I malesseri che incidono sulla tenuta della democrazia in Unione Europea
Un binomio apparentemente semplice e comprensibile racchiude complessità e, ancor più, impegnative ridondanti interpretazioni.
Che cosa si vuole intendere per libertà?
Termine olistico che esprime l’essere e, contemporaneamente, una svariata quantità di significati.
Ci soffermiamo alla teorizzazione di Isaiah Berlin, che individua diversità tra libertà negativa e positiva.
La prima, riconosciuta come libertà Da per il superamento d’impedimenti, l’altra come libertà Di caratterizzata per autonomia e autodecisione.
Esplicita la visione di Platone sulla libertà che non consiste nel poter fare tutto ciò che si desidera ma nel controllo della ragione affinché si possano realizzare le nostre convinzioni.
Il futuro, l’interpretiamo con Martin Heidegger: non è qualcosa che “succederà”, tanto ancora non c’è, ma è progettazione costante e misura stessa del nostro essere, il futuro è l’esserci e, parafrasando malamente Parmenide, avvaloriamo che il futuro è e non può non essere.
Muovendo da queste convinzioni crediamo che sia più agevole il nostro
ragionare sul futuro della libertà; quella positiva non è oggetto del nostro argomentare pur avendo contezza che rappresenta significative volontà individuali, nella complessiva sintesi del tasso di libertà di una società, nel nostro caso dell’Europa.
Già, l’Europa, oggetto delle nostre considerazioni, è lo spazio e il tempo su cui il pensiero si è lungamente soffermato. Sarebbe superfluo e ridondante riportare valutazioni e comprensioni positive di quella intellighenzia che si è espressa in tal senso su un futuro, ormai remoto.
Innumerevoli i teorici sull’avvenire della libertà di questo spazio continentale da de Chateaubriand a Dostoevskij, Nietzsche, Guènon, Spengler, Husserl, Valéry, Sartre, Heidegger, Prezzolini, Pound, Pasolini, Adorno, Agamben, Oakeshott e si potrebbe continuare, inutilmente, essendo esplicito che, l’Europa, sul versante del futuro e della libertà negativa, presupposto di una società liberale, non ha raccolto e non ottiene molte certezze né entusiastiche considerazioni.
Intanto, la secolare influenza storica, culturale espressa dall’Europa attiene al remoto, la straordinaria intellettualità a partire dal Medioevo attraversando il Sette e Ottocento, si è andata prosciugando verso la fine dell’ultimo conflitto.
Questa parte d’Occidente sembra procedere con pensieri scevri da creatività, trasmettitori di stantie litanie politicanti, capaci d’implementare alienazione e stati d’anomia che, in particolare, insistono sulla politica e sulle nuovissime generazioni.
Il monismo che attanaglia l’europeismo, erede di un’Europa che fu capace navigatore tra pluralismo e dualismi, è funzionale alla decomposizione di una politica che non fu politicante e priva dell’odierno affollamento di modestissimi satrapi, privi di storicità, intenti alla suddivisione di quote, anche modeste, di potere.
L’informazione, in questo, è di buon supporto, presentando assiduamente presunti “cavalli di razza politicamene eccellenti”.
Il suo ruolo non è quello di informare, la missione è l’oculata alterazione dell’essere per favorire visioni, interessi, progettualità di personaggi o fazioni funzionali alla fruizione di una cultura di massa.
Un buon imperatore è colui di cui si parla il meno possibile affermava, non a caso, il saggio Laozi.
La criticità del futuro delle libertà in Europa attiene, essenzialmente, alla sensibile capacità dei poteri di non oscurare visioni e convinzioni del mondo di ieri, se vorrà prospettare sul domani fascino e gaudio per la diversità.
Ragionando di poteri non si può non includere, oltre al politico, il giudiziario, l’economico, l’ecclesiale, i transnazionali.
Il domani non può alimentare continue, asfissianti dicotomie e permanenti conflitti sociali, certo Schmitt e Dahrendorf hanno argomentato che la politica, e non solo, è conflitto, ma per una visione partecipata del futuro, crediamo che occorra transitare dal niente verso significative e condivise certezze.
Già nei primi decenni dell’Ottocento de Chateaubriand scriveva, nelle sue “Memorie d’oltretomba”, che l’avvenire si ha difficoltà a comprenderlo, figuriamoci la nostra contemporaneità, con la crisi della politica ad personam, la confusione partitocratica, una decadenza da post-impero, se oggi si possa avere una sufficiente adeguata comprensione.
La politica dagli anni 60, ampliando sempre più la penetrazione nei gangli del vivere civile ha pervaso la quotidianità in nome e per conto di una presunta democrazia e di un evanescente ordine, ormai definibile come disordine costituito.
“I meccanismi di partecipazione democratica interna alle formazioni politiche sono del tutto inceppati. La personalizzazione della politica, la stagnazione delle leadership coinvolgono l’intero arco politico.
Partiti privatizzati, presidenze e segreterie, in molti casi a vita, liste elettorali con la scomparsa dei candidati, sono un malessere che incide sulla stessa tenuta della democrazia; i congressi non si celebrano, sostituiti dalle cosiddette assemblee programmatiche in cui, per acclamazione, si perpetuano le leadership…”
Olita, documento Società Libera 2005
Schmitt lucidamente ha definito il politico come il Totale a cui non sfugge neppure ciò che è privato. Stante queste coordinate è alquanto improbabile che l’europeismo possa essere soggetto di significative riflessioni sul mondo e le libertà del domani.
Al di là della formazione di ogni professione, si avverte arretratezza culturale, ontologica, crescente divaricazione tra opinione e pensiero; al riguardo Sergio Romano scriveva:
“Oltre agli uomini di Stato penso ai professionisti, agli imprenditori, ai finanzieri, ai magistrati, ai pubblici amministratori: spesso incapaci di guardare al di là dei propri schemi ideologici e del proprio orticello corporativo”.
Un diffuso manicheismo, il declino della politica e dello strumento partitico, la partitocrazia quale risvolto burocratico, antinomie che concorrono al declino di questo continente; la non identificazione con il passato, la non riconoscibilità di quello che fu il suo humus, agevolano il futuro chiaroscuro della libertà.
Il saggista statunitense Timothy Snyder ha interpretato con il massimo realismo la nostra situazione continentale:
“L’Unione Europea possiede una caratteristica peculiare: esiste senza essere”.
A fronte di retorici ottimismi di bandiera che a ogni cambio di maggioranza sventolano risultati, a dir poco, apprezzabili, ricordiamo Nicola Matteucci, che già nel 1968 evidenziava la discrepanza fra previsioni ed esiti delle politiche pubbliche in Italia, criticità che, il più delle volte, immiserisce strategie governative e azione amministrativa.
Già, ancora Matteucci ricorda che Habermas vede nell’avanzare della burocratizzazione il tramonto della società civile. Anche per i partiti, intesi come connotazione non tradizionale, siamo alla statalizzazione della società, che favorisce l’implementazione di uno Stato assistenziale.
Alla scienza politica il compito di individuare i limiti dell’azione statale affinché non risulti invadente né arbitraria per le libertà individuali.
Wilhelm von Humboldt, teorico politico, delegato al Congresso di Vienna, fondatore dell’Università di Berlino, evidenziò i limiti dell’attività dello Stato.
Nel 1792, con gran lucidità, scriveva:
“Nasce un mestiere nuovo e abituale: il disbrigo degli affari statali; e ciò rende i servitori dello Stato più dipendenti dalla parte governante dello Stato, che li assolda, anziché dalla nazione.
Nella maggior parte degli Stati aumentano di decennio in decennio i servitori dello Stato mentre diminuisce la libertà dei sudditi”.
Leggerlo dopo 234 anni più che una lettura si mostra come una foto dell’oggi.
Numerose le preoccupazioni per il futuro della Libertà, oggi accresciute più che mai da facili schematismi, riarmi, confuse strategie, errati semplicismi,
antagonisti più o meno immaginari, alleati da appurare, lontananza e rifiuto della ragion critica, predefiniti fuorvianti costruttivismi, servilismo
dell’europeismo per inesistenti strategie, al più insignificanti.
Il Libro Bianco sul futuro della difesa europea, presentato dai vertici dell’UE, afferma che il futuro dell’Europa sarà deciso sui campi di battaglia ucraini.
Miseranda constatazione per un continente la cui sorte è demandata ad u conflitto regionale che gli europeisti non sono in grado d’interrompere.
Non si è voluto far leva su canali diplomatici considerando che
“la pace viene dalla comunicazione e un’istituzione vive finché cerca la verità”.
Ezra Pound
Considerazioni inquietanti per il futuro delle libertà, al di là delle origini di un conflitto che la ricerca storiografica interpreterà.
“L’epoca divenne peggiore mutando a poco a poco colore, perché subentrò la ferocia della guerra e l’amore del denaro?”
Virgilio, Aeneis, 8, 326
“La sola vergogna è il silenzio, che cosa, da sempre, sporca la Storia?
Le menzogne senza vergogna dette da alcuni uomini”.
Joan Baez, La ballata di Sacco e Vanzetti
“La verità non è un concetto astratto, ma coincide con Dio e si trova dentro l’uomo. Occorre cercarla non all’esterno, ma nel profondo della propria coscienza”.
Agostino, Confessioni
Il futuro certamente dipenderà dall’assetto di Governance e, quindi, di Potere cui andrà incontro il Pianeta; il ventunesimo secolo ha mostrato che l’unipolarismo e la sua regia sono al tramonto.
Andiamo incontro a un multilateralismo che, se equilibrato, potrà consentire almeno un raffreddamento dei tanti conflitti e tensioni internazionali.
Istituzioni e organizzazioni politiche dall’ONU, alla NATO, all’UE e altre, alcune tramontate, altre sulla via, andrebbero ripensate e innestate di liberalismo da interpretarsi come salvaguardia delle libertà individuali e non solo.
“Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie”, scriveva nel 1914 in un toccante documento Giovanni Papini, che individuava nelle grandi comunità, a partire dalle scuole, non occasioni di libertà, di apprendimento sostanziale, di dignità, di amore per il futuro.
Liberalismo non solo per le libertà naturali, occorre preoccuparsi anche della libertà dai bisogni affinché il malessere dilagante e la solitudine possano avvertirne l’attenzione.
Le libertà che non consentono Libertà, in percentuale crescente, si accompagnano alla solitudine dell’animo, condizione che non necessita dell’opera dei troppi liberali lontani dal liberalismo.
La politica del futuro, tra le tante criticità, dovrà operare sulle tante coercizioni che insistono sull’umanità:
Scuola, non abbisogna di tante risorse finanziarie, come si sente dire da ogni compagine governativa. L’istruzione necessità di serietà e convinta partecipazione.
Carceri, tanti interventi strutturali e organizzativi, poi una sensata riforma: sono da abrogare le detenzioni al compimento dei 70 anni.
Ospedali, tanti interventi strutturali, potenziamento delle risorse specialistiche, formazione sull’umanità e la comprensione per i degenti.
A prescindere da altre emergenze, si ecclissa la stessa idea di libertà se per una TAC coronarica, a Milano, avanguardia di tutto e di tutti, vengono richiesti 820€ per effettuarla entro una settimana, altrimenti con buon costo dopo due anni.
Psichiatria, Paese innovatore con la riforma Basaglia, perdita della libertà, naturalmente, per l’infermo e intere famiglie. Continuare sarebbe superfluo.
Potremmo evidenziare dell’altro, ma crediamo che sia bastevole aver iniziato con sollecitazioni politiche-filosofiche per poi approdare alla quotidianità popolare, avendo come filo conduttore il futuro.
Un binomio che, al di là dei rivolgimenti geopolitici, può e deve avere più consistenti prospettive se daremo seguito al conclusivo ammonimento:
“Tutte le libertà consistono in radice nella preservazione di una sfera interiore esente dallo Stato”.
Lord Acton





