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Quando il Papa vuole rimanere un cittadino qualunque

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Sull’opportunità o meno del voto alle elezioni americane di midterm

Qualche giorno fa, commentando la decisione di Leone XIV di partecipare alle elezioni americane di midterm, avevo condensato – lontano com’ero dal PC – la mia perplessità in una sola domanda: «Ma chi siede a San Pietro? Il Sovrano della Città del Vaticano o Mr. Prevost, cittadino di Chicago, Illinois?».
L’aforisma ha suscitato una discussione piuttosto vivace. Segno che la questione, evidentemente, non era peregrina.

Vale dunque la pena di tornarci sopra, perché dietro quella battuta – che battuta non era del tutto – si nasconde una questione tutt’altro che secondaria: quella della distinzione fra i diritti dell’uomo Robert Francis Prevost e le responsabilità dell’ufficio che Leone XIV ricopre.

Una distinzione che, a quanto pare, non è altrettanto evidente a tutti.

Cominciamo dalle cose elementari.

Nessuno contesta a Robert Francis Prevost il diritto di cittadinanza americana. Nessuno vuole privarlo dei suoi diritti civili, confiscargli il passaporto o spedirlo all’anagrafe di Chicago per un aggiornamento dei registri.

Il problema è un altro: Robert Francis Prevost non è più soltanto Robert Francis Prevost. È Leone XIV. E, fra le due condizioni, esiste una differenza che non dovrebbe richiedere l’intervento di un teologo per essere compresa.

Il cambio di nome non è un espediente ornamentale. Non è una trovata da conclave per rendere più suggestiva la biografia del nuovo eletto. Indica un mutamento di stato, l’assunzione di una funzione che trascende la persona e le sue precedenti appartenenze.

L’uomo rimane, naturalmente. Ma non può pretendere che rimangano immutate anche tutte le prerogative della sua precedente condizione.

Il Papa non è un cristiano qualunque che, obbedendo alla dottrina sociale della Chiesa – quella che tanti citano di terza mano, possibilmente dopo averne letto il titolo – adempie ai propri doveri di cittadino americano.

È il capo della Chiesa cattolica, il Vicario di Cristo, il successore di Pietro e il sovrano dello Stato della Città del Vaticano.

Non è l’arcivescovo di Chicago in trasferta a Roma, né un pensionato dell’Illinois che, pur avendo cambiato residenza, non vuole perdere l’appuntamento elettorale.

La differenza dovrebbe essere evidente persino ai più zelanti esegeti del diritto di voto.

C’è, poi, un particolare che i commentatori, nella loro fretta di celebrare la democraticità del gesto, sembrano aver trascurato.

Non risulta che Giovanni Paolo II abbia mai votato alle elezioni polacche, che Benedetto XVI abbia partecipato a quelle tedesche – neppure quello sciagurato imprudente di Bergoglio ha mai votato per le elezioni argentine – né che i Pontefici italiani abbiano sentito il bisogno di recarsi alle urne per esercitare il proprio diritto di elettori nella patria d’origine.

Non perché ne fossero giuridicamente impediti, ma perché evidentemente ritenevano che la dignità dell’ufficio comportasse qualche rinuncia.

Non si pretendeva da loro un certificato di apolidia. Bastava il buon senso. E, forse di più, il senso dell’unicità del proprio ruolo.

Evidentemente, anche questa è una virtù che non viene conferita automaticamente con l’elezione al soglio pontificio.

Si dirà che votare è un diritto, oltre che un dovere civico. Verissimo. Ma non tutto ciò che è un diritto è necessariamente opportuno.

Un cardinale può avere simpatie partitiche; un vescovo può avere le proprie preferenze elettorali; un sacerdote può persino discutere animatamente di politica al tavolo di un’osteria, purché non pretenda di trasformare l’omelia in un comizio.

Ma il Pontefice è un’altra cosa. O, almeno, dovrebbe esserlo.

Il suo compito non è rappresentare una parte degli americani, né concorrere, fosse pure simbolicamente, alla vittoria di una formazione politica.

È rappresentare una Chiesa universale, nella quale convivono popoli, nazioni, culture e sensibilità politiche differenti.

Cattolici americani, europei, africani, latinoamericani, asiatici. Repubblicani e democratici, conservatori e progressisti, cittadini di Stati democratici e sudditi di regimi che democratici non sono affatto.

Il Papa appartiene a tutti loro. O dovrebbe appartenere.

Partecipare alle elezioni politiche del proprio Paese d’origine significa invece riaffermare, almeno simbolicamente, un’appartenenza nazionale e inserirsi in una competizione dalla quale la funzione pontificia dovrebbe tenerlo distante.

Non occorre conoscere il voto espresso, che rimane segreto, per comprendere l’inopportunità del gesto. La questione non è chi abbia ricevuto la scheda di Leone XIV, ma perché Leone XIV abbia ritenuto di doverla compilare.

E non è un’obiezione da azzeccagarbugli. È una questione di ruolo, di misura e di consapevolezza istituzionale.

Le simpatie politiche del Pontefice americano, del resto, non sono precisamente un mistero. Le sue posizioni pubbliche sono abbastanza eloquenti.

Non intendo attribuirgli un voto che non conosco, né mi interessa indovinare quale candidato abbia beneficiato della sua preferenza. Ma proprio la riconoscibilità di certe sue inclinazioni avrebbe dovuto suggerirgli una prudenza supplementare.

Quando si siede sul soglio di Pietro, anche le proprie inclinazioni personali dovrebbero imparare a stare sedute.

Non si chiede al Papa di essere un uomo senza idee, senza giudizi morali o senza opinioni sul mondo. La Chiesa ha il diritto, anzi il dovere, di pronunciarsi sulle questioni che investono la vita morale e civile.

Ma una cosa è intervenire sul terreno dei principi, altra è partecipare alla competizione elettorale di uno Stato.

Confondere le due cose non rende più democratica la Chiesa. Rende soltanto meno riconoscibile la distinzione fra il magistero e la militanza.

I suoi apologeti hanno naturalmente tirato fuori la democrazia. Non poteva mancare. È la parola passepartout che oggi apre tutte le porte, comprese quelle che sarebbe meglio lasciare chiuse.

Votare è democratico, dunque vota il Papa; il Papa vota, dunque è democratico il Papa; e chi trova il gesto inopportuno, evidentemente, ha qualche problema con la democrazia.

Un ragionamento di una profondità che non richiede l’ausilio di un sismografo.

Ma nessuno ha mai sostenuto che il Pontefice debba essere privato dei diritti civili per diventare Papa. Si sostiene, più semplicemente, che dovrebbe sapere quando non esercitarli.

La rinuncia volontaria a una facoltà non è una menomazione. Talvolta è precisamente ciò che distingue un uomo investito di una responsabilità da un uomo che si limita a godere dei propri diritti.

Del resto, non è la prima volta che la modernità ecclesiastica scambia l’adeguamento ai costumi del secolo per una prova di apertura. Il Papa deve essere vicino agli uomini, ci viene ripetuto. D’accordo.

Ma per essere vicino agli uomini non è necessario diventare uno di loro in ogni manifestazione della vita civile. Altrimenti, per avvicinarsi ai fedeli americani, potrebbe anche iscriversi al partito democratico o repubblicano. Naturalmente, dopo aver consultato la Conferenza episcopale.

C’è una certa smania di normalizzazione che attraversa una parte della Chiesa contemporanea: il Pontefice deve essere simpatico, accessibile, comprensibile, possibilmente condivisibile anche da chi non mette piede in una chiesa da quando ha fatto la prima comunione.

Deve apparire come un uomo del suo tempo. E finisce talvolta per sembrare un uomo qualsiasi, con in più un abito bianco e un seguito di fotografi.

Ma il Papa non è stato eletto per dimostrare di essere un cittadino americano esemplare. È stato eletto per essere il Papa. Il punto, in definitiva, è proprio questo.

La Chiesa non ha bisogno di un Pontefice che dimostri di essere un cittadino come tutti gli altri. Ha bisogno di un Papa che ricordi, anzitutto a se stesso, di non essere stato eletto per esercitare con maggiore visibilità i diritti di Robert Francis Prevost.

Perché ogni volta che il successore di Pietro si confonde con l’uomo comune, ogni volta che si lascia trascinare nelle consuetudini e nelle contese del secolo, contribuisce a dissipare qualcosa che non si recupera con un comunicato della Sala Stampa: la percezione della sua sacralità, il senso della distanza che separa la persona dall’ufficio, il riconoscimento della sua singolare funzione di Vicario di Cristo.

Non è una questione di cerimoniale, di inchini o di nostalgie monarchiche. È una questione di fede.

Il Papa non deve apparire un uomo qualsiasi perché non ricopre una funzione qualsiasi. E quando persino chi siede sul soglio di Pietro sembra dimenticarsene, non si capisce perché dovremmo ricordarglielo noi.

La secolarizzazione, del resto, non ha sempre bisogno di nemici dichiarati. Talvolta trova collaboratori insospettabili proprio là dove dovrebbe trovare i suoi più strenui avversari.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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