Razzismo e colonialismo interno stanno lacerando i rapporti tra i tedeschi – “Siamo alla vigilia di un sabba potenzialmente squarciante” – L’ordoliberismo come veleno esiziale
L’Unione Europea di Maastricht è un malato terminale per il semplice motivo che il suo centro nevralgico, la Germania del IV Reich economico, ha in sé un cancro metastatico che la sta distruggendo: l’ordoliberismo di quel Wolfgang Schäuble, il democristiano che disse ai tedeschi dell’Est: “Cari signori, si tratta di un’adesione della Repubblica Democratica alla Repubblica Federale, non del contrario. Qui non si uniscono due Stati alla pari”.
Se questo non è razzismo dei Wessi nei confronti degli Ossi che cosa è?
Ed è qui che la questione tedesca va letta senza il solito filtro che consente ai razzisti di dare del nazista a chi è stato vessato e tradito.
Sono rimasto colpito da un’intervista concessa a Maddalena Loy da Maria Luisa Gaetani D’Aragona, figlia del conte Massimo Magistrati, ambasciatore e cognato (in prime nozze) di Galeazzo Ciano (Maria Ciano morì prematuramente) e, successivamente, in quanto civil servant d’altri tempi, chiamato a gestire il Piano Marshall.
Di Germania la duchessa se ne intende, in quanto la madre era una nobildonna tedesca Christiane Schütte, appartenente ad una famiglia di armatori che aveva sposato Massimo Magistrati, rimasto vedovo e, messo, in un primo tempo, da parte, in quanto ex marito della sorella di Ciano.
Alla domanda su come sta la Germania, la duchessa risponde: “Lì sono disperati. Da locomotiva d’Europa sono diventati il vagone di coda”.
Chiese la giornalista: “Ma come, non si fidano del cancelliere Merz?”. “E chi si fida di Merz? Nessuno”.
Alice Weidel? chiede la giornalista. “Una leader autentica, vicina ai suoi concittadini”.
E qui siamo arrivati al punto cruciale, perché i cittadini sono gli Ossi, i “Prussiani” e AfD è sempre più il partito dei “Prussiani”.
Dario Fabbri (Domino 10/2026), a proposito della situazione tedesca sostiene che “siamo alla viglia di un sabba potenzialmente squarciante” e che la “rottura tra le molte anime tedesche è già avvenuta”, perché la “Repubblica Federale è divisa tra popoli (volk) storicamente in competizione tra loro.
AfD, partito nato nel 2013, “di inclinazione liberal-conservatrice, liberista e antieuro – scrive Dario Fabbri – l’anno dopo ottenne il 4,7% dei suffragi nazionali restando fuori dal Bundestag. Quindi nell’arco di un quinquennio spostò il focus sulle genti che componevano la Repubblica democratica, diventando il partito identitario dell’Oltre Elba”.
Dopo l’unificazione prussiani, turingi, pomerani e sassoni si sono scoperti delusi. La conduzione dei Wessi (i tedeschi occidentali della Repubblica Federale) ha creato perdita di un terzo dei posti di lavoro. Produzione azzerata.
I “funzionari a prestito” della Germania Ovest furono inviati a risanare (demolire di fatto) la RDT e la loro presenza fu percepita, ci spiega Fabbri, come “insopportabilmente coloniale”.
Tedeschi razzisti (Wolfgang Schäuble) e colonialisti nei confronti di altri tedeschi hanno fatto sì che prussiani, turingi, pomerani e sassoni si siano coalizzati e oggi si sentano rappresentati da AfD, partito che viene esorcizzato non perché nazista, ma in quanto rappresentante di una parte della Germania che non si sente rappresentata dall’altra parte, quella dei colonialisti interni e dei razzisti nei confronti degli stessi tedeschi.
Da qui la considerazione di Dario Fabbri il quale scrive che le “rivendicazioni di AfD non sono assimilabili a quelle di altri soggetti molto destrorsi sparsi per l’Occidente”.
Da qui la considerazione della duchessa Maria Luisa Gaetani d’Aragona che Alice Weidel è una “leader autentica, vicina ai suoi concittadini”.
A differenza dei Länder della Germania Ovest, l’Est presenta una composizione etnica notevolmente più omogenea.
La stragrande maggioranza degli abitanti degli stati orientali (Sassonia, Turingia, Sassonia-Anhalt, Brandeburgo e Meclemburgo-Pomerania Anteriore) è costituita da tedeschi etnici.
Nel 1945, con le espulsioni di massa della popolazione tedesca dai territori passati a Polonia e Unione Sovietica (Prussia Orientale, Slesia, Pomerania Orientale), milioni di rifugiati (Vertriebene) si insediarono nella zona di occupazione sovietica, integrandosi nella popolazione locale.
Gli Ostdeutsche mantengono differenze culturali ed economico-sociali rispetto ai connazionali dell’Ovest.
Nella regione della Lusazia (Lausitz), divisa tra il sud del Brandeburgo e il nord della Sassonia, vive l’unica minoranza etnica autoctona e storica della ex RDT: i Sorbi (detti anche Wendi), una popolazione di ceppo slavo occidentale insediatasi nell’area fin dal VI secolo.
I Sorbi parlano la lingua sorba (divisa in alto sorbo e basso sorbo): una lingua slava correlata al polacco e al ceco. Si stima che i Sorbi siano 60.000 persone, tutelate ufficialmente da leggi regionali per la protezione della lingua, delle scuole e delle tradizioni culturali.
A differenza dell’Ovest (dove il sistema dei Gastarbeiter ha portato fin dagli anni ’50 e ’60 milioni di lavoratori da Turchia, Italia e Jugoslavia), l’ex RDT è rimasta quasi del tutto priva di immigrazione di massa fino alla caduta del Muro di Berlino.
Durante il periodo socialista, la Germania Est accolse lavoratori a contratto provenienti da Paesi socialisti fratelli. Sebbene la maggior parte sia tornata in patria nel 1989 – 1990, alcune comunità si sono radicate: Vietnamiti, Cubani, Mozambicani e Angolani.
Negli ultimi decenni, e in particolare a partire dalla crisi dei rifugiati del 2015, la quota di popolazione di origine straniera è aumentata anche nei Länder dell’Est, pur rimanendo nettamente inferiore rispetto all’Ovest.
Se guardiamo alla composizione etnica attuale in rapporto a quella storica possiamo sintetizzarla in una tabella comparativa.

Il ritorno dei valori prussiani
Nella ex Germania Est esiste un ritorno alla narrazione prussiana, con riferimenti a Federico II e a Bismarck.
La maggior parte della gente in Sassonia, Turingia o Meclemburgo-Pomerania non si sente “prussiana”.
Le identità regionali (sassone, turingia, brandeburghese) restano più forti, ma c’è un recupero politico-culturale di certi simboli e valori prussiani.
Già nella DDR (fine anni 70 – anni 80) ci fu la cosiddetta Preußenrenaissance. Il regime comunista riabilitò Federico II (la statua equestre tornò a Berlino Est nel 1980) e iniziò a guardare con più favore anche a Bismarck, presentandoli come figure “progressiste” o patriottiche utili alla costruzione di un’identità nazionale est-tedesca.
Dopo il 1990 questo patrimonio non è sparito.
In Brandeburgo e Sassonia-Anhalt (regioni storicamente più prussiane) è rimasto più vivo. Oggi il recupero è particolarmente visibile in alcuni ambienti della destra (soprattutto AfD): si organizzano “Preußenfeste”; si citano Federico II (ordine, disciplina, stato forte, tolleranza illuminata ma autoritaria) e Bismarck (unificazione, realpolitik, autorità dello Stato); si esaltano le “virtù prussiane” (senso del dovere, sobrietà, gerarchia, anti-liberalismo) come alternativa al modello occidentale ritenuto troppo soft, multiculturalista o debole.
Questa rinascita prussiana è dovuta a un ricongiungimento percepito come annessione, perdita di status, delusione economica e culturale.
In questo contesto la Prussia offre un’immagine di uno Stato forte e ordinato, un orgoglio nazionale senza i tabù della Germania Ovest e una continuità storica “tedesca” alternativa sia al nazismo sia alla DDR.
Un Paese in rotta economica
Il dibattito economico e sociale in Germania è segnato da una profonda transizione strutturale e da forti tensioni sociali.
L’economia tedesca mostra segnali di resilienza superiori alle aspettative, con il governo che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del PIL per l’anno all’1,3% (rispetto allo 0,5% ipotizzato in precedenza), ma gli istituti di ricerca economica sottolineano che la ripresa resta esposta a forti venti contrari.
Lo shock energetico (esacerbato dalle tensioni internazionali come il conflitto in Iran) e le difficoltà della transizione ecologica continuano a pesare sulla competitività della manifattura e dell’automotive.
All’interno del Paese si consuma uno scontro ideologico tra i sostenitori della storica austerità fiscale (il Freno al debito o Schuldenbremse) e chi ritiene indispensabile fare massiccio ricorso al debito pubblico per finanziare infrastrutture, difesa ed edilizia sostenibile.
Per far fronte alle ristrettezze di bilancio e finanziare le nuove priorità strategiche, l’esecutivo guidato dal Cancelliere Friedrich Merz ha introdotto misure di austerità che colpiscono il welfare.
Il piano del governo include il ridimensionamento delle pensioni, tagli alla sanità, l’aumento dei costi di assistenza per gli anziani e l’allungamento dell’orario di lavoro. È stata inoltre reintrodotta la leva obbligatoria.
I sindacati (in particolare il potente comparto metalmeccanico) e i movimenti studenteschi hanno organizzato massicce manifestazioni di protesta a Berlino e in altre quindici città, accusando il governo di smantellare i diritti delle fasce più deboli.
Il malcontento sociale si riflette in una crescente percezione di ingiustizia economica e insicurezza.
Secondo i sondaggi più recenti, l’81% dei cittadini tedeschi ritiene che la prosperità economica del paese sia distribuita in modo profondamente ingiusto, complice un’inflazione che ha eroso i redditi della classe media.
A quasi quarant’anni dalla riunificazione, il divario industriale e infrastrutturale tra le regioni orientali e occidentali rimane un nervo scoperto.
Questo quadro di frammentazione sociale, unito al dibattito sulla gestione dei flussi migratori, ha spinto una forte avanzata elettorale di Alternative für Deutschland (AfD) nelle elezioni locali, modificando gli equilibri politici tradizionali della repubblica federale.
La Germania ha costruito la propria prosperità sulla competitività industriale, sulle esportazioni e sull’accesso a energia relativamente economica; oggi deve affrontare contemporaneamente costi energetici elevati, concorrenza internazionale e difficoltà di riconversione industriale.
Il problema è capire quanto dipenda dalle scelte europee sul clima, quanto dalla fine del precedente modello energetico e quanto da debolezze strutturali tedesche.
C’è poi un elemento geopolitico nuovo: ieri il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno parlato direttamente con Vladimir Putin, sollecitando la ripresa dei negoziati sull’Ucraina.
Il modello tedesco: quando il successo diventa una trappola
La Germania non è stata semplicemente vittima di una politica industriale sbagliata. Per decenni il suo modello ha funzionato grazie a una combinazione di fattori che oggi si sono indeboliti: energia e gas russi a costi competitivi; esportazioni di macchinari, automobili, prodotti chimici e beni industriali; domanda cinese in espansione; disciplina fiscale e contenimento della spesa pubblica; una rete di piccole e medie imprese altamente specializzate.
Il problema è che la classe dirigente ha continuato a fare affidamento su parte di queste condizioni anche quando stavano cambiando.
La Bundesbank, il 21 ottobre, ha segnalato una probabile stagnazione del PIL nel terzo trimestre 2026, dopo la ripresa della prima metà dell’anno. Ha indicato fra i fattori di pressione la perdita di competitività, l’aumento dei prezzi energetici e la debolezza della produzione industriale.
Costi energetici elevati penalizzano soprattutto le industrie energivore. Se l’elettricità e il gas diventano più costosi rispetto ai concorrenti, investimenti e produzione possono spostarsi altrove.
Quando una produzione viene trasferita all’estero, non si perde soltanto occupazione: possono indebolirsi fornitori, competenze tecniche, ricerca applicata e capacità di riavviare rapidamente la produzione.
L’ortodossia dei conti pubblici può limitare gli investimenti in infrastrutture, reti energetiche, innovazione e capacità industriale. Il rischio è trasformare la prudenza fiscale in un ostacolo alla competitività futura.
La contraddizione dell’ordoliberismo
L’ordoliberismo tedesco attribuisce grande importanza alla stabilità monetaria, alla concorrenza e a un quadro di regole che limiti l’arbitrio economico dello Stato.
Il problema nasce quando la stabilità delle regole viene trattata come un fine assoluto anche in presenza di uno shock strutturale.
La questione non è se i conti pubblici debbano essere sostenibili. È se una politica economica debba consentire allo Stato di investire quando è in gioco la base produttiva del Paese.
Il pacchetto tedesco da 500 miliardi di euro per infrastrutture e investimenti, promosso dal governo Merz, mostra che anche la Germania ha cominciato a discostarsi dalla precedente rigidità fiscale.
La difficoltà è trasformare le risorse stanziate in infrastrutture operative, energia competitiva e capacità industriale.
Il paradosso verde europeo
La critica più solida alla politica climatica europea è che una politica di decarbonizzazione può diventare economicamente controproducente se non preserva la competitività e la sicurezza energetica durante la transizione.
L’Europa impone costi di transizione alle proprie imprese senza assicurare energia competitiva e senza proteggersi da pratiche commerciali sleali, rischia di ridurre le emissioni territoriali trasferendo parte della produzione altrove.
In quel caso, la riduzione delle emissioni europee non equivale necessariamente a una riduzione proporzionale delle emissioni globali.





