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GLOBALIZZAZIONE, NUOVI SCENARI E NUOVI EQUILIBRI

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di Giuseppe Augieri
Se Keynes di “affacciasse” a guardare l’Italia, direbbe che sta vedendo un film già visto  e ripeterebbe, mutatis mutandis, le stesse parole dette per la grande depressione seguita alla crisi del ’29: «Siamo entrati in un circolo vizioso che ci induce a non fare niente perché mancano le risorse; ma queste mancano perché non facciamo niente per propiziarle.» E non parlava solo di risorse materiali. J.F.Kennedy esplicitò l’intero arco di valori di questo assunto.
Il concetto, recentemente ripreso dal Prof Savona, mi ha colpito perché lo sento vero. C’è una cornice che va esaminata e c’è una tela che riguarda in particolare l’Italia. Ecco il mio pensiero.
Fa da cornice la constatazione che tutto il mondo abbandona il modello che ha ispirato la globalizzazione, un modello fatto di cooperazione e, insieme, competizione. Certamente pecche in quel modello ci sono state: tra esse lo sfruttamento di welfare profondamente diversi; una distribuzione del reddito iniqua; una crescente prevalenza di moneta e finanza al servizio della speculazione. Ma è altrettanto vero che «esso ha consentito di trarre dallo stato di povertà circa un miliardo di abitanti del Pianeta, di innalzare, pur con diversità significative, il livello di benessere di altri sei miliardi e di creare spazi di nuova vita per un altro miliardo di abitanti del Pianeta».
Prevale ora di nuovo la competizione, ma non quella di Adam Smith (dal latino cum petere, cioè concorrere verso un comune obiettivo) bensì quella del monetarista per eccellenza Milton Friedman (“Libero di scegliere”. Libero???). La formazione di un multilateralismo (USA e occidente – CINA e BRICS allargato a 51 Stati – Resto del mondo) è un segno e non fa stare tranquilli: perché con queste premesse la messa in moto di energie “per propiziare le risorse” significa rifiutare di schierarsi “a prescindere”; e dunque andare a scontri con chi oggi quelle risorse ce l’ha e le utilizza per i suoi fini.
Il punto, però, da sottolineare è che iI modello cooperativo non è solo un modello economico. Il crescente individualismo, l’affievolimento di ideali, l’emergere di valori contraddittori o egocentrici, di brama di avere, il narcisismo targato anche “social”, sono tutti aspetti del modello competitivo. Quasi un corollario inevitabile. Alcuni di questi oggi sono, se non cavalcati, almeno accettati da quella sinistra che dovrebbe avere il modello cooperativo come obiettivo: cioè la negazione di tutto questo.
La caratteristica italiana – quella che ho chiamato tela – è infatti la tiepidezza (chiamiamola così) delle premesse culturali. Ma andiamo con ordine. Negli anni del centro-sinistra, si tentò di coniugare le due tendenze o modelli – che, per semplificare, possiamo chiamare liberista e socialista – facendo incontrare, un’economia di gestione decentralizzata delle risorse (il libero mercato) con una gestione centralizzata (la programmazione). Qualche non piccolo risultato si ebbe. Poi ci fu una sua messa in un canto. La storia ha dimostrato che i due modelli si pongono in contrapposizione solo se la politica lo vuole, non per la loro intrinseca natura. Da allora ci si sta spingendo sempre più lontani da un modello cooperativo. Una riflessione su questo andrebbe fatto: si farebbe bene ad affiancare alla constatazione che molta parte dell’Italia vive al disotto delle esigenze (da rivendicare) anche quella che l’Italia vive al di sotto delle proprie risorse. Che ci sono: ma solo con la premessa di un clima culturale diverso.
Il riconoscimento dell’altro; la disponibilità verso gli altri; il decentramento personale e culturale fanno da premessa a valori essenziali: sostenersi a vicenda; comunicare con chiarezza e precisione; risolvere i conflitti che sorgono; riuscire a lavorare in gruppo, in maniera rispettosa, coinvolgente e corresponsabile. La basi culturali, cioè, per un modello che dobbiamo almeno affiancare al modello competitivo che ci sta coinvolgendo sembrano affievolirsi sempre più: credo di averlo detto sino alla noia. E questo ci taglia le gambe.
Non rifiutare il confronto; ma non renderlo una guerra perenne. Praticare la comprensione reciproca: “Laudato sì” e “Fratelli tutti” di Papa Francesco sembrano restare l’unico riferimento. Ma non è così. Se ci si dimentica di quell’etica della comunità che va da Kierkegaard a Bobbio, per chi vuole restare nel campo laico, molte cose non si affronteranno mai.

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  • Redazione

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