Un danno sistemico per l’indipendenza strategica del Paese – Un regalo alla Cina – Necessario un intervento straordinario del Governo
Confermato l’ordine di spegnimento e blocco dell’area a caldo (compresi cokerie e altiforni) dello stabilimento Acciaierie di Taranto ex Ilva.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso contro il decreto con il quale la Corte d’Appello di Milano ha disposto la fermata dell’area a caldo della parte centrale della fabbrica siderurgica. Il decreto dei giudici di Milano resta quindi valido.
La decisione è stata presa dalle Sezioni Unite Civili dopo l’udienza del 20 ottobre. Il decreto della Corte d’Appello risale al 27 luglio, con 90 giorni di tempo all’azienda per adempierlo, ed è stato confermato dai giudici di Milano in due diverse occasioni: udienze del 9 e del 30 settembre scorsi.
La decisione di ieri rende concreta una delle conseguenze più gravi del dossier sull’ex Ilva: l’Italia rischia di perdere la propria principale capacità di produrre acciaio primario attraverso un ciclo siderurgico integrato.
Le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno rigettato i ricorsi di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria, confermando il provvedimento della Corte d’Appello di Milano, ma c’è una distinzione importante: la sentenza non formula semplicemente un divieto perpetuo di produrre acciaio a Taranto in qualsiasi condizione. La sospensione è legata alla rimozione dell’amianto presente negli impianti e all’adozione delle misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro condizioni di sicurezza. Il problema industriale è che lo spegnimento degli altiforni potrebbe essere, nei fatti, difficilmente reversibile: il loro riavvio richiederebbe interventi profondi e tempi lunghi.
Perché la questione è strategica, oltre che ambientale
- Sovranità industriale
L’acciaio primario è un input per meccanica, infrastrutture, cantieristica, automotive e difesa. Perdere la capacità di produrlo in Italia aumenta la dipendenza da acciaio o semilavorati importati. Non significa che ogni importazione sia insicura, ma che il Paese perde una parte della propria capacità di reagire a crisi e interruzioni delle forniture.
- Vantaggio per i concorrenti esteri
Se la produzione italiana viene sostituita da bramme o acciaio importati, i produttori esteri possono acquisire quote di mercato e potere contrattuale.
La Cina è un concorrente particolarmente rilevante per dimensioni produttive e capacità di esportazione.
- Responsabilità della politica industriale
La sentenza giudiziaria affronta la tutela della salute e dell’ambiente; non sostituisce una strategia nazionale per l’acciaio. Il problema politico è perché non si sia arrivati prima a una soluzione tecnica, finanziaria e gestionale che consentisse di rispettare le prescrizioni senza perdere una capacità produttiva essenziale.
Il punto decisivo: non basta conservare la laminazione
Taranto in un grande polo di laminazione alimentato da bramme importate.
La questione non è che l’Italia debba necessariamente conservare ogni altoforno nelle condizioni attuali. È se sappia sostituire una capacità strategica con una soluzione altrettanto affidabile: per esempio, una transizione tecnicamente praticabile verso la produzione primaria a minore intensità carbonica, purché finanziata, realizzata e operativa in tempi compatibili con le necessità industriali.
Necessario un intervento del Governo
La sentenza rende urgente una decisione nazionale sull’acciaio primario. Se il risultato finale fosse importare ciò che prima si produceva a Taranto, senza creare una capacità sostitutiva, l’Italia potrebbe trovarsi con meno autonomia industriale, maggiore esposizione alle decisioni dei fornitori esteri e una dipendenza che sarebbe difficile correggere rapidamente. La perdita strategica, in quel caso, sarebbe concreta indipendentemente dalle intenzioni di chiunque.
Cosa ha detto la Corte
Con 60 pagine di sentenza, la Corte di Cassazione ha posto definitivamente fine all’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Si chiudono 60 anni di storia industriale. Sono stati infatti rigettati i ricorsi presentati da Ilva e da Acciaierie d’Italia contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la fermata di cokerie, altiforni e acciaierie – questi impianti costituiscono l’area a caldo – e resta quindi in vigore il decreto della Corte d’Appello di Milano che tale fermata ha disposto il 27 luglio.
“L’art. 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea stabilisce che nella definizione e nell’attuazione di tutte le politiche e attività dell’Unione è garantito un livello elevato di protezione della salute umana”, scrive la Cassazione.
E “tale livello – dice la Cassazione che richiama anche le modifiche intervenute sul tema nella Costituzione della Repubblica Italiana – non può essere conseguito senza un livello elevato di tutela dell’ambiente, conformemente al principio dello sviluppo sostenibile”.
Ancora, scrive la Suprema Corte, “è pacifico che nello stabilimento di Taranto sono ancora presenti 2.140 tonnellate di amianto – sostanza la cui nocività è indiscussa – all’interno dei cowpers degli altiforni, con funzione di isolante termico, ‘entrocontenuto’ nell’intercapedine tra la corazza esterna in acciaio e lo strato di mattoni refrattari”.
Per l’amianto, dice la Suprema Corte, “è sufficiente a che tale sostanza debba essere presa in considerazione ai fini dell’Aia sulla base dell’interpretazione del diritto unionale fornito in corso di causa dalla Corte di Giustizia UE”.
Secondo la Cassazione, “come più volte sottolineato dai controricorrenti”, ovvero i cittadini di Taranto costituitisi in giudizio con la richiesta di inibire la produzione dell’ex Ilva, “l’elenco delle patologie di asbestosi correlate all’amianto è contenuto nella direttiva 2009/148/CE”. E vi si legge che “in base alle conoscenze di cui si dispone attualmente, l’esposizione alle fibre libere di amianto può provocare asbestosi, mesotelioma, cancro del polmone e cancro gastrointestinale, nonché il cancro della laringe ed il cancro delle ovaie.
E più volte in corso di causa – dice la Cassazione – è stato allegato come la letteratura scientifica sull’amianto sia vastissima ed unanime nell’affermare che esso è l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (perciò denominato mesotelioma da asbesto).
Dato da correlare alla rilevazione che nella popolazione di Taranto e Statte questa patologia è quattro volte superiore rispetto all’atteso”.
Da tutto questo, per la Cassazione, ne consegue che “può dunque dirsi che la Corte d’appello, sulla scorta dei principi di precauzione, di prevenzione e di causalità attenuata, abbia formulato un giudizio di pericolosità attuale e rilevante sulla base delle plurime risultanze probatorie acquisite tanto da non ritenere necessario ricorrere ad apposita consulenza tecnica d’ufficio”.
Quella che si è conclusa oggi in Cassazione è una lunga battaglia partita diversi anni fa al Tribunale di Milano, sede legale della società, poi spostatasi a Lussemburgo, sede della Corte di Giustizia Europea, quindi tornata al Tribunale di Milano, poi andata alla Corte d’Appello di Milano e infine a Roma, alla Suprema Corte.
A giugno 2024 la Corte UE, pronunciandosi sul caso, disse che se un’installazione industriale determinava emissioni nocive e dannose per la salute, andava sospesa, e che nel procedimento per il rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale, andava considerato un set completo di inquinanti.
Inoltre, la Valutazione di impatto sanitario, VIS, da parte del gestore dell’impianto, doveva essere nel procedimento di Aia. A febbraio scorso, dopo aver ripreso il procedimento, il Tribunale di Milano ha disapplicato alcune prescrizioni dell’Aia nel frattempo rilasciata dal ministero dell’Ambiente ad Acciaierie d’Italia, ritenendole carenti e inadeguate sul piano dell’ambiente e della salute, e dando tempo ad AdI di adeguarle sino al 24 agosto 2026.
AdI e Ilva, rispettivamente gestore e proprietà degli impianti, hanno però impugnato l’atto del Tribunale di Milano in Corte d’Appello a Milano e questa, riformando in parte la decisione del Tribunale, ha rilevato la pericolosità delle emissioni delle polveri sottili, PM 2,5 e PM 10, e della presenza dell’amianto negli altiforni, e ha dato tempo sino al 25 ottobre – 90 giorni dal 27 luglio – di riadeguare gli impianti.
Cosa che però Ilva e AdI hanno contestato ritenendole tecnicamente infattibili in 90 giorni e osservando tra l’altro che la Corte di Milano non aveva nemmeno specificato di quanto ridurre, e come, le emissioni di polveri sottili.
Il decreto della Corte d’Appello è stato quindi impugnato in Cassazione con due ricorsi straordinari di Ilva e AdI, mentre i cittadini di Taranto costituitisi contro la fabbrica, si sono opposti con dei controricorsi nei quali hanno chiesto di confermare il decreto di stop della Corte d’Appello. Acciaierie e Ilva hanno tentato di far sospendere il decreto della Corte d’Appello ma le udienze del 9 settembre e del 30 settembre si sono chiuse negativamente per le società.
La Corte d’Appello, anche a fronte dell’udienza in Cassazione nel frattempo fissata a tempo di record per il 20 ottobre, ha in entrambi i casi rigettato le richieste di sospensiva della fermata.
E così, avvicinandosi la scadenza del 25 ottobre, al termine dei 90 giorni, Acciaierie e Ilva hanno messo in preriscaldo gli impianti: solo alimentazione con del gas e zero produzione, tant’è che AdI ha avanzato una massiccia richiesta di cassa integrazione straordinaria, a causa dell’inattività, per 8.622 unità su un organico di 9.626.
L’impatto maggiore di cassintegrati è a Taranto e coinvolge anche l’indotto-appalto. AdI, inoltre, ha anche avviato la procedura per licenziare l’80 per cento dei dirigenti a tempo indeterminato.
Adesso gli impianti dell’area a caldo, in base al decreto della Corte d’Appello di Milano che resta quindi in vigore dopo la pronuncia della Cassazione, dovranno essere definitivamente fermati. L’area a caldo è la parte più grande dell’ex Ilva di Taranto e anche quella dove ci sono più occupati.
In attesa della Cassazione, nell’ultimo decreto legge sull’ex Ilva attualmente al Senato, il Governo aveva allungato il periodo di preriscaldo sino al 15 dicembre.
La decisione della Cassazione arriva a circa 10 giorni dalla chiusura dei termini della vendita di Acciaierie d’Italia, che è in amministrazione straordinaria da febbraio 2024, e mentre sulla precedente gestione di ArcelorMittal c’è un’indagine con la quale la Procura di Taranto ha chiesto l’arresto ai domiciliari per l’ex ad Lucia Morselli.
La gara per la vendita va comunque avanti. Due i pretendenti in campo: il gruppo indiano Jindal e gli acciaieri italiani guidati da Federacciai, quest’ultimi al momento presenti solo con una manifestazione di interesse da tramutare in offerta.





