Ovvero, quando lo stato sociale diventa moneta di scambio per il consenso a scapito del bilancio
Nei sistemi democratici il più grande problema del politico che arriva alla leadership del proprio Paese è far coesistere la sostenibilità economica con le politiche sociali.
Sono i due fattori determinanti per il mantenimento del consenso e per la conferma di una leadership, purtroppo, però, sono l’uno inversamente proporzionale all’altro.
Il politico nostrano normalmente è assai attento alle componenti sociali, ma raramente ha competenze in economia e non riesce mai a trovare in giusto equilibrio, specie quando si trova a intervenire in una situazione già compromessa, che richiederebbe interventi drastici e impopolari.
Lo vediamo di questi tempi con Milei in Argentina, dove l’adozione di rimedi estremi, a fronte del miglioramento dei conti pubblici, sta provocando un cataclisma sociale.
Milei ha scommesso sulla resilienza degli argentini, convinto che nel medio periodo traghetterà il Paese verso un futuro roseo.
L’incognita sarà capire se gli argentini gli permetteranno di continuare.
Il presidente argentino, con la sua ostinata determinazione a prescindere dal consenso, però, è un’eccezione.
Tutti gli altri leader politici mondiali, una volta conquistato il potere usano le politiche sociali per cercare di mantenerlo, anche a scapito dell’economia, che tentano di manipolare come gli alchimisti medioevali.
Perfino quando in Italia a capo del governo ci sono stati due grandi economisti, essi hanno sconfessato loro stessi: Monti, strangolando le imprese con quel Fiscal Drag che insegnava ai suoi allievi da professore, e Draghi, legittimando la demenziale bonus economy di Conte, che ha portato lo Stato alla soglia del fallimento.
Entrambi, al contrario di predecessori e successori, padroneggiavano perfettamente le regole dell’economia, eppure le hanno disattese, e, a questo punto, viene da chiedersi: chi li ha pagati per farlo?
Eppure, la regola è semplice: in una situazione di stagnazione economica, debito pubblico elevato e squilibrio dei conti pubblici, la sola area in cui un governo può agire è la componente improduttiva della spesa pubblica, che deve essere ridotta.
In questa categoria rientrano per primi gli sprechi, le elargizioni mascherate e le prebende e, poi, l’assistenzialismo a pioggia, specie quello a fini elettorali.
Mentre la componente produttiva deve essere razionalizzata e resa efficiente.
Già, la ricetta è semplice, ma anche difficile e. soprattutto. impopolare, quindi si tentenna, si posticipa e, alla fine, all’avvicinarsi delle elezioni, si fa l’esatto opposto, aumentando la spesa con nuovi sussidi spot per influenzare gli elettori e deliberando nuove prevende per gli amici degli amici, gonfiando a dismisura il già disastrato debito pubblico che pagherà qualcun altro.
Nessun Presidente del Consiglio italiano dalla seconda repubblica in poi è mai sfuggito a questa regola, dagli 80 euro di Renzi ai superbonus di Conte e Draghi.
Giorgia non fa eccezione, come non farà eccezione chi verrà dopo di lei.
Servirebbe equilibrio, serietà, senso dello Stato, disinteresse, soprattutto servirebbe la consapevolezza da parte di tutti della drammaticità della situazione socio economica del Paese e la volontà comune di cambiare verso, con determinazione, anche a rischio della poltrona.
Tutte utopie nella scena politica di oggi, in cui il corpo elettorale è trattato con le stesse regole con cui gli uffici marketing delle grandi aziende trattano i consumatori.
Le regole di ingaggio di questo marketing sono chiare: qualunque cosa accada, il voto popolare non deve cambiare il gruppo di potere chre comanda lo Stato, a prescindere dal colore.
E anche questa è ingegneria.





