I due livelli della competizione
Il 28 ottobre il National Bureau of Asian Research ha pubblicato un’analisi sulla competizione tra Stati Uniti e Cina per l’estrazione mineraria dai fondali marini, mettendo in luce una dimensione geopolitica ancora poco esplorata, la contesa non riguarda soltanto le risorse, ma anche chi stabilirà le regole del loro sfruttamento.
Il Pacifico profondo diventa un nuovo spazio strategico nel quale la geografia delle risorse si intreccia con la competizione industriale, la diplomazia e la capacità di influenzare l’ordine internazionale.
Sotto la superficie dell’oceano si trovano noduli polimetallici contenenti nichel, cobalto, manganese e rame, materiali importanti per numerose filiere industriali, dalle batterie alle reti elettriche, fino alle tecnologie avanzate.
Per Washington, l’accesso a queste risorse può contribuire a diversificare gli approvvigionamenti e a ridurre l’esposizione alla centralità cinese nella lavorazione di molti minerali critici; per Pechino, invece, la posta in gioco comprende anche la possibilità di consolidare la propria influenza sulle regole internazionali che disciplineranno l’accesso ai fondali.
La disponibilità di nuove risorse, tuttavia, non garantisce automaticamente un vantaggio industriale: tra l’estrazione e il prodotto finito restano decisive le tecnologie, gli investimenti, la capacità di trattamento e le reti logistiche, ambiti nei quali la posizione cinese continua a rappresentare un fattore strategico.
La geografia rende questa competizione particolarmente significativa. Il Pacifico non è soltanto uno spazio oceanico da attraversare, ma un sistema di territori insulari, giurisdizioni marittime e risorse distribuite su distanze immense, nel quale gli Stati costieri possono assumere un ruolo determinante.
Le loro zone economiche esclusive (ZEE) conferiscono ai governi insulari diritti sulle risorse naturali presenti nelle rispettive aree, mentre i fondali oltre le giurisdizioni nazionali ricadono in un regime internazionale distinto.
Questa differenza separa due livelli della competizione, da una parte, gli accordi bilaterali con i Paesi che possono autorizzare attività nelle proprie zone marittime; dall’altra, la contesa sulle condizioni di sfruttamento dell’Area internazionale dei fondali marini.
Per Stati Uniti e Cina, costruire relazioni con i governi del Pacifico significa quindi ottenere opportunità economiche, ma anche ampliare la propria influenza su uno spazio nel quale le regole di accesso alle risorse sono ancora in evoluzione.
Washington ha accelerato il proprio percorso attraverso la legislazione nazionale, cercando di facilitare le autorizzazioni per le imprese americane e di ridurre i tempi necessari allo sviluppo del settore.
Gli Stati Uniti, che non hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e non fanno parte dell’Autorità internazionale dei fondali marini, sostengono di poter procedere attraverso i propri strumenti normativi; quest’impostazione è contestata sul piano internazionale quando riguarda lo sfruttamento commerciale nelle aree sottoposte al regime dell’Autorità.
Pechino, che partecipa, invece, al sistema della Convenzione, sostiene il negoziato per un codice minerario internazionale che consenta di disciplinare le attività nell’Area.
Il contrasto non è, dunque, una semplice divergenza procedurale ma riguarda chi possa definire le condizioni di accesso a risorse che si trovano oltre la sovranità nazionale e quale autorità possa legittimare il
Il Pacifico profondo diventa, così, un laboratorio del potere contemporaneo, nel quale tecnologia, capitale, sovranità marittima e diritto internazionale convergono in una competizione che precede l’estrazione stessa.
Un terreno, meno visibile della competizione militare ma altrettanto strategico, che evidenzia quanto il Pacifico profondo stia diventando una nuova frontiera della rivalità tra Washington e Pechino.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


