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L’inquietudine del mondo

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L'inquietudine del mondo

Combattiamo per vincere le guerre, ma non sappiamo costruire la pace

Analisi di un’umanità che conosce il prezzo della guerra, ma continua a rinviare il valore della pace.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’uomo contemporaneo.

Possiede conoscenze scientifiche straordinarie, tecnologie capaci di raggiungere lo spazio, sistemi di comunicazione che annullano le distanze e strumenti d’intelligenza artificiale che, fino a pochi anni fa, appartenevano alla fantascienza.

Eppure, davanti alla guerra, sembra tornare prigioniero delle paure, degli istinti e delle ambizioni che accompagnano la storia umana da millenni.

Siamo capaci di progettare il futuro, ma continuiamo a distruggere il presente.

Mentre una parte dell’umanità cerca cure per malattie ancora incurabili, un’altra investe risorse immense per perfezionare le armi con cui potrà uccidere meglio, più lontano e più rapidamente.

Mentre discutiamo di cambiamento climatico, povertà, migrazioni e intelligenza artificiale, milioni di persone sono costrette a misurare il tempo non attraverso i progetti della propria vita, ma attraverso la distanza tra un bombardamento e il successivo.

È questa contraddizione che mi inquieta.

Non soltanto le guerre in corso, dunque, ma l’incapacità della nostra specie di trasformare l’esperienza del dolore in una volontà politica e morale sufficientemente forte da impedire che quel dolore si ripeta.

Un mondo in guerra, senza una prospettiva condivisa di pace

Le guerre contemporanee non sono tutte uguali. Hanno origini, responsabilità, obiettivi e dimensioni differenti. Ridurle a un’unica spiegazione sarebbe un errore.

Ma, osservandole nel loro insieme, emergono alcune dinamiche comuni: la competizione per il potere, la paura di perdere sicurezza e influenza, il nazionalismo, le rivalità territoriali, il controllo delle risorse e la convinzione, spesso tragicamente illusoria, che la forza militare possa risolvere problemi che la politica non è riuscita a governare.

In Ucraina, la guerra ha trasformato il territorio europeo in uno spazio di confronto militare e strategico tra Russia e Ucraina, con il sostegno occidentale a Kyiv e con conseguenze che superano ampiamente i confini dei due Paesi.

Il problema non riguarda soltanto le linee del fronte, ma anche la sicurezza futura dell’Europa, la sovranità degli Stati, la credibilità degli accordi internazionali e il rischio che un conflitto prolungato consolidi nuove divisioni continentali.

In Medio Oriente, il conflitto israelo-palestinese continua a rappresentare una delle ferite più profonde della coscienza internazionale.

La sicurezza di Israele, il diritto dei palestinesi a vivere liberi e dignitosamente, il destino di Gaza, il futuro della Cisgiordania e le rivalità regionali si intrecciano in una crisi nella quale ogni nuova generazione rischia di ereditare il dolore, il risentimento e la paura della precedente.

Le tensioni che coinvolgono l’Iran e altri attori regionali possono inoltre allargare il confronto, rendendo più difficile distinguere il conflitto locale dalla competizione geopolitica.

In Sudan, la guerra ha prodotto una catastrofe umanitaria che ricorda quanto facilmente la popolazione civile possa diventare ostaggio di lotte per il potere.

In Myanmar, la violenza e la frammentazione politica continuano a mettere in discussione la possibilità di una convivenza stabile.

Nel Sahel, nel Corno d’Africa e in altre aree del continente africano, conflitti armati, fragilità istituzionali, competizioni per le risorse e interferenze esterne possono alimentare crisi che ricevono un’attenzione internazionale insufficiente rispetto alle loro conseguenze umane.

A queste situazioni si aggiungono le tensioni nell’Indo-Pacifico, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la proliferazione delle capacità missilistiche, la militarizzazione dello spazio e il crescente peso delle operazioni informatiche.

Non tutte queste tensioni sono guerre aperte, ma possono creare le condizioni per crisi improvvise, errori di calcolo e scontri difficili da contenere.

Il quadro che ne deriva non è quello di un mondo destinato inevitabilmente a una guerra generale. È quello, altrettanto preoccupante, di un sistema internazionale nel quale diversi conflitti possono sovrapporsi, condizionarsi reciprocamente e sottrarre spazio alla diplomazia.

La guerra, insomma, non è più soltanto ciò che accade dove si spara. È anche ciò che si prepara quando viene meno la fiducia, quando la paura diventa una strategia politica e quando ogni compromesso viene presentato come una sconfitta.

Le prospettive: non esiste un unico futuro delle guerre

Credo che il futuro debba essere letto attraverso scenari diversi, senza cedere né al catastrofismo né all’illusione che il tempo, da solo, possa sistemare ogni cosa.

Il primo scenario è quello della prosecuzione dei conflitti senza una vittoria decisiva. È una prospettiva dolorosamente plausibile quando le parti ritengono che continuare a combattere sia meno rischioso che accettare un compromesso.

Si consumano uomini, risorse e infrastrutture; i fronti possono muoversi poco, mentre le società si impoveriscono e le possibilità di riconciliazione si allontanano.

Il secondo scenario è quello delle tregue e dei cessate il fuoco fragili. Possono salvare vite e aprire spazi diplomatici indispensabili. Ma una tregua non è ancora una pace.

Se non viene accompagnata da garanzie di sicurezza, verifiche indipendenti, meccanismi per risolvere le controversie e prospettive politiche credibili, rischia di diventare soltanto l’intervallo tra due fasi della stessa guerra.

Il terzo scenario è quello dell’allargamento regionale o internazionale. Un incidente militare, un attacco contro infrastrutture strategiche, un errore di valutazione o una rappresaglia sproporzionata possono coinvolgere nuovi attori.

Le potenze dispongono di capacità di deterrenza considerevoli, ma proprio la complessità delle alleanze e la velocità delle decisioni possono rendere più difficile fermare un’escalation una volta iniziata.

Esiste, infine, uno scenario meno spettacolare, ma più importante: la costruzione paziente di accordi che riducano le ragioni della guerra. È lo scenario che richiede più tempo, più competenza e più coraggio politico.

Non offre immagini immediate di vittoria, ma può produrre risultati duraturi: confini riconosciuti o regolati attraverso accordi, minoranze tutelate, scambi di prigionieri, ricostruzione, cooperazione economica e istituzioni capaci di impedire che una controversia torni a trasformarsi in un conflitto armato.

Nessuno può prevedere con certezza quale scenario prevarrà. Dipenderà dalle decisioni dei governi, dalle pressioni delle rispettive società, dalle iniziative diplomatiche e dalla capacità delle potenze esterne di favorire accordi anziché sfruttare le divisioni.

Ma una cosa mi sembra chiara: la durata di una guerra non dimostra la necessità di continuare a combatterla.

Dimostra, semmai, quanto sia difficile trovare una soluzione che le parti siano disposte ad accettare e a rispettare.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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