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Patriarcato alla carbonara

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La tesi di Valeria Fonte

Mangi pasta all’amatriciana, cacio e pepe, carbonara? Sei un bieco sostenitore del patriarcato. Non è una battuta.

È la tesi di Valeria Fonte, attivista e scrittrice, che ha stabilito con ferma convinzione che la cucina italiana è colpevole di patriarcato, nazionalismo e colonialismo.

Tre capi d’imputazione per un sugo al pomodoro. Viene da chiedersi quale pena preveda il codice per chi osa grattugiare il parmigiano.

La requisitoria è articolata con la serietà di chi crede davvero in ciò che dice, il che la rende ancora più inquietante. La nonna che prepara il ragù non compie un gesto d’amore: subisce una “cura coatta”.

Il focolare domestico è una gabbia dorata. Milioni di donne italiane che per generazioni hanno tramandato ricette, saperi e civiltà attraverso la cucina non erano custodi di nulla. Erano vittime inconsapevoli. Grazie per averle informate.

Difendere la ricetta della carbonara è sciovinismo. L’attenzione alla qualità e alla tradizione configura un “confine identitario rigido” che sfocia nel suprematismo.

Con questa logica, i francesi che tutelano trecento formaggi con le denominazioni d’origine sono il Quarto Reich della gastronomia. E poi il colonialismo del pomodoro: arrivò dalle Americhe nel Cinquecento, l’Italia lo trasformò in civiltà, in arte, in identità che il mondo intero ci invidia. Chiamarlo colonialismo significa non conoscere né la storia né la cucina. Né, probabilmente, il pomodoro.

Se fosse un caso isolato, si potrebbe archiviare con un sorriso. Non lo è. È un metodo.
Francesca Santolini, giornalista e scrittrice, ha teorizzato che i combustibili fossili siano l’architrave del potere patriarcale. L’estrattivismo sarebbe metafora dello stupro. La benzina è maschia. Il motore a scoppio è un’affermazione di virilità.

Chi difende il gasolio non ha dubbi economici: è un patriarca fossile. Stella Levantesi rilancia: il petrolio non è più un idrocarburo, è un agente del patriarcato. La termodinamica è sessista.

Il cortocircuito logico è spettacolare. L’emancipazione femminile del Novecento è figlia esattamente di quell’abbondanza energetica che queste sacerdotesse vogliono processare.

La lavatrice ha liberato più donne di qualsiasi manifesto femminista. Il riscaldamento centralizzato ha fatto più delle quote rosa. Vogliono demolire lo strumento stesso che ha reso possibile la loro libertà di teorizzare comodamente dai divani di La7.

Ma il metodo non si ferma alla cucina e alla benzina. I grattacieli sono simboli fallici. I marciapiedi opprimono le donne. In Svezia la neve è sessista e lo spazzaneve è un campo di battaglia di genere.

Dire “sei bella” a una collega è violenza. La galanteria è un reato. Si prende un fatto neutro della vita quotidiana, lo si carica di un significato politico arbitrario, lo si dichiara oppressivo. E chiunque osi ridere viene marchiato come negazionista del patriarcato.

C’è però un silenzio che squarcia questa crociata più di qualsiasi critica.
Basta sedersi in un ristorante del centro di Roma per vederlo, il patriarcato. Non nel piatto. Davanti al piatto.

Una donna in niqab nero che deve sollevare il velo con una mano per portare la forchetta alla bocca con l’altra. Chiede permesso al proprio indumento per mangiare. In una capitale europea, nel 2026.

Le paladine della decostruzione, di fronte a questa scena, non protesterebbero per il niqab. Protesterebbero per gli spaghetti.

Nelle stesse strade dove si teorizza che la carbonara è schiavitù, migliaia di donne camminano coperte da capo a piedi. Donne alle quali non viene chiesto nulla. Che non scelgono cosa indossare, dove andare, chi sposare.

Di questo patriarcato, quello vero, le paladine della decostruzione non parlano mai. Mai una parola. Mai un libro. Mai un intervento a La7.

Il femminismo selettivo colpisce solo bersagli che non possono rispondere con una fatwa.

La nonna col mattarello è un avversario più comodo dell’imam col microfono.
Mentre si processa il tortellino, in Iran le donne rischiano la vita per una ciocca di capelli.

In Afghanistan le bambine non possono andare a scuola. Ma il ragù, quello sì, va fermato.

Una società che vede nemici invisibili in un piatto di pasta, in un litro di benzina e nella neve che cade non sta combattendo l’oppressione. Sta confessando la propria incapacità di affrontare quella vera.

La cucina italiana è il risultato di secoli di fame, ingegno e scarsità trasformata in bellezza. Chi ci vede il patriarcato non ha un problema politico. Ha un problema con la vita.

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