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La retorica degli extraprofitti tra propaganda e realtà

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L’illusione del prelievo

​”Il bilancio deve essere equilibrato, il tesoro ripulito, il debito pubblico ridotto, l’arroganza della burocrazia moderata e controllata, e l’assistenza alle nazioni straniere deve essere ridotta, affinché la nazione non fallisca”.
Marco Tullio Cicerone

​In un panorama politico ed economico sempre più dominato dalla comunicazione istantanea e dalla polarizzazione identitaria, il tema degli extraprofitti è diventato il terreno di scontro privilegiato per definire la “vicinanza al popolo” dei governanti.

Le recenti dichiarazioni della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non fanno eccezione: rivendicare la paternità dei prelievi su banche e società energetiche non è solo una mossa contabile, ma un tentativo di scardinare il monopolio del “sociale” storicamente attribuito alla sinistra.

Tuttavia, analizzando la cronaca degli ultimi anni e i dati reali, emerge una narrazione che appare decisamente più sfumata, se non apertamente contraddittoria.

​Il mito della tassa sulle società energetiche

​La rivendicazione di aver colpito le società energetiche si scontra con una cronologia dei fatti che vede l’attuale esecutivo in una posizione di continuità, spesso attenuata, rispetto al precedente governo.

La prima vera tassa sugli extraprofitti energetici fu infatti concepita dal governo Draghi nel 2022, sotto la pressione di una crisi innescata dall’invasione russa dell’Ucraina.

​Quella misura era strutturalmente fragile e oggetto di numerosi ricorsi. Il passaggio di consegne non ha portato a un inasprimento, bensì a una rimodulazione che ha spesso concesso sconti o trasformato il prelievo in un contributo di solidarietà temporaneo.

La critica che sorge spontanea riguarda l’entità del gettito: molti degli introiti attesi sono evaporati tra esenzioni e riduzioni tecniche.

Mentre i prezzi alla pompa continuano a oscillare pericolosamente – con il gasolio che in alcune aree tocca vette proibitive – la percezione è che il governo abbia incassato molto meno di quanto promesso, lasciando le compagnie libere di gestire margini estremamente elevati.

​Banche: il grande annuncio e la retromarcia “volontaria”

​Ancor più emblematico è il caso delle banche. Nell’agosto 2023, il governo annunciò con toni trionfalistici una tassa sugli extraprofitti bancari derivanti dal rialzo dei tassi d’interesse deciso dalla BCE. Fu un momento di rottura comunicativa fortissimo: la destra che colpisce i grandi istituti di credito.

Tuttavia, la realtà dei mesi successivi ha raccontato una storia di progressivo svuotamento della norma. Sotto la pressione dei mercati e delle lobby finanziarie, il decreto è stato emendato fino a permettere alle banche una scappatoia dorata: invece di pagare la tassa, gli istituti potevano destinare una somma equivalente a riserve non distribuibili per rafforzare il proprio patrimonio.

Il risultato?

Lo Stato non ha incassato quasi nulla, e le banche sono uscite dall’operazione con bilanci ancora più solidi. Definire questa misura come un’aggressione ai profitti è tecnicamente corretto solo sulla carta; nella pratica, è stata una partita di giro che ha protetto la stabilità del sistema finanziario a scapito delle entrate pubbliche.

​La distorsione della realtà tra schieramenti

​L’affermazione secondo cui l’attuale esecutivo avrebbe fatto ciò che la sinistra non ha mai osato merita un’analisi critica. Se è vero che i governi di centrosinistra del passato hanno spesso adottato politiche caute verso i grandi gruppi industriali, è altrettanto vero che la “svolta” odierna sembra più formale che sostanziale.

​La critica principale risiede nel metodo: si annuncia una misura radicale per soddisfare l’elettorato, per poi “ammorbidirla” nelle stanze dei ministeri per non irritare i mercati.

Questo approccio crea un cortocircuito informativo: da un lato la propaganda rivendica la redistribuzione, dall’altro la realtà economica vede un aumento dei costi per i consumatori e una protezione dei margini per i grandi player.​

La sfida energetica e le nuove nomine di potere

​Il tema degli extraprofitti non può essere slegato dalla gestione delle partecipate statali. Proprio in queste ore, il deposito delle liste del MEF per i rinnovi dei vertici dei grandi colossi industriali ha confermato la volontà del governo di blindare i posti chiave con figure gradite alla maggioranza di destra, consolidando un asse di potere che unisce politica e grande impresa.

​In ENI, si è optato per la continuità assoluta con la conferma di Claudio Descalzi come Amministratore Delegato, giunto al suo quinto mandato consecutivo, affiancato alla presidenza da Giuseppina Di Foggia, figura proveniente da Terna e molto apprezzata in area Fratelli d’Italia.

Anche per ENEL la linea è quella della stabilità conservativa, con le conferme di Flavio Cattaneo nel ruolo di AD e Paolo Scaroni alla presidenza, un ticket che garantisce al centrodestra un controllo saldo sulla gestione dei flussi energetici e finanziari.

Il comparto della difesa e dell’aerospazio vede invece l’ascesa di Lorenzo Mariani come nuovo Amministratore Delegato di Leonardo, prendendo il posto di Roberto Cingolani, con la presidenza affidata a Francesco Macrì, dirigente storicamente vicino ai vertici del partito di Giorgia Meloni.

​Queste nomine indicano una chiara volontà di controllo politico sulle leve economiche del Paese. Mentre i rappresentanti istituzionali dichiarano che tagliare le accise è impossibile senza gravare su altri settori, i giganti del petrolio e della difesa continuano a beneficiare di dinamiche di mercato globali favorevoli.

In questo contesto, l’Italia sembra subire le pressioni esterne senza una reale capacità di intervento sui margini speculativi interni, rendendo le dichiarazioni sugli extraprofitti poco più che un diversivo mediatico rispetto a una gestione del potere molto tradizionale e tutt’altro che “rivoluzionaria”.

​Verso un’economia di facciata?

​La critica che oggi si muove non riguarda l’intenzione di tassare i profitti eccessivi – operazione che godrebbe di un consenso trasversale – ma l’efficacia e la trasparenza di tali operazioni. Se le tasse vengono scritte in modo da permettere ampie vie di fuga, il risultato non cambia: il carico fiscale si sposta inevitabilmente sui consumi finali e sui redditi da lavoro.

​Il rischio è quello di scivolare verso un’economia di facciata, dove la dialettica politica serve a coprire l’incapacità di riformare strutturalmente il rapporto tra Stato e grandi capitali.

Rivendicare meriti che la realtà ridimensiona drasticamente non fa che alimentare il disincanto dei cittadini verso le istituzioni.

In un periodo segnato da tensioni internazionali e prezzi dell’energia ancora fuori controllo, la politica avrebbe bisogno di meno rivendicazioni identitarie e di più coraggio legislativo.

​In definitiva, se la sinistra non ha saputo tassare gli extraprofitti e la destra lo ha fatto solo a metà, chi resta a pagare il conto della crisi sono, come sempre, i contribuenti.

La “sfumatura” tra il detto e il fatto non è un dettaglio: è lo spazio in cui svaniscono le promesse e si solidificano le rendite di posizione.

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