Home Cultura Come l’Islam politico ha riscritto l’antisemitismo

Come l’Islam politico ha riscritto l’antisemitismo

0
Come l'Islam politico ha riscritto l'antisemitismo

Il “fattore ebraico” va compreso seriamente

Si ripete a mantra che l’odio viscerale verso il popolo ebraico e lo Stato di Israele nel quadrante mediorientale sarebbe una semplice immediata reazione geopolitica agli eventi del Novecento, alle guerre del 1948 o del 1967.

Una lettura che declassa il fanatismo ideologico a mero effetto collaterale del conflitto territoriale.

Tuttavia, quando si abbandonano i commentatori improvvisati e si entra nella biblioteca specialistica della storia delle dottrine e dell’islamistica, emerge una verità documentale molto diversa.

L’antisemitismo contemporaneo che anima movimenti come la Fratellanza Musulmana e le sue filiazioni non è un semplice rigurgito d’ira nato dalla contingenza politica, ma il frutto di una sofisticata, deliberata operazione intellettuale compiuta nel corso del XX secolo: la fusione tra un’interpretazione fondamentalista delle fonti religiose tradizionali e il complottismo paranoico importato direttamente dai totalitarismi europei.

A ricostruire questa genealogia sono studiosi che hanno dedicato decenni all’analisi filologica dei testi e delle dottrine politiche.

Per comprendere la Fratellanza Musulmana bisogna anzitutto conoscerne l’apparato dottrinale interno, ed è qui che l’opera di Massimo Campanini “I Fratelli Musulmani. Dottrina e politica”; “Il pensiero islamico contemporaneo” diventa fondamentale.

Campanini ha mostrato con rigore scientifico che il movimento fondato in Egitto nel 1928 da Hassan al-Banna non nasce come una milizia disperata, ma come un’avanguardia pedagogica e politica.

La Fratellanza Musulmana compie un’operazione teorica precisa, recuperando elementi della teologia medievale di Ibn Taymiyya e del riformismo salafita e compiendone una trasposizione nella modernità.

Il concetto classico di Sharia smette di essere un corpus giuridico plurale, negoziato nei secoli dai giuristi e viene ridefinito come un codice legislativo totalizzante da imporre allo Stato contemporaneo.

In questo quadro teorico, il non musulmano perde progressivamente la sua tradizionale condizione giuridica di suddito protetto ma subordinato: la divergenza religiosa comincia a essere letta come una minaccia ideologica diretta alla purezza e all’integrità della comunità dei credenti, la Ummah.

Se al-Banna pone le basi dell’organizzazione sociale, è con Sayyid Qutb che l’avversione per l’ebraismo subisce un salto di qualità dottrinale devastante.

L’evoluzione di questa rottura è stata minuziosamente vivisezionata da Gilles Kepel in pietre miliari come “Il Profeta e il Faraone” e “Jihad. Ascesa e declino dell’islamismo”.

Kepel analizza la produzione teorica di Qutb a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, evidenziando il ruolo di un testo capitale “La nostra battaglia contro gli ebrei”, redatto nei primi anni Cinquanta.

In questo scritto, Qutb compie una torsione ermeneutica radicale.
Estrae dal contesto storico del VII secolo i passaggi coranici e le narrazioni della Sira legati ai conflitti di Medina contro le tribù ebraiche (Banu Qaynuqa, Banu Nadir e Banu Qurayza).

Anziché leggerli come episodi bellici e politici circoscritti a quell’epoca, li trasforma in un’essenza metafisica e immutabile dove l’ebreo diventa, ontologicamente e per l’eternità, il cospiratore cosmico che mira a sovvertire la fede islamica dall’interno.

L’ebreo cessa di essere una minoranza reale con cui confrontarsi e diventa il mandante invisibile di ogni male della modernità: dal materialismo all’ateismo, dalla secolarizzazione alla distruzione dei costumi morali.

Come dimostra Kepel, è questa costruzione testuale ad armare ideologicamente le generazioni successive del fondamentalismo sunnita, fino alla redazione dello Statuto costitutivo di Hamas del 1988, che all’articolo 7 e agli articoli 22 e 32 fa propria questa precisa impostazione teologica e complottista.

Ma come ha fatto un odio metafisico di stampo moderno a insediarsi in un’area culturale che per secoli aveva applicato le regole della subordinazione imperiale?

A rispondere con perizia archivistica è stato Bernard Lewis in opere monumentali come “Semiti e antisemiti” e “Il linguaggio politico dell’Islam”.

Lewis chiarisce un passaggio storiografico dirimente: nel mondo arabo-islamico medievale e ottomano, il pregiudizio verso l’ebreo non era incentrato sull’ossessione per una presunta congiura globale segreta.

L’ebreo era considerato debole, sconfitto e subordinato, ma non un burattinaio titanico.

L’antisemitismo moderno cospirazionista, l’idea che una cricca occulta controlli la finanza, la stampa e le guerre mondiali, è un’invenzione squisitamente europea e zarista.

Lewis documenta con una precisione chirurgica le tappe dell’importazione di questo veleno.

La penetrazione delle prime traduzioni in arabo dei famigerati “Protocolli dei Savi di Sion” a partire dalla metà degli anni Venti, veicolate inizialmente da ambienti levantini e poi assorbite dal dibattito politico regionale.

La convergenza strategica e ideologica tra il nazionalismo panarabo,
e l’apparato di propaganda del Terzo Reich.

L’innesto del mito del complotto giudaico-massonico nella retorica pubblica dei regimi arabi e dei movimenti fondamentalisti.

Il risultato di questo processo storico, spiega Lewis, è stato tragico: il mondo arabo ha assorbito e fatto propria l’iconografia, la retorica e la paranoia dell’antisemitismo europeo proprio nel momento in cui l’Europa del dopoguerra cercava faticosamente di espellerle dalla propria coscienza civile.

A completare questa mappa analitica è l’indagine filosofico-politica di Paul Berman nel fondamentale “Terrore e liberalismo”.

Berman non si ferma alla superficie sociologica e va dritto al cuore della struttura ideologica di Sayyid Qutb, in particolare nei tomi di “All’ombra del Corano” e in “Pietre miliari”.

Lo studioso americano dimostra che l’islamismo radicale contemporaneo non è un mero anacronismo medievale riemerso dal passato, ma una dottrina totalitaria moderna, strutturalmente paragonabile al fascismo europeo e al bolscevismo stalinista.

Come il nazismo individuava nell’ebreo l’agente patogeno universale che inquinava la purezza della razza, così la dottrina qutbiana e le sue derivazioni individuano nell’ebraismo la forza motrice della nuova Jahiliyya: lo stato di ignoranza pagana e corruzione in cui verserebbe il mondo contemporaneo.

L’odio per l’Occidente liberale e l’odio per l’ebreo diventano inscindibili, l’uno è il contenitore, l’altro il presunto artefice.

La disamina condotta da questi studiosi consegna una conclusione inequivocabile.

L’antisemitismo diffuso nelle piazze, nei proclami e nei documenti delle fazioni radicali contemporanee non è una conseguenza automatica delle mappe geografiche o della povertà materiale, ma una costruzione intellettuale pianificata, formalizzata nei manifesti del Novecento e diffusa capillarmente da chi ha compreso il potere devastante di unire la sacralità religiosa al complottismo politico.

Continuare a trattare questo fenomeno come una semplice contesa diplomatica significa rifiutarsi di leggere i testi primari dei suoi stessi protagonisti.

La storiografia documentale di Campanini, Kepel, Lewis e Berman ci ricorda che per disinnescare un’ideologia non basta invocare la moderazione politica, occorre prima conoscerne le radici, smontarne i manifesti ed esporre, riga per riga, l’artificio dottrinale dell’odio.

Come ho raccontato in un post personale, io in quell’ambiente ci sono cresciuta. Negli anni Duemila mio padre era un informatore molto attivo con i suoi blog.

A casa collegavo ciò che mancava ai libri scolastici, imparando presto a guardare dietro le quinte del potere, della moneta e delle dinamiche non ufficiali.

In mezzo a quel mondo ci sono verità tangibili: le concentrazioni di capitale esistono, le dinastie finanziarie sono un dato storico e le élite agiscono per tutelare i propri interessi.

Ma è proprio qui che serve un discernimento titanico. Il “fattore ebraico” va compreso seriamente, spogliandosi di ogni paranoia.

L’errore in cui troppi ambienti alternativi scivolano, diventando vittime inconsapevoli di una manipolazione ancora più profonda, è trasformare l’analisi reale del potere nella millenaria favola della cospirazione giudaica, proiettando sull’intero popolo ebraico le azioni di singoli individui o famiglie influenti.

È stato necessario attraversare il rigore inesorabile della storia documentale, della filologia e dei testi primari per svegliarmi da quell’ipnosi, separare le dinamiche concrete del potere, dal virus del complottismo antisemita e misurare l’abisso della menzogna.

Nel tempo ho raccolto documenti e fonti primarie per indagare a fondo la frattura che separa l’antigiudaismo tradizionale, fondato sulla disputa teologica e religiosa, dall’antisemitismo moderno, quel costrutto ideologico e razziale nato nell’Europa ottocentesca che ha trasformato l’ebreo nel capro espiatorio cosmico delle angosce contemporanee.

Quando sentirò che questo lavoro di scavo e decantazione avrà raggiunto la necessaria completezza, forse ne nascerà un libro.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui