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Necessarie misure eccezionali per l’avvio di centrali nucleari

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centrali nucleari

Paghiamo le follie dei referendum del passato

L’Italia presenta uno dei costi dell’energia elettrica più alti in Europa, sia per le famiglie, sia per imprese, con un divario strutturale rispetto a molti partner UE.

La follia di aver bloccato l’avvio di ben quattro centrali nucleari ora si paga, perché i referendum si possono anche vincere, ma i loro danni si pagano nel tempo.

E il tempo è ora giunto. Se avessimo le centrali atomiche che sono state negate da ben due referendum, grazie alle iniziative della sinistra e dei verdi, oggi non saremmo in balia delle guerre e delle speculazioni.

Il Governo Meloni sta operando per un ritorno graduale del nucleare, ma i tempi, sempre che non ci siano i soliti affezionati al no a tutto a mettersi di mezzo, sono comunque lunghi.

Stanti gli attuali programmi, la prima centrale reale non arriverebbe prima del 2035-2040, con contributo significativo solo verso il 2050. In sintesi, l’Italia è all’anno zero di un possibile ritorno al nucleare. Si stanno gettando le basi normative e industriali, ma i primi megawatt reali sono lontani.

Motivo per il quale è necessario adottare misure eccezionali per accelerare l’avvio di centrali nucleari di nuova generazione anche rivedendo il PNIEC 2024 (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima), che include per la prima volta scenari nucleari, con obiettivo di 8-16 GW di capacità installata entro il 2050 (11 – 22% della domanda elettrica).

Come si può ben capire, il PNIEC 2024 ha tempi biblici, che vanno rivisti.

Un disegno di legge delega sul “nucleare sostenibile” è stato approvato dal Consiglio dei Ministri nel 2025 ed è ora in discussione in Parlamento.

È chiaro che la discussione rappresenta una priorità ineludibile in quanto a tempi e procedure.

Una  joint venture (Nuclitalia) tra Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%) è stata costituita per studiare fattibilità tecnica ed economica di reattori di nuova generazione (soprattutto SMR), ma anche qui è necessario passare di corsa dallo studio a progetti attuativi.

Il focus è sui reattori modulari piccoli (SMR), considerati più sicuri, veloci da costruire e adattabili al territorio italiano (anche su siti dismessi).

Tecnologie Gen3+ e Gen4 sono quelle privilegiate. La fusione nucleare resta un orizzonte di ricerca.

L’impatto economico stimato è di decine di miliardi di euro e fino a circa 100.000 posti di lavoro (diretti + indotti) entro il 2050, grazie alla filiera industriale italiana ancora attiva (circa 70 aziende specializzate).

Stiamo pagando pesantemente errori del passato.

In termini di potere d’acquisto (PPS), l’Italia risulta penalizzata, con il costo energetico che pesa di più sulle famiglie italiane rispetto al reddito medio.

Per una famiglia tipo (es. 2.700 kWh/anno), la spesa semestrale in Italia si aggira intorno ai 440-450 €, contro valori inferiori in Francia (circa 360 €) o in Spagna.

Prezzi per le imprese il gap è ancora più marcato e incide sulla competitività.

I motivi per i quali l’Italia paga di più sono strutturali: un’elevata dipendenza dal gas naturale (circa 40-50% della produzione elettrica), che ha costi marginali più alti rispetto al nucleare francese o alle rinnovabili in Spagna/Portogallo e il gas è spesso il “price setter” nel mercato italiano, cioè è l’elemento che setta il prezzo, motivo per il quale le bollette elettriche sono molto sensibili alle variazioni del prezzo del gas.

A contribuire al costo energetico per famiglie e imprese ci sono oneri di sistema e tasse più pesanti, minor penetrazione di nucleare e idroelettrico rispetto ad altri paesi esposizione al mercato internazionale del GNL e volatilità del TTF europeo.

Uno dei motivi sistemici di questa deplorevole situazione per famiglie e imprese è, come s’è detto, che l’Italia non produce energia nucleare dal 1990, dopo la chiusura definitiva degli ultimi impianti attivi.

L’Italia ha avuto un programma nucleare civile negli anni ’60-’80, con quattro centrali principali: Latina (Magnox), Garigliano (BWR), Trino Vercellese (PWR), Caorso (BWR, la più potente).

La produzione è cessata progressivamente dopo il referendum del 1987 (influenzato dall’incidente di Chernobyl), che ha portato all’abbandono del programma.

È il caso di ricordare anche le responsabilità politiche. I partiti più nettamente contro il nucleare (promotori o sostenitori convinti del “Sì” al blocco) furono Radicali, Verdi e Democrazia Proletaria, con l’appoggio decisivo di PSI e PCI (quest’ultimo con un cambio di rotta). La DC si adeguò, mentre liberali e repubblicani furono tra i più resistenti.

Un secondo referendum nel 2011 (dopo Fukushima) ha confermato l’opposizione popolare.

I partiti contro il nucleare nel 2011 erano soprattutto quelli di centrosinistra e sinistra (PD, IdV, SEL, Federazione della Sinistra), mentre il centrodestra di governo (Pdl) era a favore e la Lega lasciò libertà di voto con tendenze locali anti-nucleare.

Il referendum rappresentò una netta bocciatura popolare del progetto berlusconiano e bloccò per anni il dibattito sul nucleare in Italia.

Sappiamo chi dobbiamo ringraziare se siamo legati alla canna del gas.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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