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La rabbia non è politica

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La rabbia non è politica

Il dissenso nell’era dei social quando la protesta diventa manipolazione

C’è un bombardamento mediatico sulle manifestazioni di questi giorni, studentesche e non solo.

Da una parte, giornalisti che sembrano impegnati a spegnere ogni incendio; dall’altra, commentatori che continuano a interpretare la realtà attraverso le categorie del Novecento o filtrandola attraverso i ricordi della propria giovinezza.

Poi ci sono i leoni da tastiera, pronti a dividere il mondo in due schieramenti contrapposti: da un lato, chi denuncia una repressione brutale; dall’altro, chi ritiene che le forze dell’ordine abbiano fatto bene a intervenire.

Sui social, pochi sembrano disposti a fermarsi, porsi delle domande e cercare di comprendere la complessità dei fatti.

Ognuno rivendica la propria verità e chi non la condivide viene immediatamente etichettato come fascista o comunista.

Eppure, proprio quando il dibattito pubblico si polarizza, sarebbe necessario recuperare la capacità di distinguere, analizzare e interrogarsi.

Perché la democrazia non si difende scegliendo una tifoseria, ma attraverso il confronto, il rispetto delle regole e la capacità di riconoscere le ragioni degli altri.

La prima domanda è inevitabile: la violenza può essere giustificata da motivazioni sociali?

La risposta, in una democrazia, non può che essere negativa. Le ingiustizie, le disuguaglianze e il mancato riconoscimento dei diritti possono alimentare la protesta, ma non costituiscono una giustificazione automatica della violenza.

Diverso è il contesto di un regime autoritario, nel quale manifestare il proprio dissenso può significare mettere a rischio la propria vita, perché chi protesta può essere ucciso dalle forze di sicurezza.

In una democrazia, invece, chi viola la legge deve risponderne secondo le regole dello Stato di diritto. Questo non significa rinunciare alla funzione rieducativa della pena o ignorare le condizioni personali di chi commette un reato.

Significa, al contrario, riconoscere che la responsabilità individuale e il rispetto delle garanzie giuridiche che sono elementi essenziali di una convivenza democratica.

La seconda domanda riguarda le responsabilità delle istituzioni. Uno Stato può essere inadempiente nei confronti dei cittadini: nella sanità, nella giustizia, nella scuola, nel sistema pensionistico, nei salari e nelle politiche sociali.

Ma queste inadempienze possono giustificare la violenza collettiva o di gruppo?

Anche in questo caso, la risposta deve essere negativa. In una democrazia esistono strumenti costituzionalmente garantiti per contestare le decisioni dei governi, rivendicare diritti e promuovere cambiamenti.

La storia italiana dimostra che molte conquiste sociali ed economiche sono state ottenute attraverso la mobilitazione dei cittadini, le lotte sindacali, le manifestazioni di piazza e le battaglie parlamentari.

Naturalmente, anche in passato non sono mancati scontri con le forze dell’ordine e danneggiamenti di beni pubblici e privati. Ma le azioni violente riconducibili a gruppi extraparlamentari o ai cosiddetti Black Bloc sono state condannate dalle organizzazioni politiche e sindacali, che le consideravano un ostacolo alle loro rivendicazioni e un possibile strumento per delegittimarne le ragioni.

Il punto, dunque, non è negare il conflitto sociale, che è parte integrante della democrazia, ma distinguere tra il diritto di protestare e la pretesa di poterlo esercitare senza limiti.

La terza domanda riguarda gli obiettivi della protesta: per che cosa si lotta, oggi?

Le mobilitazioni del passato erano legate a rivendicazioni riconoscibili: contratti di lavoro, salari, diritti, modifiche legislative e provvedimenti economici.

Un esempio significativo è stata la battaglia condotta dal Partito comunista italiano contro il taglio della scala mobile. Fu una mobilitazione politica e sociale di grande portata, accompagnata da manifestazioni di massa e da una dura opposizione parlamentare.

Quando il provvedimento venne comunque approvato, il PCI promosse un referendum popolare, che, tuttavia, perse. Questo è il gioco democratico: si accetta l’esito delle procedure democratiche, ma sentendo le argomentazioni degli eredi del PCI, viene da chiedersi quanto di quella cultura sia rimasta, il senso dello stato e la responsabilità politica mi sembrano valori smariti.

C’è poi una quarta domanda, forse la più scomoda: chi organizza e finanzia le proteste di oggi?

Le grandi mobilitazioni del passato erano promosse e finanziate dai partiti di massa, sindacati e organizzazioni capaci di aggregare milioni di persone attorno a obiettivi condivisi.

Quel mondo, però, non esiste più. I partiti attuali non hanno la stessa struttura organizzativa e la stessa capacità di radicamento sociale delle grandi forze politiche della Prima Repubblica.

I social network non si limitano a diffondere messaggi: contribuiscono a orientare il dibattito pubblico, influenzano le agende politiche e modificano le modalità attraverso cui si costruisce il consenso.

Da una politica che mobiliava su proposte concrete oggi abbiamo una politica che si rivolge all’individuo social utilizzando strategie di generalizzazione e banalizzazione delle complessità sociali e geopolitiche.

Ciò è possibile perché nei social non c’è un confronto politico e l’individuo, all’interno del social, vive in una condizione cognitiva di “anomia sociale” dove il messaggio che condivide, grazie al nostro “pensiero veloce” gli offre una sensazione di appartenenza virtuale e di socializzazione identitaria che in realtà è manipolazione.

Siamo passati da una politica che cercava di mobilitare le persone attorno a proposte concrete, a una comunicazione che, spesso, si rivolge direttamente all’individuo, facendo leva sulle emozioni, sulle paure e sul senso di appartenenza.

La complessità dei problemi sociali e geopolitici viene così compressa in messaggi semplici, slogan immediati e contrapposizioni nette. Il rischio è che il consenso digitale venga scambiato per coscienza politica e che la condivisione di uno slogan venga confusa con la partecipazione consapevole alla vita democratica.

Molti ragazzi crescono in un ambiente nel quale i social occupano una parte rilevante della vita quotidiana, ma non sempre dispongono degli strumenti critici necessari per interpretare i messaggi che ricevono.

La ricerca di riconoscimento, il bisogno di appartenenza e il desiderio di affermare la propria identità possono renderli vulnerabili a slogan capaci di trasformare il disagio in rabbia e la rabbia in contrapposizione.

L’aspetto “innovativo” è la partecipazione a queste violenze di minori i quali vivono nei social e non hanno una coscienza politica, vengono manipolati dagli slogan che li incitano a protestare e al gioco del virtuale consumistico dove l’apparire, l’avere o il possesso, da senso al vuoto esistenziale di questi giovani.

Quando la politica dice solo: “state rubando il futuro ai giovani” sta istigando i giovani a essere violenti, perché alla politica compete, oltre a denunciare, fare delle proposte per dare una speranza per cui lottare.

La rabbia, da sola, non costruisce un futuro ed è altamente manipolabile. Un nuovo fenomeno è la mancanza di integrazione ai valori della democrazia dei giovani di seconda generazione e non solo, dove tra cattivi maestri e l’influenza della religione può diventare un elemento identitario nella sua versione radicale o fondamentalista.

Altro elemento che nessuno poteva prevedere è il ruolo dei social nell’organizzare una protesta senza autorizzazioni, perché si pensa che in democrazia la protesta non ha regole, ma solo per trasgredire, tipico dell’età adolescenziale.

I social aprono un capitolo nuovo e inedito sia per le istituzioni ma anche per le famiglie, le quali non sanno cosa fanno i ragazzi e cosa maturano nella loro psiche in quelle ore che passano davanti al telefonino o al PC.

La società digitale se da un lato ci tiene in connessione con il mondo, dall’altro corre il rischio di toglierci specialmente ai giovani la connessione umana, fatta certamente anche di rabbia e dolore ma, fondamentalmente, di relazione umana, socializzazione ed empatia che permette di cogliere che colui che non condivide le tue idee comunque è un tuo amico.

Sono quelle connessioni che si creano giocando, aiutandosi, esprimendo le proprie paure e insofferenze, che nascono prima di una presunta coscienza politica.

Per gli adolescenti, il desiderio di sfidare i limiti fa parte di una fase delicata della crescita. Quando questa tendenza incontra messaggi che esaltano lo scontro, può essere sfruttata da soggetti interessati a utilizzare i giovani per finalità politiche o religiose.

Il vandalismo viene allora presentato come una forma di ribellione, mentre le forze dell’ordine diventano il bersaglio di una narrazione che tende a criminalizzarle in quanto tali.

Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome: usare il disagio sociale, che ha una sua dignità e pudore, come scusa per la violenza, in un paese democratico è da eversivi consapevoli, che utilizzano oggi i minori perché facilmente manipolabili per realizzare una società orwelliana.

Capire i mutamenti sociali che stiamo attraversando è un dovere per la politica ma essa deve sapere essere classe dirigente sia le forze politiche che stanno al governo che all’opposizione, perché, in democrazia, esiste l’alternanza, ma è grave che forze politiche, istituzioni come la magistratura e intellettuali dell’ovvio, giustificano la violenza solo per qualche like o qualche voto, perché scivolano dalla democrazia verso l’eversione della stessa.

Autore

  • Roberto Giuliano

    Roberto Giuliano, sociologo, scrittore e giornalista, già segretario generale della Fillea CGIL del Lazio, di matrice socialista e craxiano, ex membro del Corecom Lazio.

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