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La religione del mezzo cavallo – Parte 4

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Esposizione critica di Remarks on the Southern Religion, in I’ll Take My Stand: The South and the Agrarian Tradition, by Twelve Southerners, New York and London, Harper & Brothers, 1930, pp. 155-175

Osservazioni conclusive

Remarks on the Southern Religion è insieme il più ambizioso e il più contraddittorio dei contributi di I’ll Take My Stand: un atto d’accusa rivolto al Sud sotto le apparenze di un’apologia, nel quale Allen Tate riconosce nella dissoluzione della fede la radice della modernità quantitativa e nell’economia l’immagine secolare di un ordine spirituale ormai smarrito.

La sua intuizione fondamentale conserva una forza che oltrepassa ampiamente il contesto storico in cui venne formulata: nessuna civiltà può essere compresa, tanto meno preservata, limitandosi alle sue istituzioni, ai suoi costumi o alle sue strutture produttive, poiché la durata delle forme dipende dalla presenza di un principio che le trascenda e conferisca loro un significato.

Le forme, infatti, non sono la Tradizione, ma le sue possibili incarnazioni storiche; non costituiscono un fine in sé, bensì il linguaggio attraverso cui una determinata concezione dell’uomo, del mondo e del destino umano acquista consistenza nella vita collettiva.

Quando quel principio si estingue, le forme possono sopravvivere, talvolta anche a lungo, ma la loro sopravvivenza si fa progressivamente esteriore: ciò che un tempo era espressione di una convinzione condivisa si trasforma in consuetudine, ciò che ordinava l’esistenza secondo una gerarchia di fini viene conservato come convenzione, mentre ciò che possedeva un’autorità spirituale finisce per essere difeso in ragione della mera inerzia storica.

La continuità delle apparenze, pertanto, non garantisce quella della sostanza. Una società può continuare a professare la propria religione senza lasciarsene più giudicare, custodire i propri riti senza partecipare al loro significato, rivendicare la propria eredità senza comprenderne più le ragioni profonde.

È precisamente in questa dissociazione tra forma e principio che si manifesta la crisi della Tradizione: non necessariamente nella scomparsa delle sue istituzioni, ma nella perdita di ciò che le rendeva degne di essere trasmesse.

Da simile premessa discende una conseguenza decisiva: la restaurazione delle forme esteriori non può, di per sé, restaurare la Tradizione, giacché non è possibile ricostituire mediante un atto di volontà ciò che dipende da una convinzione spirituale non più viva.

Ripristinare un ordinamento sociale, riaffermare un’autorità, recuperare un’economia domestica o riprodurre le consuetudini di una civiltà trascorsa può forse ricrearne alcuni tratti visibili; ciò non significa, tuttavia, restituire a quelle forme il principio che un tempo le animava.

Una gerarchia reintrodotta quando non è più riconosciuta come espressione di un ordine superiore rischia di ridursi a imposizione; una comunità ricostituita senza una reale comunanza di fini rimane un semplice aggregato; una religione utilizzata per legittimare un assetto sociale, anziché per sottoporlo a un giudizio trascendente, diviene un vuoto strumento dell’ordine costituito.

Il tradizionalismo puramente formale incorre, così, in un paradosso: nel tentativo di preservare la Tradizione, finisce per identificare quest’ultima con i suoi residui storici, trasformando ciò che dovrebbe essere una realtà vivente in un repertorio di istituzioni, simboli e consuetudini da riprodurre.

La fedeltà si converte allora in imitazione, la continuità in immobilità e la memoria in un principio di legittimazione indiscriminata del passato. Ma il passato, in quanto realtà storica, non è sacro per il solo fatto di essere passato; e una forma ereditata non risulta giusta per il solo fatto di essere antica.

Se la Tradizione possiede un significato propriamente spirituale, essa deve necessariamente conservare la capacità di distinguere, all’interno della propria storia, ciò che manifesta il suo principio da ciò che lo contraddice o lo tradisce.

Diversamente, ogni istituzione storicamente consolidata potrebbe sottrarsi a qualsiasi giudizio morale invocando la propria appartenenza all’eredità ricevuta.

La Tradizione cesserebbe così di essere una via di orientamento e di discernimento per trasformarsi in una giustificazione retrospettiva di tutto ciò che il passato ha prodotto.

Non meno insufficiente – e, in ultima analisi, ancor più contraddittoria – è la pretesa di restaurare la Tradizione attraverso la violenza politica. È questo il limite più grave della prescrizione che Tate ricava dalla propria diagnosi, quando la necessità di spezzare il dominio delle astrazioni moderne sembra tradursi nella richiesta di un atto risolutivo contro l’ordine esistente.

La violenza può abbattere istituzioni, rovesciare rapporti di potere ed imporre una nuova distribuzione delle autorità; non può, per il mero fatto di esercitarsi, produrre la verità spirituale che dovrebbe giustificare il nuovo ordine.

Può ottenere obbedienza, non generare convinzione; può eliminare un ostacolo, non determinare da sé il fine verso cui dirigersi. Se il principio spirituale è venuto meno, la forza non lo sostituisce: riempie il vuoto lasciato dalla sua assenza con la propria capacità coercitiva, rischiando di riprodurre, sotto un diverso segno, la medesima subordinazione dell’uomo a un mezzo che Tate rimprovera alla civiltà economica moderna.

La contraddizione è tanto più profonda in quanto un ordine fondato sulla Tradizione dovrebbe riconoscere che la potenza non è il criterio ultimo della legittimità: se invece il ricorso alla forza diventa il mezzo decisivo per ristabilirlo, il successo dell’azione tende a sostituirsi alla verità del fine.

La violenza finisce in tal modo per assumere la struttura mentale dell’avversario che pretende di sconfiggere, perché misura la riuscita dell’impresa in termini di efficacia, conquista e dominio.

Né basta invocare le radici, la comunità o la trascendenza per sottrarsi a questa contraddizione: proprio perché pretende di agire in nome di un principio superiore, il tradizionalismo deve rendere conto dei mezzi che adotta e dimostrare che essi non negano, nella pratica, il valore che dichiarano di difendere.

In assenza di un criterio spirituale e morale capace di distinguere ciò che merita di essere custodito da ciò che deve essere abbandonato, l’appello alla restaurazione rimane pericolosamente indeterminato: non dice quali elementi del passato siano realmente degni di continuità, né secondo quale misura possano essere giudicati.

La formula di Tate secondo cui la risposta sarebbe “la violenza” concentra dunque, più che risolverla, l’aporia del suo pensiero: indica la necessità di una rottura, ma non dimostra che la rottura possa generare una rigenerazione.

È a questo punto che la questione della schiavitù assume un valore che oltrepassa quello di una grave omissione storica e diviene una prova interna della coerenza del pensiero di Tate.

Se la modernità viene criticata perché riduce la realtà a quantità, funzione e utilità, allora la persona umana, considerata nella sua irriducibilità, dovrebbe costituire il limite morale invalicabile di qualsiasi ordine economico e sociale.

Ma la schiavitù, sulla quale poggiava una parte essenziale della società meridionale idealizzata da Tate, rappresenta precisamente la trasformazione di un essere umano in proprietà, strumento e fattore produttivo: la subordinazione integrale della persona ad una funzione determinata da altri.

Non è possibile denunciare la riduzione economica dell’esistenza a mezzo e, allo stesso tempo, sottrarre al giudizio questa forma radicale di riduzione; non è possibile rivendicare l’integrità del cavallo contro ogni mutilazione utilitaristica e accettare che una parte della comunità venga esclusa dalla propria piena umanità affinché l’ordine sociale possa conservarsi.

La metafora del cavallo intero, portata alle sue conseguenze, si ritorce pertanto contro l’apologia del Sud: la totalità che Tate invoca non può essere autentica se viene costruita mediante l’esclusione morale di coloro sui quali poggia materialmente.

Né è sufficiente rispondere che ogni civiltà storica è imperfetta, perché proprio la pretesa di riconoscere nella Tradizione un principio superiore alla contingenza dovrebbe renderla capace di giudicare le proprie imperfezioni, anziché consacrarle in nome della continuità.

Il fatto che il cristianesimo meridionale non sia riuscito a integrare pienamente la schiavitù nella propria legittimazione religiosa può persino essere letto come il segno residuale di una verità morale che l’ordine sociale non riusciva ad assorbire senza contraddirsi.

Ma questa possibilità critica rimane incompiuta nel saggio di Tate. Anche The Fathers, trasferendo nella forma tragica le contraddizioni che il saggio formula in termini filosofici, non le supera interamente: Yaller Jim entra nella struttura narrativa soprattutto in quanto elemento che innesca la catastrofe della famiglia bianca, senza che la sua soggettività acquisti un rilievo proporzionato alla funzione che svolge.

La tragedia rivela così ciò che l’argomentazione non riesce a risolvere: una civiltà può essere vittima della propria dissoluzione e, al tempo stesso, essere responsabile delle ingiustizie inscritte nel proprio ordine.

La sua rovina non la rende innocente, così come la sua eredità non diventa integralmente degna di essere restaurata per il semplice fatto di essere stata perduta.

Il recupero del principio spirituale non può quindi significare né il rifiuto indiscriminato delle forme storiche né la loro accettazione incondizionata. Significa, più esattamente, restituire loro una relazione viva con la verità da cui dovrebbero trarre legittimità, riconoscendo che tale relazione può richiedere tanto la conservazione quanto la trasformazione e, talvolta, l’abbandono di istituzioni divenute incompatibili con il principio che un tempo avrebbero dovuto incarnare.

La Tradizione non è un oggetto intatto che attende di essere recuperato dalle rovine della modernità, ma una trasmissione che rimane fedele al proprio contenuto soltanto quando sa distinguere il contenuto dalle sue realizzazioni contingenti.

Non ogni mutamento è perciò una perdita, così come non ogni permanenza è una fedeltà: una forma può mutare per preservare una verità che la sua configurazione precedente non è più in grado di esprimere, mentre un’istituzione può sopravvivere proprio al prezzo di averla smarrita.

Il criterio decisivo non è la novità in quanto tale, né l’antichità, ma la capacità di una forma di ordinare l’esistenza secondo un principio che non si esaurisca nell’utilità, nel potere o nella mera riproduzione dell’esistente.

In questo senso, il recupero della Tradizione richiede anzitutto una conversione dello sguardo: dalla domanda su quali strutture debbano essere restaurate a quella su quale verità esse siano chiamate a servire; dalla nostalgia per un ordine perduto al discernimento delle condizioni spirituali senza le quali nessun ordine può essere autenticamente vivente.

Richiede inoltre che la religione non venga ridotta ad un emblema identitario o a una funzione di coesione sociale, ma torni a essere un principio capace di giudicare anche la comunità che la professa, di denunciarne le idolatrie e di porre limiti alla sua volontà di dominio.

La fede non è tradizionale perché benedice ciò che una società ha ereditato; può essere realmente tradizionale proprio perché impedisce a quella società di identificare se stessa con la verità e di trasformare la propria storia in un assoluto.

È alla luce di tale distinzione che la conversione di Tate al cattolicesimo, nel 1950, acquisisce un significato retrospettivo decisivo. Senza trasformare un percorso biografico complesso in una semplice confutazione del saggio del 1930, essa permette di riconoscere il limite della soluzione politica che quel testo aveva prospettato: se la crisi della civiltà meridionale derivava dalla perdita del proprio fondamento religioso, la risposta non poteva consistere soltanto nel restaurare l’assetto sociale che quel fondamento avrebbe dovuto animare.

Una Chiesa, in quanto comunità di fede e custode di una verità che precede le convenienze dell’ordine politico, poteva rappresentare per Tate una risposta diversa dalla riconquista coercitiva del passato: non la ricostruzione di un mondo storico determinato, ma il ritorno a un principio spirituale che nessuna configurazione sociale può possedere in esclusiva.

Ciò non oblitera le contraddizioni del suo pensiero precedente, né autorizza a identificare automaticamente ogni forma ecclesiale con la piena realizzazione della Tradizione; chiarisce, piuttosto, perché la sua diagnosi potesse sopravvivere al fallimento della prescrizione che l’accompagnava.

La conversione non smentisce necessariamente l’intuizione secondo cui una civiltà non può vivere indefinitamente della sola inerzia delle proprie forme; ne rovescia, piuttosto, la direzione pratica, spostando l’accento dalla restaurazione di un ordine politico alla ricerca di un fondamento religioso capace di trascenderlo e giudicarlo.

La Tradizione, in siffatta prospettiva, non è salvata quando una società torna ad assomigliare al proprio passato, ma quando ritrova la possibilità di vivere nel presente secondo una verità che non dipende né dal successo storico né dalla forza con cui viene imposta.

Rimane, infine, l’immagine di Lacy Buchan, che ama George Posey, l’uomo legato alla distruzione della propria famiglia: un amore che non cancella la catastrofe, non restituisce il mondo perduto e non si lascia ricondurre alla razionalità del calcolo.

Non si tratta di trasformare tale amore in una soluzione edificante, né di farne la dimostrazione che ogni rovina possa essere redenta; il suo valore consiste piuttosto nel sottrarsi alla logica secondo cui ciò che è distrutto deve essere restaurato, ciò che è perduto deve essere riconquistato e ciò che resiste deve essere dominato.

L’amore non ricompone magicamente la totalità infranta, ma impedisce che la realtà venga esaurita dal giudizio sulla sua utilità, sulla sua riuscita o sulla sua conformità ad un ordine prestabilito. In questo senso, il finale del romanzo lascia emergere una possibilità che la prescrizione politica di Tate non era riuscita a formulare: ciò che dà senso all’esistenza non coincide necessariamente con la conservazione delle sue strutture; e la fedeltà più profonda può sopravvivere anche quando non è più possibile restaurare le condizioni storiche nelle quali era nata.

La Tradizione, allora, non coincide né con le forme che l’hanno ospitata né con la volontà di ricostituirle a ogni costo; non è un fossile che va protetto dall’incedere della Storia, ma un principio vivente dal quale la Storia stessa deve lasciarsi giudicare.

Le forme esteriori sono necessarie affinché il principio non rimanga un’astrazione, ma diventano sterili quando vengono scambiate per il principio stesso; la forza può difendere un ordine, ma non conferirgli da sola legittimità; la memoria può custodire una verità, ma può anche trasformarsi in un alibi per non riconoscere le ingiustizie del passato.

La Tradizione autentica esige dunque una fedeltà più rigorosa della semplice conservazione: una fedeltà capace di distinguere, di rinunciare e di trasformare senza dissolvere e, soprattutto, di riconoscere che nessuna eredità storica si pone al di sopra della verità che pretende di trasmettere.

La grandezza e il limite di Tate s’incontrano precisamente in questo punto: egli comprende che un mondo non può sopravvivere alla perdita del principio spirituale che lo vivifica, ma non riesce sempre a riconoscere che quel principio, se è davvero superiore all’ordine storico, deve poter giudicare anche le forme attraverso cui quell’ordine stesso si è costituito.

La sua aporia più autentica non consiste perciò soltanto nella contraddizione fra la diagnosi della modernità e la difesa del Sud, ma nella difficoltà di distinguere la fedeltà alla Tradizione dalla fedeltà ad una particolare civiltà storica.

È questa distinzione, infine, a rendere possibile una conclusione che non sia né restauratrice né nichilista: la Tradizione non si salva riproducendo il passato, ma riattivando nel presente il principio spirituale che ne rendeva vive le forme; non imponendo con la violenza un ordine che ha perduto la propria anima, ma ritrovando una verità capace di giudicare ogni ordine, compreso quello che la invoca in propria difesa.

Solo così la continuità cessa di essere la ripetizione inerte di ciò che è stato e diviene una trasmissione effettiva: non l’obbligo di conservare tutto, ma la responsabilità di discernere ciò che, attraverso le trasformazioni della Storia, merita ancora di essere vissuto.

Fine quarta parte di quattro

Par gentile concessione della rivista “Italia Stato-Civiltà”, su cui il saggio di Paolo Zanotto è stato pubblicato: La religione del mezzo cavallo: Allen Tate e l’aporia di una tradizione senza fede – Italia Stato-Civiltà

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