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Le contraddizioni del Sistema Sanitario Nazionale

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Sistema Sanitario Nazionale

Sull’opportunità che la sanità pubblica torni di esclusiva pertinenza dello Stato centrale

La Sanità italiana è tra le migliori al mondo, eppure è allo sbando.

Sembra una contraddizione eppure è ciò che chiunque provi a prenotare una visita specialistica può facilmente verificare di persona.

Io sono un analista e non posso parlare dal punto di vista del personale sanitario, ma già guardando dal di fuori qualche anomalia emerge.

Innanzi tutto la responsabilità.

La Legge costituzionale n. 3/2001, che concludeva un iter di decentramento amministrativo iniziato nel 1972, integrandolo con poteri legislativi, definisce la sanità materia di legislazione concorrente tra Stato e Regioni, attribuendo, a queste ultime, la piena potestà legislativa e la gestione diretta dei servizi sanitari, mentre allo Stato è rimasto il compito di determinare i Livelli Essenziali di Assistenza.

Per effetto di questa legge noi oggi in Italia, al netto di un’assistenza (molto) minima comune abbiamo trattamenti sanitari pubblici diversi da regione a regione, con tanti saluti l’uguaglianza sancita dall’art.3 della Costituzione.

In un contesto federalista non sarebbe uno scandalo: se una regione usa le tasse dei propri cittadini per finanziare servizi sanitari migliori di un’altra per i cittadini stessi, è una scelta presa nell’ambito della destinazione di risorse proprie e non è sindacabile.

Qui, però, la questione è molto diversa.

In Italia il finanziamento della sanità è coperto, in massima parte, dallo Stato centrale, grazie alla fiscalità generale, e, in particolare, ai proventi dell’IVA.

Le regioni integrano i costi solo in piccola parte con risorse proprie, che derivano dall’IRAP e dall’addizionale IRPEF, tasse che, va detto, col decentramento amministrativo si sono aggiunte a quelle prima esistenti, di fatto aumentando la pressione fiscale senza apparenti vantaggi in termini di funzionamento ed efficienza della macchina pubblica.

A questi stanziamenti integrativi si aggiungono i ticket pagati dagli assistiti, e i proventi dall’intramoenia (ebbene sì, oltre a obbligare a ricorrere all’intramoenia a causa di liste di attesa pubbliche infinite, su questo tipo di prestazioni private le ASL ci guadagnano pure).

La sanità regionale, quindi, vive di trasferimenti statali, stanziati dal Governo con la legge di bilancio (per il 2026 sono 146,3 miliardi), ma spesi in totale autonomia dalle regioni, che, grazie alla loro potestà legislativa, con quei soldi ci fanno ciò che vogliono senza controllo alcuno.

Questa è un’anomalia non da poco, perché il Governo è chiamato a finanziare un capitolo di spesa su cui non ha il minimo controllo, ed è un paradosso che ne sia considerato responsabile dai cittadini.

In pratica, se le regioni dicono che per far funzionare la sanità nel 2026 servono 14 miliardi in più – è quanto hanno richiesto quest’anno – e il governo ne stanzia solo 4, la colpa della malasanità è del Governo, che non assicura le risorse necessarie.

Nessuno che si ponga il problema di come le risorse stanziate vengano utilizzate in piena autonomia dalla regioni unitamente a tutte le altre forme di finanziamento locale.

Eppure, 146 miliardi, non sono proprio noccioline.
Facciamo un calcolo banale.

146 miliardi l’anno sono mediamente circa 2.500 euro per ogni cittadino italiano, contando sia i malati cronici e quelli che vedono il dottore una volta ogni 10 anni.

Se lo Stato versasse questo denaro a un qualsiasi pool di assicurazioni private per la copertura sanitaria di tutta la cittadinanza e considerasse i ticket al pari di una franchigia, si otterrebbe un’assistenza di primissimo livello.

La cifra, infatti, non è tanto lontana da quella che si paga alle assicurazioni in Paesi in cui la sanità non è pubblica.

Consideriamo che un’assicurazione che gestisse un simile servizio, ci guadagnerebbe pure e non poco. Comunque, state certi che se il Governo facesse un bando simile sarebbero tantissime le compagnie interessate.

E allora, forse, e sottolineo forse, il problema non è solo l’insufficienza degli stanziamenti da parte del Governo, che non ho titolo per definire adeguati o carenti, ma è anche e soprattutto la gestione del denaro da parte delle regioni e, magari, pure più di qualcuno, nelle stesse regioni che ci fa la cresta.

Intendiamoci, io non sponsorizzo affatto la privatizzazione della sanità, ma dico solo che prima di dare la colpa delle disfunzioni ai pochi soldi disponibili, bisognerebbe analizzare, nel dettaglio, come questo denaro viene speso, passare al setaccio la catena degli appalti, esaminare minuziosamente gli aspetti organizzativi e i tempi/metodi degli operatori, valutare l’equa distribuzione dei macchinari diagnostici, la congruità degli approvvigionamenti, e l’adeguata copertura geografica del territorio.

Soprattutto, in una sanità massimamente pagata con stanziamenti dello Stato centrale, il servizio offerto al cittadino DEVE essere equivalente in ogni regione del territorio.

Per questo, reprimendo la mia anima federalista, consapevole che un vero sistema federalista in Italia è una chimera, credo che la sanità pubblica dovrebbe tornare di esclusiva pertinenza dello Stato centrale che la finanzia, in modo da accentrare le responsabilità sul ministero, ed evitare pastrocchi regionali, che stanno moltiplicando la dispersione delle risorse, e le malversazioni, penalizzando il servizio ai cittadini.

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