I provvedimenti relativi a Covid-19 e le loro tragiche conseguenze.
Questi articoli sono tratti dal dossier steso da Silvano Danesi nell’anno più buio del Covid. Dossier che si concluso il 30 luglio 2020.
Focus – Il modello cinese ha fatto disastri.
L’8 giugno il virologo Guido Silvestri, nella sua rubrica “Pillole di ottimismo” ha scritto: “Il virus è comparso tra il 6 ottobre e l’11 dicembre 2019: sbagliati i dati sull’epidemia. I modelli matematici hanno fallito”.
Guido Silvestri si riferisce a una delle conclusioni di un articolo realizzato “dal gruppo di Francois Balloux all’Istituto di Genetica di University College of London”.
Lo studio – spiega Silvestri – è pubblicato su Infection, Genetics and Evolution e si basa su un’analisi di 7.666 sequenze del nuovo Coronavirus, “provenienti da numerosi Paesi di varie aree geografiche e raccolte fino al 20 aprile scorso”.
Per lo scienziato italiano, docente negli USA alla Emory University di Atlanta, “le implicazioni di questa nuova datazione sarebbero enormi”.
Infatti “si dimostrerebbe quello che molti sospettano da tempo, cioè che i numeri e le curve epidemiologiche di Covid-19 in Cina, fornite il 10 marzo 2020 da Zunyou Wu” alla Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections (Croi), all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e ai Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) americani, “sono sbagliati e probabilmente di molto”.
Silvestri ricorda che “sui numeri ‘cinesi’ si sono basati sia il famoso modello Ferguson/Imperial del 16 marzo 2020, sia i tre modelli pubblicati su ‘Science’ tra aprile e maggio. Modelli che, come sappiamo, formano l’impalcatura scientifico-epidemiologica dell’argomento politico in favore dei ‘lockdowns’, delle ‘travel restrictions’ e delle chiusure delle scuole. Non esattamente un dettaglio”.
“Oggi – scrive Silvestri – è il fatidico 8 giugno. Quello che, se non stavamo attenti, avremmo avuto 151mila malati in terapia intensiva. Invece sono 286. E dopo 34 e 20 giorni dalle ‘aperture’ di maggio, non c’è alcun segno di quel ritorno della pandemia che certi esperti davano per scontato. Quest’ultimo punto è importante e deve essere ricordato con chiarezza”.
Il docente della Emory University di Atlanta precisa: “Senza fare polemiche, perché ognuno fa del suo meglio, credo sia giusto verso i cittadini italiani, che per mesi hanno compiuto sacrifici durissimi, ammettere questo fatto e promettere che tali modelli non saranno più usati per prendere decisioni politiche, ad esempio per le scuole”.
“Prima del 4 maggio”, sottolinea Silvestri, gli autori dei modelli matematici sugli effetti della fase 2 che si stava pianificando, “basandosi su modelli matematici hanno detto al Paese: ‘Sappiate che, non appena si riapre, i casi sicuramente saliranno. Di poco se riapriamo un poco, tantissimo se riapriamo molto’. In altre parole, ci aspettava un disastro. Mentre altri esperti hanno detto: ‘Il virus dovrebbe avere andamento stagionale, non c’è motivo di temere una catastrofe estiva’”. Ebbene, “le cose sono andate come sappiamo”.
Anche guardando agli USA, le conclusioni rimarrebbero le medesime.
“In molti – scrive – mi chiedono come vanno le cose ad Atlanta e in Georgia. Direi bene, con una situazione sotto controllo e un totale di 51.898 casi e 2.174 morti”, di cui ieri “4. La nostra mortalità per 100mila abitanti è 19,7, il che vuol dire la metà di quella riscontrata nel Veneto dell’ottimo Andrea Crisanti (39,9). Insomma, direi che nel nostro piccolo ci siamo difesi piuttosto bene. Interessante notare che in Florida, Stato dal lockdown minimo, la mortalità per 100mila abitanti è ancora più bassa (12,6)”.
Ecco, quindi, che “i dati della Georgia e della Florida dimostrano ancora una volta come i modelli epidemiologici, che al contempo postulano un massiccio effetto positivo dei ‘lockdowns’ e non tengono conto del fattore climatico-stagionale, non spiegano l’andamento della pandemia in modo universalmente valido, e come tali non dovrebbero essere usati per guidare le scelte della politica”.
In Francia a fine giugno era in corso una commissione di inchiesta parlamentare sulla gestione dell’epidemia Covid-19. Il Prof. Didier Raoult, direttore dell’ Istituto Malattie Infettive Ihu Méditerranée Infection è stato convocato in qualità d’esperto.
Il direttore dell’IHU di Marsiglia è stato ascoltato dai deputati durante un’audizione che fa parte dell’indagine intesa a far luce sulla gestione statale della crisi del Coronavirus.
Didier Raoult ha criticato l’organizzazione “completamente arcaica” dei test di screening Covid-19 in Francia, organizzazione che secondo lui ha impedito di utilizzarli più ampiamente.
“Il modo in cui è stato organizzato il depistaggio è completamente arcaico”, ha affermato davanti alla commissione d’inchiesta sulla gestione della crisi del Coronavirus, riferendosi al sistema dei centri di riferimento nazionali. Il test diagnostico molecolare per Covid-19 è stato istituito il 17 gennaio dall’Institut Pasteur, centro nazionale di riferimento (CNR) per i virus respiratori con gli Hospices Civils de Lyon, ma la diffusione sul territorio è stata lenta, secondo la stima dei deputati membri della commissione. “L’idea che non potessimo eseguire i test non è vera”, ha affermato Didier Raoult, a capo dell’ IHU Méditerranée, a Marsiglia.
“La centralizzazione a livello di CNR ha fatto perdere molto tempo e non era necessaria.” Questo sistema porta i loro funzionari a “considerare che la malattia sia loro territorio”.
“Non sono d’accordo con la decisione di non generalizzare i test”, ha anche detto, “non è possibile studiare una nuova malattia se non si eseguono i test “. “Ciò che è stato dedotto sulla malattia, è stato dedotto dall’influenza ed era falso”.
Didier Raoult ha anche rinnovato l’affermazione secondo cui alcuni detrattori dell’idrossiclorochina sono finanziariamente collegati al laboratorio Gilead, produttore del Remdesivir, un’altra molecola la cui efficacia è stata testata nel trattamento di Covid-19.
Di fronte alle richieste di chiarimenti da parte dei deputati, il microbiologo li ha in particolare indirizzati alla consultazione del database di Transparency Health, che elenca i collegamenti di interesse tra aziende e attori del settore sanitario.
Assicurando di aver osservato una “ossessione per voler trattare le persone con il Remdesivir”, ha detto di vederci un risultato della strategia di “influenza” al servizio di un “puro gioco di borsa”.
L’irraggiamento solare riduce il contagio
Avvenire.it, il 28 giugno 2020 scrive. “La possibilità che la stagione calda riduca il contagio o indebolisca il Sars–CoV–2 è già stata discussa e confermata da alcune ricerche. Ma lo studio condotto a Milano in collaborazione tra immunologi e astrofisici ha permesso di dimostrare che è il fattore specifico dell’irraggiamento solare ad avere la capacità di neutralizzare il Coronavirus nelle goccioline di saliva, i famosi “droplet” che diffondono il contagio.
Pubblicati in preprint sull’archivio internazionale medrxiv, nella sezione dedicata al Covid–19, i due articoli (cui sta per aggiungersene un terzo) sono frutto del lavoro di ricercatori dell’IRCCS Fondazione Don Gnocchi di Milano, dell’Università degli Studi di Milano, dell’Istituto nazionale di astrofisica e dell’Istituto nazionale dei tumori.
«Il sole invia sulla Terra i fotoni – spiega Mario Clerici, docente di Immunologia all’Università di Milano e direttore scientifico del presidio IRCCS Santa Maria Nascente della Fondazione Don Gnocchi – sotto tre lunghezze d’onda di raggi ultravioletti: Uv–A, Uv– B, Uv–C. Questi ultimi sono bloccati dall’ozono nell’atmosfera e non arrivano sulla Terra. Vengono usati, per esempio, dalle lampade per la igienizzazione degli acquari perché è noto il loro potere sterilizzante su virus e batteri. Ci siamo chiesti quindi se gli Uv–C sarebbero stati capaci di inattivare il Sars–CoV–2 nelle goccioline di saliva che trasmettono il contagio».
L’esperimento è consistito nel far crescere il virus e diffonderlo in goccioline acquee in sospensione, poi esposte a diverse dosi di Uv–C.
«Anche del virus – continua Clerici – abbiamo diffuso nelle goccioline tre quantità: la dose che si rileva nei soggetti infetti ma asintomatici, poi moltiplicata per dieci, che si rileva nel tampone di un paziente con sintomi, e poi per mille, quella presente in un paziente in fin di vita per polmonite da Covid– 19».
L’esito è stato positivo: «Abbiamo riscontrato che basta una tenue dose di Uv–C, pari a 3,4 millijoule per centimetro quadro, per inattivare completamente il virus, anche alle dosi più alte: basta un’esposizione minore di quella irraggiata dalle lampade usate per disinfettare gli acquari.
È la prima dimostrazione che gli Uv–C funzionano, e che la quantità che serve è minima. Poi abbiamo ripetuto l’esperimento con gli Uv-A e gli Uv-B, che invece raggiungono la Terra, e il risultato è stato lo stesso».
Questo sembra giustificare il fatto che la pandemia «adesso appare più controllata nei Paesi del nostro emisfero, mentre sta crescendo in quello australe (per esempio il Brasile), che sta andando incontro all’inverno.
E il fenomeno ci viene confermato dal confronto che abbiamo effettuato tra i dati dell’irraggiamento solare in 246 Paesi del mondo tra il 15 gennaio e il 30 maggio, raccolti dall’agenzia Temis, e quelli della prevalenza di infezione da Sars–CoV–2 diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Abbiamo visto che c’è una relazione quasi perfetta tra i due dati: al crescere dell’irraggiamento solare diminuisce il numero di nuovi contagi. Ovviamente incidono anche le misure di contenimento adottate (distanziamento, mascherine, eccetera), ma gli astrofisici hanno rilevato che il fattore che fa veramente la differenza è la quantità di raggi solari che arrivano sulla Terra».
Sul futuro però, puntualizza Clerici, è difficile fare previsioni: «Non possiamo dire se il virus tornerà o meno. La Sars 1 è scomparsa, la Mers no. È possibile che in autunno da noi aumentino i casi, ma siamo molto più preparati ad affrontare il contagio di quanto sia stato a febbraio – marzo».
Un confronto con l’influenza offre qualche speranza: «Ogni anno il suo virus a RNA ha un cambiamento genetico minimo, che non permette di immunizzarsi per sempre, però pur non raggiungendo un’immunità di gregge (solo il 10 – 15%) scompare e ricompare. Una nostra terza ricerca, in via di pubblicazione, rileva che negli ultimi 120 anni l’andamento epidemico dell’influenza è inversamente proporzionale all’irraggiamento solare».
Sette mila mutazioni
Dotnet.it scrive di circa 7mila mutazioni del Covid, molte delle quali deleterie per il virus, ma traquelle più comuni non ne è stata trovata alcuna che ne abbia aumentato la contagiosità, mentre la maggior parte potrebbe addirittura aver penalizzato il virus.
Il dibattito si accende intorno alla virulenza del Coronavirus tra quanti, riferendosi ad una evidenza clinica, ritengono che il Covid abbia perso molta della sua potenza e quanti invece ritengono che ciò sia dovuto alle misure prese con il lockdown. Tutti però concordano che non ci sono ad ora evidenze scientifiche per dire che il virus sia mutato e soprattutto in quale direzione. Secondo quanto riportato in un recente studio, sarebbero più di 6.800 le mutazioni comparse nel genoma del Coronavirus durante la sua corsa intorno al mondo: tra quelle più comuni, non ne è stata trovata alcuna che ne abbia aumentato la contagiosità, mentre la maggior parte potrebbe addirittura aver penalizzato il virus.
Il più delle volte questi cambiamenti non sarebbero nati come risultato dell’adattamento del virus all’uomo, ma sarebbero stati indotti proprio dai meccanismi di difesa immunitaria delle persone infettate.
A indicarlo è uno studio internazionale – di cui si è parlato nelle scorse settimane – coordinato dall’University College di Londra e condiviso su bioRxiv, il sito che traccia gli articoli scientifici non ancora sottoposti a revisione per la pubblicazione su una rivista ufficiale.
Analizzando i genomi virali recuperati da oltre 15.000 pazienti Covid di 75 Paesi, i ricercatori hanno identificato 6.822 mutazioni, di cui 273 sono comparse più volte e in maniera indipendente. Tra queste, 31 sono state studiate attentamente perche’ si sono manifestate almeno 10 volte nel corso della pandemia.
Dopo averle inserite nell’albero evolutivo del Coronavirus, i ricercatori hanno valutato se fossero diventate particolarmente comuni in alcuni ‘rami’: questo segnale indicherebbe infatti che le mutazioni hanno conferito un vantaggio evolutivo rispetto ai virus precedenti che ne erano sprovvisti.
“Abbiamo usato una nuova tecnica per determinare se i virus con nuove mutazioni fossero trasmessi più facilmente – spiega il coordinatore dello studio Francois Balloux – e abbiamo osservato che nessuna delle mutazioni candidate sembra portare benefici al virus”, neppure la famosa mutazione D614G della proteina Spike che nelle settimane scorse aveva fatto ipotizzare l’esistenza di un ceppo più contagioso. Alcune delle mutazioni più comuni sembrano essere neutrali, mentre “la maggior parte è leggermente deleteria per il virus”.
A indurle sarebbe stato il più delle volte lo stesso sistema immunitario dell’uomo grazie all’azione di difesa innata esercitata da alcuni enzimi delle cellule, capaci di modificare il materiale genetico del virus invasore attraverso l’RNA editing.
Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele di Milano, sostiene che “probabilmente c’è stata una prima fase in cui i decessi erano sottostimati. Adesso siamo in una fase in cui forse sono sovrastimati»” e aggiunge: «Ora questa malattia dal punto di vista clinico non ci fa più paura. E non ci farà più paura soprattutto».
«Io oggi leggo ancora 44 morti in Itali» – sostiene Zangrillo- Quando una persona entra in ospedale con un infarto del miocardio, si fa un test per capire se sia o meno positivo al Covid. Ma nel frattempo la situazione clinica precipita, entra in sala chirurgica ma non ce la fa. Purtroppo dopo due giorni muore. Questa persona viene comunicata alla Protezione civile come caso Covid. Questa persona aveva il Covid ma è morta di tutt’altro. Con questo io non voglio minimizzare, il virus esiste, ma è a livello subclinico. Gli italiani devono essere inoltre fiduciosi perché non siamo stati con le mani in mano. Noi ora sappiamo come curare più tempestivamente e meglio i malati. Quindi non è giusto dire loro attenzione, arriverà la seconda ondata, si salvi chi può».
Perché sappiamo molto di più? Primo», sostiene Zangrillo, «perché bisogna vedere se arriva. Secondo perché sappiamo curare i malati. Terzo, perché c’è una collaborazione in atto tra gli istituti ospedalieri, il territorio e le istituzioni regionali che sono in grado di fronteggiare. Quarto, perché sappiamo molto di più su questo virus».
Anche Giulio Tarro, virologo di fama internazionale, ha scritto un libro dal titolo: “Covid, il virus della paura”, nel quale fa un’analisi dell’emergenza e della società, dei divieti e dei vaccini obbligatori che si prospettano. La tesi del medico e ricercatore è che in Italia si sia erroneamente calcolata la letalità del virus a causa di valutazioni sbagliate.





