Una guerra che nessuno vuole più, anche se per motivi diversi
Dopo aver per anni aiutato Zelensky, non solo assicurandogli appoggio incondizionato, ma anche avendolo esortato a non mollare in nome di una “santa” risposta al prepotere di un regime quale quello di Putin, grazie al sacrificio e fino all’eroismo della resistenza Ucraina, al fronte e tra la gente, il solo pensare di metter ora uno stop agli aiuti è un atto di una miseria morale senza limiti.
L’etichettatura di un nascente “partito Pro-Putin” che mette assieme tutti i diversi no alle armi – e qualcos’altro – ha però il difetto di tutte le etichettature.
Semplifica situazioni complesse; si autoassolve per gli errori.
Sin da quando è iniziata l’occupazione russa, l’idea dominante è che si sarebbe potuto sconfiggere la Russia sul campo: e, dunque, aiuti in armi e intelligence non sono mancati.
Si è capito che bisognava aggiungere qualcosa di altro per tagliare l’economia russa: le sanzioni economiche sono state e sono imponenti.
Infine, si è puntato sull’isolamento politico internazionale della Russia.
È sicuramente vero che Putin ha fallito del tutto la sua “guerra lampo”, ma anche le tre direttrici di azione europee si sono dimostrate un sostanziale fallimento: se non si ha contezza di questo non si fa un buon servizio a nessuno e neanche agli Ucraini.
E, purtroppo, ancora non si riconosce questa realtà. Che si sia ora in una situazione di stallo è un dato che viene scartato con irresponsabile fastidio. E questo aiuta l’aggregazione di chi, surrettiziamente o meno, dice basta alla guerra.
Piangere sul latte versato – quello di non aver sin dall’inizio come Europa preso in mano la questione chiedendo alla Russia uno stop alle armi e negoziati che però non ignorassero intese precedenti ancor oggi inutilmente disconosciute – non serve a nulla.
Ma stare fermi, con le mani in mano, fornisce alibi grandissimi a chi fa i conti di quanto è costata e costa all’Europa tutta questa guerra. E su questo specula.
Aiutato da chi ha trovato nella dissoluzione dell’economia ucraina terreno fertile per grandi affari ed ora ha bisogno di incassare: cioè ha bisogno che la guerra finisca. E così i pro-Putin hanno un pericoloso collante anche se di motivazioni diverse.
L’assenza dell’Europa dalla gestione di questa vicenda diventa terreno di scontro politico nei vari Paesi. Ma un terreno minato, strumentalizzato, lontano dall’analisi delle realtà. Ideologizzato e reso nei suoi aspetti di moralità e giustizia. Che quando si è in guerra non sono purtroppo attuali.
Un sussulto di dignità andrebbe chiesto a gran voce. Andrebbero abbandonate ipotesi “estreme”, per quanto giuste possano essere, per pensare ad un “compromesso accettabile” più che a una “pace giusta”.
O, per meglio dire, coniugando senza sotterfugi dialettici la parola “giusta”.
Se non siamo in grado di farlo, disgustiamoci pure del partito pro-Putin. Ma quello crescerà.
Solo un’aggiunta.
Mi sa che si sta ripetendo la stessa sequela di errori con il Medio Oriente. Non è la nostra guerra è una bugia; e comunque non significa che possiamo infischiarcene.
La vittima eccellente di questo confronto – che tra l’altro non è regionale – è l’Europa. Se lo decidessero, i contendenti ci farebbero a pezzi: e non è detto che il ricatto – già in atto – non peserà comunque.
Anche su questo l’assenza dell’Europa, lo “stare a vedere e poi…” grida vendetta.
Antisemitismo non più strisciante e panislamismo ancor meno strisciante stanno saldandosi e predispongono le condizioni per aggregazioni che rimpiangeremo di non aver bloccato a tempo.
Il futuro con il partito putinista e quello panarabo non mi sembra colorato di rosa.





