Donald Trump attiva la tecnica cinese del Go: blocco navale
Questa volta a metterci il naso è stato il meno proclive alla guerra degli americani, ossia J. D. Vance, il vicepresidente che interpreta la Maga che non vuole conflitti, quella lontana dall’Israele di Netanyahu e dagli evangelici conservatori del segretario alla Guerra Pete Hegseth.
Torna a casa, probabilmente, con una certezza: con i terroristi non si tratta, perché sono inaffidabili, irrazionali, fanatici.
Che la trattativa sia fallita lo ha annunciato lui stesso nella notte di ieri, mentre lasciava Islamabad: «Gli Stati Uniti non hanno raggiunto un accordo con l’Iran».
Secondo il vicepresidente americano, «non c’è la promessa da parte dell’Iran di abbandonare definitivamente l’arma nucleare».
Secondo Teheran, invece, «i negoziati sono falliti per le richieste irragionevoli degli USA».
Conclusione, non c’è modo di giungere ad un accordo.
Pensare di parlare con chi da sempre ti definisce il Grande Satana, pensando di essere il Bene, mentre massacra il suo popolo e lo opprime e finanzia tutti coloro che vogliono eliminare il Piccolo Satana, ossia Israele, è pura follia.
Trattare con l’Iran dei Pasdaran significa legittimare il terrorismo.
Inoltre c’è un fatto da registrare: chi tratta non ha la piena legittimazione a trattare, come evidenziano i commenti iraniani emessi subito dopo il fallimento del negoziato.
Subito dopo il fallimento dei colloqui l’Iran, guarda caso, ha fatto sapere che “non ha fretta di avviare un nuovo negoziato”. Né ci sarà alcun cambiamento nella situazione nello Stretto di Hormuz, “a meno che gli USA non accettino un accordo ragionevole”.
A riferirlo è stata l’agenzia Fars, affiliata alle Guardie Rivoluzionarie.
Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Baghaei ha detto, a sua volta, che il fallimento dei colloqui è dovuto alle “eccessive richieste degli Stati Uniti” su questioni come Hormuz e il dossier nucleare.
Il New York Times, che cita due funzionari iraniani a conoscenza dei colloqui, scrive che la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino di quasi 900 libbre (408 kg) di uranio altamente arricchito e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di asset congelati all’estero sono stati i punti critici che hanno fatto deragliare la trattativa.
Gli Stati Uniti avevano chiesto all’Iran di riaprire immediatamente lo Stretto a tutto il traffico marittimo, ma l’Iran si è rifiutato di rinunciare alla sua influenza su questo punto strategico per le petroliere, affermando che lo avrebbe fatto solo dopo un accordo di pace definitivo.
L’Iran ha anche chiesto un risarcimento per i danni causati da sei settimane di raid aerei e lo sblocco delle entrate petrolifere congelate in Iraq, Lussemburgo, Bahrein, Giappone, Qatar, Turchia e Germania per la ricostruzione.
Un altro punto di contesa è stata la richiesta di Trump che l’Iran consegnasse o vendesse l’intero stock di uranio arricchito di grado quasi nucleare.
E così J.D. Vance ha concluso la sua presenza, dicendo: “Abbiamo chiarito in modo inequivocabile quali sono le nostre linee rosse, su quali punti siamo disposti a cedere e su quali no”.
Ora Trump sembra essere entrato nella logica del gioco cinese Go, che in Cina viene chiamato, wéiqí, wei-ch’i, da wei, “accerchiare”, e qi, “pedina”.
In sostanza vince chi accerchia. Quindi tu accerchi me e io accerchio te. Tu blocchi Hormuz e io faccio un blocco navale che impedisce alle navi di portare il petrolio in Cina, che è il tuo cliente.
La stragrande maggioranza delle esportazioni iraniane di petrolio va, infatti, verso la Cina, che rappresenta circa il 90% o più del totale negli ultimi anni (2024-2025).
La Cina acquista fino a 1,3-1,4 milioni di barili al giorno in media. Si tratta principalmente di raffinerie indipendenti (“teapot”) nella provincia di Shandong, attratte dai forti sconti sul prezzo (fino a 10-20 dollari al barile sotto il Brent).
La Cina non dichiara ufficialmente questi acquisti nelle statistiche doganali, ma i dati di tracciamento delle petroliere (Kpler, Vortexa, TankerTrackers) lo confermano chiaramente.
Questo volume rappresenta circa il 12-13,4% delle importazioni totali di greggio cinese via mare e, se si considera che il greggio Venezuelano è ora bloccato, un blocco navale danneggerebbe fortemente l’economia cinese.
Secondo i dati ufficiali delle dogane cinesi (GAC) e analisi di terze parti (come Kpler, EIA e think tank), i principali paesi da cui la Cina importa petrolio greggio sono: la Russia, con il 17-20% nel 2024, con pipeline (via terra) e via mare, seguita da: Arabia Saudita: tra il 14-21% a seconda del periodo; Iran, come s’è già detto;
Malaysia (e in misura minore Indonesia): spesso al 3°-4° posto nei dati ufficiali.
Altri importanti: Oman (6 – 7%), Emirati Arabi Uniti (5 – 7%), Angola (4-5%), Kuwait, Canada e Venezuela (ora in mano USA).
Non v’è dubbio che un blocco navale farebbe un grande regalo alla Russia, che diventerebbe, sempre più, il fornitore fondamentale per l’economia cinese.
La palla, pertanto, passa a Pechino, che ha assistito, fino ad ora, sia pure dietro le quinte, l’Iran, fornendo intelligence.
Ecco il motivo per il quale Donald Trump ha ripostato sul suo social Truth un articolo che suggerisce come gli Usa potrebbero attuare un “blocco navale” nel golfo Persico per danneggiare gli interessi economici dell’Iran (leggi anche Cina), in caso di un mancato accordo Washington-Teheran.
Il post, pubblicato dal media online Just the News, si intitola: ‘La carta vincente che il presidente ha se l’Iran non cede: un blocco navale’.
Trump l’ha ripostato sul suo account Truth alle 6:16 di ieri mattina, praticamente in concomitanza con le notizie in arrivo da Islamabad, annunciate direttamente dal suo vice J. D. Vance, secondo cui i negoziati in corso con l’Iran erano falliti.
L’articolo suggerisce che la strategia del blocco navale, già adottata nel caso del Venezuela, potrebbe “soffocare un’economia iraniana già instabile e aumentare la pressione diplomatica su Cina e India, tagliandole fuori da una delle loro principali fonti di petrolio”.
Il pezzo cita “alcuni esperti secondo cui “Trump potrebbe semplicemente ‘superare’ il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz con un blocco ancora più efficace.
Teheran può anche giocare al gioco napoletano delle tre carte, ma ormai la sua fragilità è scoperta.
“Era evidente fin dall’inizio che non dovevamo aspettarci di raggiungere un accordo in una sola sessione. Nessuno se lo aspettava”, ha dichiarato Esmaeil Baqaei, portavoce della diplomazia iraniana, alla televisione di Stato iraniana, dopo l’annuncio del fallimento dei colloqui a Islamabad per porre fine alla guerra in Medio Oriente.
Il portavoce del ministero degli Esteri si è detto “certo che i nostri contatti con il Pakistan, così come con gli altri nostri amici nella regione, proseguiranno”.
Il fatto è che chi tratta, questo il punto, o fa il furbo, o non è legittimato pienamente a farlo.
“Siamo stati accomodanti” ha detto Vance. “Il presidente ci ha detto «dovete negoziare in buona fede e fare il massimo sforzo per ottenere un accordo». Lo abbiamo fatto, purtroppo non siamo riusciti a compiere nessun progresso. L’Iran non ha accettato i nostri termini. Ce ne andiamo da qui con una proposta molto semplice: un’offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani l’accetteranno”.
“Il fatto è – ha aggiunto Vance – che dobbiamo vedere un impegno concreto da parte loro, non devono cercare di dotarsi di un’arma nucleare e non devono cercare gli strumenti che consentirebbero loro di farlo rapidamente”.
Teheran ad oggi dispone di circa 440 chili di uranio arricchito al 60%, una base che consentirebbe rapidamente di arrivare a disporre di materiale utile per la produzione di armi atomiche.
Trump è stato continuamente aggiornato sugli sviluppi.
“Ovviamente – ha detto Vance – abbiamo parlato costantemente con il presidente”, e anche con il segretario di Stato, Marco Rubio, con il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, con il segretario al Tesoro Scott Bessent e con l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, il comando centrale degli Usa.
Nel frattempo, secondo tre fonti Usa citate dal Wall Street Journal, due cacciatorpedinieri lanciamissili della Marina USA ieri hanno passato lo Stretto di Hormuz, segnando il primo passaggio di navi da guerra americane dall’inizio del conflitto con l’Iran.
Mentre le fonti diffondevano queste notizie, Donald Trump ha pubblicato su Truth un post in cui annuncia che “stiamo avviando il processo di sgombro dello stretto di Hormuz”, sottolineando che si tratta di “un favore” a Paesi come la Cina, il Giappone e la Francia “che non hanno il coraggio o la volontà di fare da soli questo lavoro”.
A confermare la notizia è stata la dichiarazione diffusa dal comandante del Centcom, il comando militare centrale USA competente per le operazioni in Medio Oriente, che parla di una “operazione di sminamento”.
“Oggi – ha dichiarato l’ammiraglio Brad Cooper – abbiamo iniziato il processo di apertura di un nuovo passaggio e condivideremo presto questa rotta sicura con la navigazione commerciale per incoraggiare il flusso del libero commercio”.
Nella dichiarazione si precisa che le navi che hanno attraversato lo stretto sono i cacciatorpediniere USS Frank E. Peterson e USS Michael Murphy, che hanno inziato a “stabilire le condizioni” per le attività di sminamento. Altre risorse, compresi droni sottomarini, si uniranno alla missione “nei prossimi giorni”, ha concluso il comunicato del Centcom.
Il fallimento delle trattative legittima le posizioni di Netanyahu e di chi, negli USA, lo appoggia.
Non è da escludere, pertanto, che da Tel Aviv partano missioni che abbiano come obbiettivo anche la distruzione delle infrastrutture essenziali iraniane.
Rimangono sul tavolo anche opzioni come l’occupazione delle isole del Golfo Persico, alcune rivendicate dagli Emirati e l’attivazione delle milizie delle minoranze.
Una cosa è certa, ormai: la necessaria eliminazione del regime di terroristi assassini che comanda a Teheran.
Senza l’eliminazione dei terroristi la stabilizzazione del Medio Oriente è impossibile.
Europa? Non pervenuta. Telefonare per informazioni a Kaja Kallas.





