Nel contesto dei conflitti in corso in Ucraina e in Iran, le pressioni economiche si stanno intensificando in tutto il mondo
A quasi cinque anni dall’invasione russa dell’Ucraina che ha sconvolto la mappa energetica europea, un’altra guerra ha prodotto un secondo shock.
Da quando, lo scorso febbraio, è iniziata la guerra di USA e Israele contro l’Iran, lo Stretto di Hormuz, da cui transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale, è chiuso o conteso, mentre la campagna di droni campagna dei droni ucraini contro le raffinerie russe ha sottratto altro carburante a un mercato già al limite.
L’aumento dei prezzi dell’energia alimenta l’inflazione e costringe le banche centrali a una stretta monetaria, mentre l’ansia fiscale spinge al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato, gonfiando il servizio del debito.
La morsa finale si chiude sulle catene di approvvigionamento e sulle famiglie, e poi nelle strade e alle urne.
In altre parole, è una tempesta perfetta: la madre di tutte le tempeste perfette.
Abbiamo davanti un chiaro esempio del concetto di Policrisi coniato dallo storico Adam Tooze: una situazione in cui più crisi distinte interagiscono creando un effetto ancor più dirompente della loro semplice sommatoria.
La guerra in Iran è lo shock più grande. Nel giro di pochi giorni dal suo inizio, il greggio Brent è balzato di quasi il 19%, fino a circa 111 dollari al barile, dai circa 70 prima della guerra. Washington l’ha definito “un prezzo molto piccolo da pagare” per la sicurezza.
Dopo alcuni alti e bassi nel corso dell’estate, a fine mese scorso il petrolio era a 117 dollari. L’Agenzia internazionale per l’energia l’ha definita la peggiore crisi energetica della storia.
Perfino la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, regina della negazione, ha riconosciuto “un conflitto regionale con conseguenze indesiderate”.
Né i negoziati né i periodi di cessate il fuoco hanno normalizzato i flussi energetici. La Commissione europea ha messo in guardia da uno shock dell’offerta prolungato, che potrebbe comportare tagli forzati ai consumi di carburante prima dell’inverno.
Il punto debole
A peggiorare una situazione già grave, il controllo degli Houthi sulle coste del Mar Rosso dello Yemen ha messo a rischio un altro collo di bottiglia dell’economia globale, lo Stretto di Bab el-Mandeb, con pesanti ripercussioni sulla logistica marittima.
A ciò si aggiungono gli attacchi ucraini alle raffinerie russe che hanno spinto Mosca a imporre divieti all’export senza precedenti nel momento peggiore possibile, con la guerra in Iran che aveva già prosciugato le scorte.
L’Europa non compra più direttamente diesel russo, ma gli ex clienti della Russia ora competono per gli stessi carichi con destinazioni alternative.
Hormuz è all’origine della maggior parte delle interruzioni e la guerra tra Russia e Ucraina le aggrava; insieme colpiscono lo stesso punto debole: un continente europeo che importa quasi tutti i suoi combustibili fossili.
Il risultato inevitabile è stato l’inflazione nell’UE, salita al 3,8% a settembre dal 3,2% di agosto, un livello nettamente superiore al 2,6% di un anno prima. Anche i prezzi alimentari sono schizzati alle stelle, alimentando una diffusa rabbia popolare nelle città europee.
La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha avvertito quest’estate che “il pieno impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi”.
Alzare i tassi di interesse contro uno shock dell’offerta non aumenta di una sola unità le forniture di materie prime, ma fa salire i costi di finanziamento proprio mentre ai governi si chiede di proteggere le famiglie.
Il mercato obbligazionario se n’è accorto: il rendimento dei titoli del Tesoro statunitense a 30 anni ha superato il 5% quest’anno, mentre il debito nazionale ha oltrepassato i 40mila miliardi di dollari e la spesa annua per interessi ha superato per la prima volta i mille miliardi di $.
Nel Regno Unito, i rendimenti a 30 anni hanno toccato di recente il 6%, la prima volta che un membro del G7 si trova ad affrontare tassi simili dalla crisi dell’eurozona del 2012.
La Francia è l’epicentro di questa crisi. A metà ottobre i rendimenti dei suoi titoli di Stato erano al 4,85%, vicini ai massimi da oltre vent’anni, con i funzionari UE che sollecitano Parigi a presentare un bilancio credibile.
Il servizio del debito francese è stimato in circa 59 miliardi di euro quest’anno, contro i circa 30 miliardi della Germania, mentre l’Italia deve rinnovare nel 2026 debito pari al 17% del PIL.
Il cricchetto avanza
Non si tratta ancora di una replica della crisi economica del 2011. All’inizio della guerra gli analisti avevano osservato che i rendimenti di Italia, Spagna e Grecia erano inferiori ai picchi del 2022-23, perché quei Paesi avevano ridotto i disavanzi primari.
È importante sottolineare che gli uffici del debito sentono i rendimenti più alti solo man mano che i titoli in scadenza vengono rimpiazzati: il conto cresce a ogni asta, anziché arrivare tutto in una volta.
Nel gergo economico britannico viene definito ratchet (la chiave a cricchetto) e a ogni scatto della chiave i governi hanno meno margine di bilancio per offrire il sollievo che le famiglie esasperate chiedono, mentre gli stessi governi continuano a spendere miliardi per armare l’Ucraina e a lanciare programmi di acquisto di armamenti senza precedenti.
Le drammatiche conseguenze sociali sono arrivate il mese scorso. In Francia centinaia di migliaia di persone hanno preso parte a manifestazioni nate come proteste studentesche sull’istruzione e poi allargatesi al malcontento per il costo della vita.
In Belgio la polizia si è scontrata con i manifestanti a Bruxelles, mentre decine di migliaia di persone hanno sfilato a Lisbona, in Portogallo, contro il carovita, i bassi salari e il costo degli alloggi. Grandi manifestazioni si sono verificate anche in Italia.
Non sembra esserci un unico movimento paneuropeo, o almeno non ancora. Situazioni e rivendicazioni variano da Paese a Paese, ma gli shock economici in corso hanno fatto da acceleratore.
Le elezioni presidenziali in Francia e quelle politiche in Italia sono previste entrambe il prossimo anno, mentre la Spagna affronta elezioni anticipate questo mese.
I governi dell’UE stanno valutando misure di sostegno per le famiglie vulnerabili, ma le controversie sul bilancio UE da 2mila miliardi di euro rischiano di bloccare le decisioni.
Con il servizio del debito in aumento, i governi di Parigi, Roma e di altre capitali hanno meno spazio fiscale per compensare la popolazione, e la combinazione di austerità e inflazione è storicamente esplosiva.
Le elezioni di metà mandato negli USA
Gli stessi shock energetici mettono ora alla prova Donald Trump alle elezioni di metà mandato previste oggi 3 Novembre, con l’indice di gradimento del presidente USA ai minimi storici.
Circa sette americani su dieci dicono che la benzina è diventata inaccessibile, con il prezzo medio nazionale sopra i 4 dollari al gallone per un record di 158 giorni quest’anno.
Una sconfitta parziale o totale di Trump, sia che perda solo la Camera sia che perda Camera e Senato, potrebbe innescare un’altra crisi costituzionale, come quella del 6 gennaio 2021, con Trump e i suoi sostenitori che si rifiutano di accettare un risultato sfavorevole.
Tutto ciò sembra un unico circolo di retroazione, più che una serie di crisi separate. Una guerra di scelta contro l’Iran, sostenuta da un blocco navale statunitense, sconvolge il Golfo; il prezzo lo pagano prima gli importatori in Europa e in Asia, poi gli automobilisti americani; le banche centrali rispondono con tassi più alti; i mercati obbligazionari rivalutano i debiti degli Stati più esposti; e i governi con uno spazio fiscale ridotto si trovano davanti elettorati che hanno perso la pazienza.
L’ironia è che due crisi finalizzate a infliggere una sconfitta strategica, e idealmente un cambio di regime, in Russia e in Iran, si sono ritorte contro le democrazie liberali occidentali, che ora affrontano costi insostenibili e pericolosi.
Mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha tentato senza successo di ridurre i rendimenti dei titoli USA, alimentando ulteriormente le preoccupazioni degli investitori, Trump si è affannato a cercare un modo per porre fine al conflitto in Ucraina, con l’obiettivo di concentrarsi meglio sulla guerra contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato. Non è ancora chiaro se Russia, Iran, e soprattutto Cina, gli concederanno questo margine di manovra.
Diverse questioni cruciali vanno ora monitorate con attenzione, a cominciare dall’esito delle elezioni in Israele, che la scorsa settimana si sono chiuse in una situazione di stallo: il prossimo governo continuerà ad “intortare” gli USA per trascinarli in una guerra non necessaria contro l’Iran?
Sarà fondamentale seguire anche i negoziati economici europei in corso, insieme all’esito del voto di metà mandato negli USA di martedì e all’impatto su mercati e investimenti.
Inoltre, sarà cruciale ciò che accadrà ai colli di bottiglia di Hormuz e Bab el-Mandeb: se i flussi di merci si normalizzano, i prezzi potrebbero scendere nel giro di pochi mesi e la tempesta potrebbe perdere forza.
In caso contrario, l’inverno sarà il prossimo stress test, e l’inverno sta arrivando.





