Home Economia e finanza Cina, la svolta del XV Piano

Cina, la svolta del XV Piano

0
Cina, la svolta del XV Piano

Dalla fabbrica del mondo a un nuovo modello di sviluppo

Per decenni abbiamo guardato alla Cina attraverso una rappresentazione ormai consolidata: la fabbrica del mondo, il grande motore manifatturiero globale capace di competere sui costi, sulla disponibilità di manodopera e sulla massimizzazione della produttività.

Un modello che ha accompagnato una delle più straordinarie trasformazioni economiche della storia contemporanea, ma che ha anche comportato costi sociali e ambientali considerevoli.

Il XV Piano Quinquennale (2026/2030) sembra indicare che Pechino abbia maturato la consapevolezza dei limiti strutturali di quel modello. È questo, probabilmente, l’aspetto politicamente più rilevante del nuovo indirizzo cinese: non una semplice evoluzione della politica industriale, ma il tentativo di ridefinire il rapporto tra produzione, società e qualità della vita.

Siamo potenzialmente di fronte a un cambiamento epocale. Una definizione che richiede le dovute cautele, perché tra gli obiettivi programmatici e la loro concreta realizzazione rimane una distanza significativa. Tuttavia, la direzione indicata dal Piano merita di essere letta nella sua portata complessiva.

La Cina si trova davanti a una convergenza di vincoli che rende sempre meno sostenibile la prosecuzione del precedente modello: invecchiamento demografico, contrazione della popolazione attiva, trasformazione del mercato del lavoro e degrado ambientale.

La disponibilità di una forza lavoro abbondante e relativamente economica, che per lungo tempo ha rappresentato uno dei principali vantaggi competitivi del Paese, non può più essere considerata una risorsa illimitata.

La risposta individuata da Pechino passa innanzitutto attraverso una diversa concezione della produttività. Intelligenza artificiale, robotica e automazione industriale non sono soltanto strumenti per aumentare i volumi produttivi e ridurre i costi.

Diventano anche il mezzo per compensare la diminuzione della forza lavoro, accrescere il valore aggiunto e sostenere la competitività industriale in una società che invecchia.

È un passaggio importante: dalla produttività quantitativa, fondata anche sull’intensità e sull’ampia disponibilità del lavoro umano, alla ricerca di una produttività qualitativa, basata sull’innovazione tecnologica e sull’efficienza dei processi.

Ma il cambiamento non riguarda soltanto le fabbriche. Un secondo elemento, altrettanto significativo, è il tentativo di ricomporre il rapporto tra crescita economica e condizioni materiali della popolazione.

Pechino ha bisogno di rafforzare la domanda interna e ridurre la dipendenza dalle esportazioni. Per farlo, tuttavia, non basta incentivare i consumi. Occorre intervenire sulle ragioni che spingono le famiglie cinesi a mantenere elevati livelli di risparmio precauzionale: insufficienza delle protezioni sociali, costi sanitari, istruzione, previdenza e incertezza economica.

Il rafforzamento del welfare, l’assistenza agli anziani, la riduzione dei costi dell’infanzia e la stabilizzazione del mercato immobiliare assumono così una funzione che supera la dimensione assistenziale. Migliorare la qualità della vita diventa anche una condizione per rendere più equilibrato e sostenibile il sistema economico.

Qui emerge una possibile trasformazione politica di grande rilievo. Per anni il rapporto tra società e produzione è stato interpretato prevalentemente a partire dalle esigenze della crescita.

Il nuovo indirizzo sembra invece riconoscere che anche la produzione deve essere organizzata tenendo conto delle esigenze sociali, demografiche e della riproduzione del benessere collettivo.

La stessa impostazione si ritrova nella politica ambientale. La transizione energetica, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la mobilità elettrica e l’introduzione di vincoli ambientali nei processi manifatturieri non rappresentano soltanto una risposta alle pressioni internazionali. Diventano componenti della riorganizzazione industriale e della strategia competitiva cinese.

La sostenibilità ambientale entra così nella struttura stessa del processo produttivo. Non è più soltanto un costo da contenere o un vincolo da rispettare, ma un fattore che può determinare l’efficienza, la selezione delle imprese e la capacità di competere sui mercati internazionali.

Naturalmente, questa trasformazione presenta contraddizioni e incognite. Il Piano deve conciliare l’incremento dei consumi con la necessità di garantire risparmio e sicurezza previdenziale; deve sostenere l’innovazione senza soffocare l’iniziativa privata attraverso il controllo burocratico; deve migliorare le condizioni sociali senza compromettere la competitività industriale.

Soprattutto, deve dimostrare che gli obiettivi ambientali e sociali possono tradursi in cambiamenti effettivi nelle condizioni di produzione e di lavoro.

Non siamo dunque di fronte alla fine della centralità industriale cinese, né all’adozione di un modello occidentale di sviluppo. La Cina continua a perseguire autonomia tecnologica, sicurezza economica e capacità competitiva. Ciò che sembra cambiare è la concezione stessa dello sviluppo e il rapporto tra i suoi diversi fattori.

Per lungo tempo abbiamo considerato la crescita cinese come il prodotto della capacità di mobilitare lavoro, capitale e risorse su una scala difficilmente replicabile. Oggi Pechino sembra interrogarsi su come mantenere quella capacità produttiva senza riprodurre integralmente le condizioni che ne hanno consentito l’affermazione.

È questo il possibile significato storico del XV Piano: il passaggio dalla ricerca della massima espansione quantitativa alla costruzione di un equilibrio più complesso tra innovazione, produttività, sostenibilità ambientale e qualità della vita.

Se gli obiettivi dichiarati troveranno attuazione, non cambierà soltanto il modello economico cinese. Potrebbe cambiare anche il modo in cui siamo abituati a interpretare la relazione tra sviluppo industriale e progresso sociale nel sistema internazionale.

Autore

  • Paolo Falconio

    Paolo Falconio, Honorary Member of the Rectorate and Lecturer at the Sociedad de Estudios Internazional (SEI) Madrid. Profesor for the Master's programs in International Relations at the CEU Fernando III University (Sevilla).

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui