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Il nuovo turismo, i viaggiatori dell’identico

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i viaggiatori dell'identico

Andare dappertutto senza incontrare quasi mai un altrove

Di recente ho visto alcune fotografie di Antiparos, una splendida isoletta greca vicino a Paros. Ho provato sgomento.
L’avevo visitata una trentina d’anni fa, quando era ancora un’isola di pescatori, autentica, con i suoi ritmi, le sue abitudini e quella bellezza spontanea dei luoghi che non hanno bisogno di piacere a nessuno.

Oggi sembra diventata una destinazione turistica come tante, levigata, attrezzata, privata di buona parte della propria identità.

Ho provato anche una grande felicità. Quella di averla conosciuta quando ancora assomigliava a se stessa.

Le isole, i paesi, le città, perfino gli angoli più remoti della Terra vengono progressivamente adattati alle aspettative di chi arriva a discapito della vita di chi vi abita.

Si conserva la scenografia e si sostituisce tutto ciò che le dava un significato.

Anche Roma, la mia città, subisce questa lenta metamorfosi. Resiste grazie alla sua smisurata massa storica, come un gigantesco iceberg che attraversa i secoli. Ma lo scioglimento dell’autentico comincia a farsi sentire anche qui.

La cosa più paradossale è che se ne lamentano persino i turisti, protagonisti involontari del fenomeno.

Arrivano cercando l’autenticità e trovano folle di persone impegnate nella medesima ricerca. L’esperienza promessa diventa impraticabile proprio a causa della quantità di persone che vogliono viverla.

Gli abitanti, intanto, sono stati persino ribattezzati. Li chiamano “i lifer”. Come se abitare una città fosse diventato una categoria particolare, quasi un’eccentricità, anziché la sua ragione d’esistere.

Una parte di questa deriva ha avuto inizio quando viaggiare è diventato uno status sociale, una voce da aggiungere al curriculum della propria esistenza. Una sorta di collezionismo geografico.

Un tempo si partiva anche per incontrare ciò che avrebbe potuto mettere in discussione le nostre certezze.

Oggi ci si sposta per ritrovare ovunque le medesime comodità, possibilmente con una vista abbastanza riconoscibile da certificare la destinazione.

Andare dappertutto senza incontrare quasi mai un altrove.

Si calcolano gli arrivi, i pernottamenti, gli incassi, l’indotto. Difficilmente si contabilizzano le relazioni sociali dissolte, gli abitanti espulsi dal mercato immobiliare, le identità locali diluite fino a diventare un marchio commerciale.

Il profitto è immediato, la perdita si distribuisce negli anni.
Quando diventa evidente, spesso è irreversibile.

“Ma viaggiare arricchisce, apre la mente!” mi si obietterà.

Un fine settimana trascorso a rincorrere attrazioni, un aeroporto, tre ristoranti consigliati dagli algoritmi e venti fotografie davanti ai monumenti non garantiscono alcun arricchimento interiore. È un ennesimo viaggio compulsivo.

Del resto, provate a chiedere ai viaggiatori compulsivi, ai collezionisti di destinazioni e di selfie, di nominare tre scrittori, tre pittori o tre registi del Paese dal quale sono appena tornati. Tre soltanto. Quanti saprebbero rispondere?

E quanti saprebbero raccontare qualcosa della sua storia che vada oltre gli aneddoti dispensati dalle guide turistiche.

Come ogni piacere, viaggiare comporta anche una responsabilità, soprattutto quando il suo esercizio collettivo finisce per consumare ciò che la rende desiderabile.

C’è da recuperare una concezione vera del viaggio. Quella dei pellegrini culturali e spirituali.

Occorre tempo, certo. Invece vogliamo vedere più possibile in tre giorni.

Senza dimenticare, come ben detto da Tiziano Terzani, uno degli ultimi grandi viaggiatori italiani: “Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte. Per questo viaggiare non serve. Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé”.

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