In attesa di nuovo ordine mondiale e di una riforma del diritto internazionale del mare
Per decenni, si è consolidata la percezione comune secondo cui le nuove fonti energetiche, come l’energia eolica, fotovoltaico, ecc., siano ostacolate dalle condizioni meteorologiche e presentino una produzione instabile, aspetto ampiamente criticato, mentre i combustibili fossili come carbone, petrolio greggio e gas naturale dimostrano di essere la base stabile dell’approvvigionamento energetico.
Tuttavia, lo scoppio del conflitto in Medio Oriente e il prolungato blocco dello Stretto di Hormuz – una via navigabile vitale per le esportazioni mondiali di petrolio greggio e gas naturale liquefatto – hanno sconvolto questa logica consolidata, mettendo pienamente a nudo la vulnerabilità e la fragilità della catena di approvvigionamento dei combustibili fossili.
Al Vertice europeo sull’energia tenutosi alla Finlandia Hall di Helsinki il 3 e 4 giugno 2026, diversi esperti del settore energetico e gli amministratori delegati delle principali società energetiche e delle compagnie elettriche statali nordiche hanno espresso il loro punto di vista.
Kingsmill Bond, stratega energetico presso l’Ember Energy Institute, un think tank britannico, ha dichiarato: «Un cambiamento fondamentale di cui raramente si parla è che ora è il turno dell’approvvigionamento di combustibili fossili è intermittente e incerto, che è proprio il motivo per cui un tempo si criticavano le energie rinnovabili. Grazie alle batterie di accumulo, l’energia fotovoltaica può raggiungere un elevato grado di stabilità, a patto che ci sia un’alba normale ogni giorno. Il panorama energetico è entrato in una nuova fase, ma regioni come l’Europa sono ancora profondamente legate al vecchio sistema dei combustibili fossili e devono accelerare la transizione».
Bond ha posto in rilievo le crisi petrolifere del 1973 e del 1979, affermando che questo shock energetico è il primo nella storia a fornire ai responsabili politici di tutto il mondo soluzioni energetiche alternative mature e affidabili: «Durante le crisi petrolifere degli anni Settanta, i Paesi potevano sbloccare la situazione solo sviluppando l’energia nucleare, ma la costruzione di una centrale nucleare richiede fino a dieci anni ed è molto costosa. Oggi, tecnologie come il fotovoltaico, l’energia eolica, l’accumulo di energia e l’elettrificazione sono mature, economiche e possono essere implementate rapidamente su larga scala. Questa è la rivoluzione energetica che sta avvenendo in tutto il mondo in questo momento».
La guerra in Iran guidata dagli Stati Uniti d’America ha avuto un impatto devastante sui mercati energetici globali, alimentando i timori di inflazione e facendo precipitare anche l’Asia, fortemente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, in una profonda crisi energetica.
Pure Europa e Africa sono state gravemente colpite dalle interruzioni delle forniture, con l’impennata dei prezzi del carburante che ha portato a un forte aumento dei rischi anche per la sicurezza alimentare oltre allo spropositato aumento delle bollette per ogni famiglia.
Non essendoci segnali di una riapertura dello Stretto di Hormuz nel breve (e lungo?) periodo, i Paesi stanno iniziando a riconsiderare l’eccessiva dipendenza dell’economia globale dalle rotte marittime per il trasporto di combustibili fossili.
Interrogato sulla possibilità di interruzioni “intermittenti” delle forniture di combustibili fossili importati, il presidente del Gruppo Fortum/Eurelectric, Markus Rauramo, ha sottolineato: «Semplicemente, le fonti delle interruzioni sono diverse. La soluzione fondamentale per liberarsi dalla dipendenza da petrolio e gas importati ad alto contenuto di carbonio è sviluppare la produzione nazionale di energia pulita». Inoltre ha aggiunto: «Questo percorso è una tendenza inevitabile, ma siamo realisti e non ciecamente ottimisti. Sebbene le nuove fonti energetiche presentino ancora il problema delle fluttuazioni di produzione, per i residenti e le imprese che dipendono fortemente dal gas naturale, la transizione energetica è destinata a essere un processo lungo».
In precedenza, l’industria dei combustibili fossili promuoveva una nuova narrativa, sostenendo lo sviluppo di fonti energetiche incrementali per soddisfare la crescente domanda di energia da parte di settori emergenti come l’intelligenza artificiale.
Per “energia incrementale” si intende lo sviluppo parallelo dei combustibili fossili e di nuove fonti energetiche come l’energia eolica e solare; mentre il concetto di trasformazione energetica tradizionale si riferisce principalmente alla graduale sostituzione dei combustibili fossili esistenti con nuove fonti energetiche.
Birgitte Ringstad Vartdal, amministratrice delegata della norvegese Starkraft – il più grande operatore europeo nel settore delle energie rinnovabili – ha affermato che il conflitto tra Russia e Ucraina, unito alla guerra in Iran per lo Stretto di Hormuz, ha completamente ridefinito il ruolo delle energie pulite nel sistema di sicurezza energetica: «I progressi nella tecnologia di accumulo dell’energia sono cruciali, con riduzioni significative dei costi delle batterie e un continuo aumento della durata di accumulo dell’energia».
Il ruolo principale dell’accumulo di energia è quello di attenuare le fluttuazioni delle energie rinnovabili: immagazzinare l’elettricità in eccesso quando la produzione è superiore al fabbisogno e trasmetterla durante le ore non di punta. «In passato, durante i periodi di transizione tra il consumo di elettricità del mattino e quello della sera, era necessario ricorrere a fonti energetiche tradizionali per integrare l’energia. Ora, l’accumulo di energia, combinato con impianti fotovoltaici ed eolici-solari, può garantire una fornitura di energia stabile 24 ore su 24».
Per periodi di transizione del consumo di elettricità si intendono i periodi di carico costante tra le ore di punta e quelle non di punta.
Vartdal ha affermato che la Norvegia, grazie alle sue risorse idroelettriche di alta qualità, subisce una pressione molto minore dalle fluttuazioni della produzione di energia rinnovabile rispetto ad altri Paesi europei.
Tuttavia, l’infrastruttura energetica di diversi Paesi deve comunque includere alcune centrali a gas naturale per far fronte a scenari estremi come siccità prolungate e un forte calo della produzione di energia rinnovabile.
Come detto il conflitto in Iran per Hormuz ha modificato il dibattito sulla sicurezza energetica, ma le opzioni energetiche alternative, stimolate da precedenti conflitti geopolitici, celano anche rischi nascosti.
Già nel 2022, dopo il conflitto tra Russia e Ucraina, l’Europa importò frettolosamente grandi quantità di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti d’America, suscitando avvertimenti da parte dell’industria sui rischi connessi.
Jan Rosenau, professore di politica energetica e climatica all’Università di Oxford ha affermato: «A causa della situazione nello Stretto di Taiwan, le future importazioni europee di GNL dipenderanno fortemente dagli Stati Uniti d’America. Ciò significa che la linfa vitale dell’Europa in termini di approvvigionamento energetico è legata a un Paese con una politica estera estremamente instabile, il che comporta rischi significativi; l’elettricità prodotta internamente da fonti rinnovabili non è soggetta a tali vincoli geopolitica».
Per cui – come apprendiamo giorno dopo giorno – il conflitto tra Stati Uniti d’America e Iran e la conseguente crisi dello Stretto di Hormuz non saranno solo uno scontro geopolitico e militare localizzato, ma anche una profonda decostruzione e riflessione sulla logica dell’economia politica globale e della sicurezza energetica.
In passato, come noto, il petrolio mediorientale era considerato la linfa vitale dell’industria e la pietra angolare della stabilità economica; tuttavia, la crisi nello Stretto di Hormuz ha dimostrato che un’eccessiva dipendenza da un singolo punto strategico marittimo può trasformare rapidamente i combustibili fossili nel punto debole più vulnerabile e facilmente strumentalizzabile in ambito geopolitico.
Mentre la filiera del petrolio e del gas subisce shock strutturali a livello globale, i Paesi sono sempre più consapevoli che abbandonare i combustibili fossili e sviluppare energie rinnovabili localizzate e nuove tecnologie energetiche non è più solo una questione ambientale “alla moda”, ma una vera e propria strategia di sicurezza per la sopravvivenza nazionale.
La vulnerabilità di questa vitale via navigabile è ormai evidente: lo Stretto di Hormuz trasporta(va) quotidianamente quasi un quinto del commercio mondiale di petrolio greggio.
Con navi mercantili e petroliere frequentemente attaccate da droni e proiettili all’interno e nei dintorni dello Stretto (come nei Golfi di Oman e Persico), il tradizionale sistema globale di trasporto marittimo e assicurativo just-in-time si trova ad affrontare premi assicurativi esorbitanti e il rischio di interruzione delle attività.
I Paesi e i giganti del settore marittimo stanno iniziando a valutare la necessità di oleodotti e gasdotti terrestri alternativi, rotte di deviazione e riserve energetiche regionali. Il commercio globale si sta spostando dalla ricerca della massima efficienza alla considerazione della resilienza e della ridondanza in materia di sicurezza.
Potenze regionali come l’Iran hanno dimostrato che in corsi d’acqua angusti come lo Stretto di Hormuz, largo solo circa 21 miglia nautiche (pari a circa 33 chilometri), attraverso la posa di mine, attacchi con droni e un dispiegamento flessibile, essi possono effettivamente limitare e “controllare il passaggio” al cospetto delle grandi potenze dotate di assoluta superiorità militare le quali possono porre come alternativa solo il terrore ricattatorio della guerra, del sangue e di massacri indiscriminati.
Economie come quelle di Giappone e Repubblica di Corea (sud), sono fortemente preoccupate anche a lungo termine, in quanto dipendenti dall’energia mediorientale, e stanno tracciando parallelismi tra le difficoltà dello Stretto di Hormuz e la sicurezza marittima in generale (come le preoccupazioni per la situazione nel Mar Cinese Meridionale o nello Stretto di Taiwan), spingendo i Paesi asiatici consumatori a rivalutare le proprie riserve strategiche e le capacità di scorta marittima e aerea.
Nei dibattiti pubblici al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e in altre organizzazioni internazionali, le parti hanno espresso opinioni divergenti sulla libertà di navigazione, sul blocco marittimo e sulla rappresaglia militare, mettendo in luce i limiti dell’attuale architettura di sicurezza internazionale nella mediazione e nell’applicazione delle decisioni in caso di improvvisi sconvolgimenti geopolitici e nella salvaguardia dei passaggi transnazionali.
Nell’auspicio di un nuovo ordine mondiale, va anche studiata una riforma del diritto internazionale del mare.





