni del 15 giugno, Commerzbank capitalizzava circa 39,14 miliardi di euro. Il valore implicito dell’offerta UniCredit era pari a circa 39,06 miliardi. Una differenza di appena 80 milioni di euro, pari a poco più dello 0,2% della valutazione complessiva.
Nelle ultime sedute, inoltre, il forte rialzo del titolo UniCredit aveva portato il valore dell’offerta a circa 37,2 euro per azione contro una quotazione di Commerzbank attorno ai 35,8 euro.
La distanza economica, quindi, appare assai meno marcata di quanto lasci intendere la motivazione ufficiale. Il vero tema sembra essere un altro: la difesa di un asset strategico nazionale.
Commerzbank è il secondo istituto commerciale tedesco dopo Deutsche Bank e rappresenta uno dei principali finanziatori delle piccole e medie imprese manifatturiere del Paese.
In un momento in cui la Germania affronta una fase di rallentamento economico, con crescita debole, crisi industriale e difficoltà nel settore automotive, perdere il controllo di una delle principali banche nazionali viene considerato un rischio politico prima ancora che finanziario.
UniCredit oggi registra utili superiori ai 10 miliardi di euro annui, dispone di coefficienti patrimoniali tra i più solidi del continente e presenta una capitalizzazione che supera abbondantemente quella di Commerzbank. In qualsiasi logica di mercato si tratterebbe di un’operazione industriale tra due soggetti privati.
Ma quando in gioco c’è la Germania, il mercato lascia spesso spazio alla ragion di Stato.
La decisione di Berlino manda quindi un messaggio molto chiaro: l’integrazione europea è accettata finché non tocca settori considerati strategici.





