Papa Fancesco riscrive, a giustificazione di sé stesso, il santo in chiave di “«fraterna sottomissione», pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede”. L’eresia nel documento firmato da Bergoglio con Ahmad Al-Tayyeb
Sul Nuovo Giornale Nazionale di ieri, Biagio Buonuomo, nell’articolo Zuppi e l’Islam, ha fatto un’analisi del documento della Conferenza Episcopale Italiana e ha scritto che il documento “appare come atto di resa spirituale e civile del cattolicesimo italiano”.
Prosegue Buonuomo: “Non siamo forse dalle parti dell’eresia conclamata, ma siamo certamente molto oltre l’ignoranza. E quando si tratta di un cardinale che presiede la CEI, l’ignoranza sarebbe già un’accusa sufficientemente grave. Il sospetto è che il problema sia un altro. Non è ragionevole supporre che Matteo Zuppi ignori il Corano, gli Hadith, la Sunna, la Sharia; che non conosca la galassia dei Fratelli Musulmani, Hamas, Hezbollah, le contraddizioni dell’Islam politico e la lunga storia delle persecuzioni anticristiane”.
Biagio Buonuomo ha messo il dito nella piaga di una conduzione della Chiesa cattolica italiana che sembra diretta non da vescovi, ma da imam.

Il problema va posto in relazione a due questioni fondamentali. La prima riguarda Jorge Mario Bergoglio e la seconda Parrocchia Democratica, ossia il partito dei preti che si oppone al governo di centro destra e che sta di casa sotto l’Ulivo.
La questione tocca due livelli: la cronaca ecclesiale recente e la rilettura storica ed ermeneutica dell’incontro tra San Francesco e il Sultano Al-Malik al-Kamil a Damietta nel 1219.
La cronaca dei fatti
Il cardinale Matteo Zuppi (presidente della CEI) ha presentato e difeso la pubblicazione di un ciclo di schede didattiche sull’Islam (elaborate congiuntamente da un comitato paritetico di cristiani e musulmani promosso dalla CEI e dal PISAI – Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica) destinate agli insegnanti di Religione Cattolica.
Il cardinale ha sostenuto la necessità di diffondere una conoscenza oggettiva dell’Islam per battere l’ignoranza e i pregiudizi, definendo l’iniziativa «l’esatto contrario dello scontro di civiltà» e un’attuazione del dialogo interreligioso nel solco dello “Spirito di Assisi”.
Da ambienti conservatori e tradizionalisti (tra cui articoli critici su testate d’area come La Nuova Bussola Quotidiana o L’Opinione), l’iniziativa è stata accusata di risolversi in una sorta di irenismo o di “resa culturale”, sfumando le differenze teologiche sostanziali in nome del politicamente corretto.
Il nodo storico è il falso dell’Enciclica Fratelli tutti.
Il dibattito sull’ermeneutica francescana parte dal testo dell’Enciclica Fratelli tutti (2020) di Papa Francesco, dove l’episodio di Damietta (1219) viene citato come icona e modello del “dialogo pacifico e disarmato” interreligioso.
Secondo la narrazione moderna e l’interpretazione contenuta in Fratelli tutti, Francesco si recò dal Sultano in spirito di fraternità universale, rinunciando alla logica dello scontro crociato per inaugurare una via di incontro e ascolto reciproco.
Questo il testo dell’enciclica Fratelli Tutti (3 ottobre 2020) di Mario Jorge Bergoglio: “C’è un episodio della sua vita che ci mostra il suo cuore [di San Francesco, ndr] senza confini, capace di andare al di là delle distanze dovute all’origine, alla nazionalità, al colore o alla religione. È la sua visita al Sultano Malik-al-Kamil in Egitto, visita che comportò per lui un grande sforzo a motivo della sua povertà, delle poche risorse che possedeva, della lontananza e della differenza di lingua, cultura e religione. Tale viaggio, in quel momento storico segnato dalle crociate, dimostrava ancora di più la grandezza dell’amore che voleva vivere, desideroso di abbracciare tutti. La fedeltà al suo Signore era proporzionale al suo amore per i fratelli e le sorelle. Senza ignorare le difficoltà e i pericoli, San Francesco andò a incontrare il Sultano col medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli: che, senza negare la propria identità, trovandosi «tra i saraceni o altri infedeli […], non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio». [Il riferimento è tratto da: S. Francesco di Assisi, Regola non bollata, 16, 3.6: FF 42-43, ndr]. In quel contesto era una richiesta straordinaria. Ci colpisce come, ottocento anni fa, Francesco raccomandasse di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna “sottomissione”, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede. Egli non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio. Aveva compreso che «Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1 Gv 4,16). In questo modo è stato un padre fecondo che ha suscitato il sogno di una società fraterna, perché «solo l’uomo che accetta di avvicinarsi alle altre persone nel loro stesso movimento, non per trattenerle nel proprio, ma per aiutarle a essere maggiormente sé stesse, si fa realmente padre». [citazione da Eloi Leclerc, O.F.M., Exilio y ternura, ed. Marova, Madrid 1987, 205, ndr]. In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti. A lui si deve la motivazione di queste pagine”.
Le fonti francescane storiche e l’Ordalia
Le fonti agiografiche storiche (in particolare la Vita prima e la Legenda Maior di San Bonaventura da Bagnoregio, cap. IX) raccontano un episodio assente nella storiografia moderna di dialogo interreligioso.
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Di fronte ai sapienti musulmani e al Sultano titubante nell’abbracciare la fede cristiana, San Francesco avrebbe proposto l’ordalia del fuoco (la prova del fuoco).
Secondo il racconto di Bonaventura le cose andarono in questo modo: “Osservando il sultano l’ammirevole fervore e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo invitò insistentemente a rimanere presso di lui. Ma il servo di Cristo, ispirato dall’alto, gli rispose: «Se tu e il tuo popolo decidete di convertirvi a Cristo, rimarrò molto volentieri presso di voi per amore suo. Se invece esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, ordina che venga acceso un grande fuoco: io vi entrerò insieme con i tuoi sacerdoti, affinché tu possa conoscere quale delle due fedi debba essere ritenuta, senza dubbio, più sicura e più santa». Il sultano rispose: «Non credo che vi sia fra i miei sacerdoti qualcuno disposto, per difendere la propria fede, a esporsi al fuoco o a sopportare qualsiasi altro tormento». Francesco gli propose allora: «Se vuoi promettermi, a nome tuo e del tuo popolo, che abbraccerete il culto di Cristo qualora io esca illeso dal fuoco, vi entrerò da solo. Se sarò bruciato, attribuiscilo ai miei peccati; ma se la potenza divina mi proteggerà, riconoscete Cristo come il vero Dio, potenza e sapienza di Dio, Signore e salvatore di tutti gli uomini»”.
Il Sultano declinò l’offerta, pur rimanendo colpito dal coraggio e dalla devozione del Santo e gli concesse il salvacondotto.
Bergoglio piega San Francesco alle sue logiche politiche
Papa Francesco piega San Francesco alle sue logiche politiche e ci restituisce un’immagine dell’incontro di Damietta come anticipazione del dialogo interreligioso moderno, sottolineando il fatto che Francesco andò disarmato in mezzo alla guerra delle Crociate chiedendo pace e rispetto.
La lettura tradizionale corretta sostiene che l’intento primario di Francesco non fosse il “dialogo” inteso in senso moderno (tolleranza o relativismo religioso), ma l’annuncio del Vangelo (kerygma) e la conversione del Sultano alla vera fede, spinta fino alla disponibilità al martirio attraverso la prova dell’ordalia.
Scegliere una o l’altra delle fonti storiche, come sempre accade, è operazione politica e non storicamente corretta.
La “Vita prima” di Tommaso da Celano: il confronto decisivo
La Vita prima è stata composta nel 1228-1229, pochi anni dopo la morte di Francesco. Il racconto dell’incontro con il sultano si trova al capitolo XX, § 57, numerazione delle Fonti Francescane 422.
Tommaso da Celano scrive: «E nel tredicesimo anno dalla sua conversione, partì per la Siria, e mentre infuriavano aspre battaglie tra cristiani e pagani, preso con sé un compagno, non esitò a presentarsi al cospetto del Sultano. Chi potrebbe descrivere la sicurezza e il coraggio con cui gli stava davanti e gli parlava, e la decisione e l’eloquenza con cui rispondeva a quelli che ingiuriavano la legge cristiana?»
Celano prosegue descrivendo le violenze subite da Francesco prima di essere ricevuto, l’accoglienza onorevole del sultano, i doni offerti e l’ammirazione suscitata dal rifiuto delle ricchezze. Non racconta, invece la proposta di entrare nel fuoco e tanto meno la raccomandazione di Francesco ai suoi di sottomettersi.
Il confronto è significativo:

Il dato documentario è netto: l’ordalia compare nella narrazione bonaventuriana, non in quella della Vita prima. Questo non dimostra da solo che l’episodio sia inventato, ma significa che non possiamo attribuirgli la stessa attestazione precoce del nucleo dell’incontro.
Esistono altri testi che raccontano la stessa prova
Esistono altri testi, ma è necessario distinguere fra altri scritti dello stesso Bonaventura e le rielaborazioni francescane successive.
- Bonaventura, Collationes in Hexaëmeron, XIX, 14 – È un secondo testo dello stesso autore che menziona la proposta della prova del fuoco. Bonaventura racconta che Francesco, sollecitato a discutere con i sacerdoti del sultano, avrebbe giudicato impraticabile una disputa razionale sulla fede e avrebbe proposto invece che entrambe le parti entrassero nel fuoco.
Il testo latino comincia così: “Nota de beato Francisco, qui praedicabat Soldano. Cui dixit Soldanus, quod disputaret cum sacerdotibus suis”. In traduzione: «Si noti quanto riguarda il beato Francesco, che predicava al sultano. Il sultano gli disse di disputare con i suoi sacerdoti…».
La fonte è consultabile qui: Collationes in Hexaëmeron, XIX, 14, testo latino.
Il testo conferma che Bonaventura riprese il motivo anche in un’altra opera, ma non è una testimonianza indipendente: proviene dallo stesso autore.
- Legenda minor, capitolo III – La biografia breve di Francesco composta da Bonaventura riprende la vicenda del viaggio e dell’incontro con il sultano. È un testo da confrontare con la Legenda maior, ma non va conteggiato come una seconda testimonianza storica indipendente.
Riferimento: Legenda minor, III; Fonti Francescane 1356. Per il quadro comparativo delle fonti: SettimanaNews, «Quale messaggio dall’incontro di Francesco col Sultano?».
- Actus beati Francisci et sociorum eius e Fioretti, capitolo 24 – Nella tradizione successiva, l’episodio si amplia e si combina con altri racconti di prove del fuoco. Nei Fioretti, in particolare, il motivo dell’ordalia entra in una narrazione più elaborata dell’incontro con il sultano.
Si può consultare il testo francese annotato del capitolo 24: Fioretti, XXIV, École franciscaine de Paris. Lo studio segnala anche il collegamento con gli Actus.
Questi testi attestano la fortuna e l’evoluzione del racconto nella tradizione francescana, non la sua conferma da parte di testimoni del 1219.
Che cosa dicono le fonti più vicine agli avvenimenti

Nella basilica superiore di Assisi, il ciclo pittorico francescano associato a Giotto rappresenta la sfida del fuoco secondo la narrazione bonaventuriana. L’immagine contribuì a fissare nell’immaginario occidentale una versione che non era attestata nelle prime biografie.

Non c’è traccia di sottomissione nelle narrazioni antiche
Nelle narrazioni antiche non c’è alcuna traccia di “fraterna sottomissione”. Francesco incontra il sultano e difende la religione cristiana.
Nelle prime narrazioni dell’incontro fra san Francesco e il sultano non troviamo l’episodio di una richiesta di sottomissione rivolta da San Francesco ai musulmani.
Papa Francesco scrive che il santo si recò dal sultano con l’atteggiamento richiesto ai suoi discepoli, citando un passo della regola: «Non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio».
Bergoglio però interpreta questa espressione come un invito a una «umile e fraterna “sottomissione”», anche nei confronti di chi non condivide la fede cristiana.
L’enciclica non attribuisce letteralmente al Francesco storico una richiesta di sottomissione rivolta al sultano, ma interpreta un precetto rivolto ai frati come chiave per comprendere l’atteggiamento con cui Francesco avrebbe affrontato quell’incontro.
Il passo citato nell’enciclica proviene da uno scritto di Francesco stesso, la Regola non bollata del 1221, capitolo XVI, dedicato a «Coloro che vanno tra i Saraceni e gli altri infedeli».
Per capire, è necessario leggere anche il paragrafo successivo, che cambia sensibilmente il quadro.
Francesco prevede due modalità di comportamento dei frati.
La prima: non litigare né disputare, essere «soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio» e confessare apertamente di essere cristiani.
La seconda: quando ritengono che sia gradito al Signore, annunciare la parola di Dio affinché gli ascoltatori credano nella Trinità, in Cristo redentore e ricevano il battesimo.
Fonte integrale: Regola non bollata, capitolo XVI.
Questo testo non prescrive dunque una rinuncia alla propria fede, né l’adesione alla religione altrui. La «soggezione» è inserita in una disciplina missionaria cristiana: il frate evita la contesa, testimonia la propria identità e può annunciare il Vangelo.
L’enciclica di Bergoglio interpreta la «soggezione» della regola come modello di umile e “fraterna sottomissione” nel rapporto con chi professa un’altra fede.
La soggezione indica una condizione di subordinazione o un atteggiamento di deferenza; la sottomissione può indicare anche l’atto di assoggettare la propria volontà a quella di un altro. I due termini si sovrappongono in alcuni contesti, ma non sono necessariamente equivalenti.
Un esempio rende la differenza intuitiva: posso essere rispettoso verso una persona senza riconoscerle il diritto di comandarmi. Posso evitare di contendere con lei senza accettare che le sue convinzioni diventino le mie.
La distinzione non è assoluta sul piano lessicale: per stabilire il significato preciso occorre esaminare la frase e il contesto in cui i termini sono impiegati.
Nel capitolo XVI della Regola non bollata, Francesco scrive: «Sed sint subditi omni humanae creaturae propter Deum». Traduzione letterale: «Ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio». Il testo riprende il linguaggio della Prima lettera di Pietro 2,13.
La versione latina dell’enciclica Fratelli tutti conserva proprio il termine subditi, mentre il testo italiano introduce successivamente la parola «sottomissione» come interpretazione esplicita del precetto.
Questo permette di precisare la questione: non è corretto sostenere che subditi significhi soltanto rispetto, perché il termine può esprimere una vera subordinazione, ma non è corretto concludere automaticamente che implichi l’assoggettamento religioso o politico a un’altra comunità.
Il complemento propter Deum, «per amore di Dio», è determinante: la disposizione è motivata dalla fedeltà religiosa del frate, non dalla superiorità spirituale o politica di chi lo accoglie.
La distinzione più rigorosa, nel caso di Francesco, è questa: il frate rinuncia alla contesa e accetta di esporsi all’altro senza imporre la propria presenza con la forza; rimane cristiano e può testimoniare la propria fede.
Sottomissione intesa come assoggettamento: il soggetto riconosce la volontà altrui come superiore alla propria e vi si conforma, eventualmente rinunciando alla propria autonomia.
Il primo significato è coerente con il contesto immediato della regola; il secondo può essere suggerito dalla parola italiana «sottomissione», ma non discende necessariamente dal testo latino.
La questione critica, quindi, non è se Francesco prescriva una forma di subordinazione volontaria – perché il termine subditi è effettivamente presente -, bensì se sia legittimo trasformare quel precetto spirituale in un modello generale di sottomissione nei rapporti fra religioni. Questo è un passaggio interpretativo di Fratelli tutti, non una descrizione letterale di ciò che San Francesco avrebbe detto al sultano.
E proprio qui la distinzione fra fonte medievale e interpretazione contemporanea diventa essenziale.
Non possediamo testimonianze coeve che attestino che Francesco, durante l’incontro con il sultano, abbia formulato un invito alla sottomissione religiosa o culturale dei cristiani ai musulmani. La Fratelli tutti non riporta un episodio del genere, ma interpreta in chiave contemporanea una disposizione della regola francescana.
Si può discutere legittimamente se l’espressione «umile e fraterna sottomissione» sia una buona interpretazione del linguaggio di Francesco. Non sarebbe però corretto concludere che il testo della regola implichi l’abbandono dell’identità cristiana: lo stesso capitolo prescrive ai frati di dichiararsi cristiani e contempla l’annuncio della loro fede.
La fraternità di Francesco non nasce dalla cancellazione delle differenze religiose, ma dalla possibilità di incontrare l’altro mantenendo la propria identità. L’enciclica privilegia l’aspetto della disponibilità e dell’umiltà; la regola originaria conserva insieme a esso la testimonianza cristiana e la prospettiva missionaria.
La traduzione politica della sottomissione
Nel § 3 di Fratelli tutti, il testo ufficiale recita: «[…] siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio».
Subito dopo, però, papa Francesco aggiunge che il santo raccomandava anche di vivere «un’umile e fraterna “sottomissione”» verso coloro che non condividevano la fede cristiana.
La struttura del testo è dunque questa: citazione di Francesco: «siano soggetti», interpretazione di papa Francesco: «un’umile e fraterna “sottomissione”».
È quindi legittimo domandarsi perché sia stata scelta proprio quella parola, dato che in italiano «sottomissione» può evocare un rapporto di subordinazione più forte di quello suggerito dall’idea di non contendere o non aggredire.
La CEI, attraverso il presidente cardinale Matteo Zuppi e i documenti della pastorale migratoria, sostiene l’accoglienza e l’integrazione dei migranti. Nel presentare il Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes del 2024, Zuppi ha criticato la politicizzazione del fenomeno migratorio quando è fondata sulla ricerca del consenso e sulle paure.
La linea di Zuppi e il documento firmato da Ahmad Al- Tayyeb
Per valutare la linea di papa Francesco e il ruolo di Matteo Zuppi e della Comunità di Sant’Egidio, il documento del 4 febbraio 2019 è una fonte primaria da esaminare direttamente, non soltanto attraverso i commenti che ne sono stati fatti.
Il testo ufficiale è disponibile sul sito della Santa Sede: Documento sulla Fratellanza umana, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019. Fu firmato da papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb.
Leggendo il testo integrale, sono da individuare cinque nuclei che permettono di ricostruire la visione dei firmatari. Il documento non si limita a una generica dichiarazione di amicizia fra cristiani e musulmani: formula un programma di trasformazione culturale che coinvolge anche istituzioni, legislazione ed educazione.
I cinque nuclei programmatici
01 — Metodo – «La cultura del dialogo come via» – La Chiesa cattolica e al-Azhar dichiarano di adottare il dialogo, la collaborazione e la conoscenza reciproca come principi operativi comuni.
02 — Pluralismo religioso – Le diversità religiose come volontà divina – Il documento afferma che la pluralità delle religioni e delle culture è una «sapiente volontà divina» e collega tale principio alla libertà di credo. È uno dei passaggi teologicamente più delicati.
03 — Cittadinanza – Superare l’uso discriminatorio della categoria di minoranza – Si propone una piena cittadinanza fondata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri, indipendentemente dall’appartenenza religiosa.
04 — Educazione – Portare i principi nelle scuole e nelle università – I firmatari chiedono che il documento diventi materia di studio e riflessione negli istituti educativi e formativi.
05 — Attuazione istituzionale – Tradurre la dichiarazione in politiche e legislazione
Il documento promette di diffondere i suoi principi presso autorità, organizzazioni internazionali, società civile e istituzioni religiose, sollecitando la loro traduzione in politiche, decisioni, leggi, programmi scolastici e comunicazione.
Il quinto punto è particolarmente rilevante per la tua indagine: i firmatari non si limitano a esprimere valori morali, ma dichiarano esplicitamente di voler promuoverne l’attuazione nelle istituzioni. È dunque documentata una finalità culturale e istituzionale. Resta da stabilire, caso per caso, quali conseguenze politiche ne siano derivate.
L’eresia di Papa Francesco che elimina Cristo come unica incarnazione di Dio
Il documento afferma che: «Il pluralismo e le diversità di religione […] sono una sapiente volontà divina».
L’affermazione elimina d’un tratto il cristianesimo come unica vera fede, in quanto Dio si è incarnato in Gesù Cristo.
La verifica decisiva è offerta da un documento ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, la dichiarazione Dominus Iesus del 6 agosto 2000.
Dominus Iesus, 6 agosto 2000
Che cosa insegna la Dominus Iesus (6 agosto 2000)
La dichiarazione, approvata da Giovanni Paolo II, affronta proprio il problema del pluralismo religioso.
Al § 4 mette in guardia dalle teorie che giustificano il pluralismo religioso non soltanto come dato di fatto (de facto), ma come principio (de iure), quando questo porta a relativizzare la definitività della rivelazione di Cristo e l’unicità della sua missione salvifica.
Al § 13 ribadisce che Gesù Cristo è l’unico Salvatore e che la sua incarnazione, morte e risurrezione costituiscono il centro e il compimento della storia della salvezza.
La distinzione dottrinale è quindi questa: pluralità religiosa di fatto: esistono molte religioni, e le persone devono essere libere di professare la propria fede. Ciò non nega l’unicità di Cristo; pluralismo religioso come equivalenza teologica: tutte le religioni sarebbero, in quanto tali, vie autonome ed equivalenti di rivelazione e salvezza. Questa tesi non corrisponde alla dottrina esposta nella Dominus Iesus.
Il problema della frase di Abu Dhabi
La formulazione è effettivamente ambigua se non si distingue fra due significati: la volontà divina che rispetta la libertà umana, anche quando l’uomo non riconosce Cristo, e la volontà divina che avrebbe istituito positivamente le diverse religioni come tali.
La Sala Stampa vaticana ha precisato che per comprendere la gravità della questione, occorre ricordare che, secondo la dottrina cattolica, Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, ma questo non equivale ad affermare che tutte le religioni siano state volute da Dio come percorsi equivalenti. La Dominus Iesus respinge precisamente le interpretazioni relativistiche che mettono in discussione l’unicità e l’universalità salvifica di Cristo.
La frase di Abu Dhabi, pertanto, richiede una precisazione teologica, in quanto il testo parla esplicitamente del pluralismo delle religioni come volontà divina.
È pertanto legittimo contestare la formulazione perché suscettibile di un’interpretazione incompatibile con l’unicità di Cristo.
La domanda più importante non è se cristiani e musulmani possano vivere fraternamente: la dottrina cattolica lo consente e lo esige sul piano del rispetto della dignità umana.
La domanda è se, per costruire la fraternità, sia necessario formulare una teologia comune che attribuisca alla volontà divina la pluralità religiosa in quanto tale, senza distinguere fra libertà dell’uomo, verità religiosa e salvezza in Cristo.
È qui che il documento di Abu Dhabi deve essere confrontato con la Dominus Iesus. E questo confronto, più di qualsiasi interpretazione delle intenzioni personali di papa Francesco, permette di stabilire con precisione dove si trovi la tensione dottrinale.
I vescovi sono tenuti a rispettare la Dominus Jesus, non a diventare socia alla pari con gli imam in funzione politica.





